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L'indagine

L’Antitrust Ue contro Facebook e Google: così s’intrecciano concorrenza e data protection

Il primo atto del secondo mandato del commissario Ue alla concorrenza Margrethe Vestager è un’indagine sulle politiche attuate da Facebook e Google in ordine alle modalità di raccolta, elaborazione, utilizzo e monetizzazione dei dati personali

03 Dic 2019
Marco Martorana

avvocato, studio legale Martorana, Presidente Assodata, DPO Certificato UNI 11697:2017


La notizia sull’indagine condotta dall’Antitrust europeo sulle politiche attuate da Facebook e Google in ordine alle modalità di raccolta, elaborazione, utilizzo e monetizzazione dei dati personali degli utenti pone in risalto i profili comuni alla normativa della concorrenza con il settore della “data protection”.

Si parte da una considerazione: l’aumento esponenziale dell’utilizzo di App e servizi gratuiti su internet da parte di milioni di utenti cela agli occhi della maggior parte di essi la presenza di un corrispettivo diverso dal denaro. In realtà il funzionamento di queste nuove tecnologie si basa sul principio espresso da un ricorrente brocardo secondo cui “Se è gratis allora il prodotto sei tu”.

La mancanza di questa consapevolezza è spesso connessa ad una mancata politica di trasparenza da parte delle maggiori piattaforme social e di condivisione online sulle quali l’utente non si trova spesso nelle condizioni di capire e comprendere l’essenza della “contropartita” per la registrazione gratuita alla piattaforma.

La fase di raccolta di dati da cui è possibile registrare preferenze, abitudini di vita e di consumo, arrivando anche a prevedere un comportamento o un’inclinazione futura di quel soggetto, è infatti una fase molto delicata perché consente a chi li detiene di utilizzarli sia per veicolare il messaggio pubblicitario conformemente agli interessi del soggetto a cui questi dati si riferiscono, ma anche per veicolare inconsciamente alcune inclinazioni o comportamenti, eventualmente sfruttando informazioni ad essi non strettamente attinenti addestrando l’algoritmo a registrare anche l’informazione “implicita”.

Per tale motivo il GDPR mette alla base di ogni trattamento la totale trasparenza delle finalità e delle modalità con cui lo stesso viene condotto, al fine di evitare possibili abusi dell’utilizzo di questo patrimonio di dati, e far si che la succulenta macchina imprenditoriale che muove il sempre maggior ricorso agli algoritmi per finalità di marketing diretto o per finalità ulteriori sia nient’altro che il servo fedele e non il padrone intransigente dei diritti fondamentali di libertà degli interessati.

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