la risposta delle aziende

Emergenza Covid-19, le imprese italiane alla sfida della riconversione

Le imprese italiane stanno affrontando la sfida della riconversione. La messa a fattor comune di competenze diverse è la chiave perché tutto questo abbia successo, nell’interesse della collettività e delle singole imprese. Ed è dalla sinergia tra pubblico e privato che dipenderà, in ultima istanza, la tenuta del Paese

24 Apr 2020
Valentina Benedetti

analista Hermes Bay

Luisa Franchina

Presidente Associazione Italiana esperti in Infrastrutture Critiche

Marco Valerio Solia

OSINT analyst - Hermes Bay srl


La sospensione di ogni attività economica non considerata strategica, resa necessaria dalle misure di contenimento del virus Covid-19, ha posto l’Italia di fronte a sfide inedite. Esse hanno richiesto, e continuano a richiedere, una risposta che non riguarda le sole istituzioni ma che chiama in causa anche il settore privato.

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La necessità di presidi sanitari e dotazioni di protezione individuale per il personale sanitario e di emergenza e per i cittadini, nonché la necessità di incrementare il numero di postazioni di terapia intensiva in tutti gli ospedali italiani per la lotta al Covid-19, hanno indotto alcune aziende ad affrontare in modo resiliente e non convenzionale la cessazione (quasi totale, seppur temporanea) degli scambi per non bloccare la produzione, riconvertendola secondo le necessità generali. Se la resilienza è la velocità con cui un sistema ritorna allo scopo per cui è nato, dopo essere stato sottoposto a una perturbazione che ha modificato il suo stato o quello del suo ambiente, queste aziende hanno saputo sopperire alle esigenze della comunità nazionale rimanendo attive.

Una menzione particolare, per aver incrementato e destinato al mercato italiano con minore guadagno la propria produzione, merita la Siare Engineering, società emiliana specializzata nella fabbricazione di ventilatori polmonari (l’unica in Italia), la quale, allo scoppio dell’emergenza, ha rivoluzionato quantità prodotte e mercato di sbocco. A metà marzo la società ha infatti consegnato alla Protezione Civile 300 macchinari, inizialmente destinati a Paesi come Corea del Sud, India, Filippine e Vietnam, suoi tradizionali clienti. L’azienda è stata affiancata da tecnici specializzati dell’Esercito, programmando turni di 24 ore al giorno e triplicando la produzione, con l’obiettivo di realizzare oltre 2.300 macchinari entro luglio. A sostenere gli sforzi della Siare Engineering sono intervenute imprese come Ferrari, FCA e la Magneti Marelli di Bologna, i cui tecnici contribuiscono a soddisfare l’incremento vertiginoso della domanda.

Negli stessi giorni in cui la Siare Engineering si metteva al servizio della collettività, Grafica Veneta, impresa del padovano attiva nel settore della stampa, riconvertiva la produzione per realizzare 2 milioni di mascherine. Tali prodotti, pur non potendo essere destinati agli operatori sanitari, hanno fornito (in un momento di drammatica carenza) una prima protezione alla cittadinanza, e sono stati distribuiti gratuitamente alla popolazione dalla Protezione Civile e dagli Alpini.

Un’altra azienda, questa volta genovese, la Mestel Safety, specializzata in maschere da snorkeling e da sub, ha depositato a inizio marzo il brevetto per trasformare tali attrezzature da immersione in maschere di protezione contro il contagio. L’adattatore necessario per compiere tale operazione è compatibile anche con la nota “Easybreath” della Decathlon, permettendo di realizzare dispositivi di protezione su larga scala. Parallelamente, la start-up Isinnova di Brescia, dietro proposta di Renato Favero, ex primario dell’ospedale di Gardone Valtrompia, ha realizzato una valvola stampata in 3D per trasformare le maschere da snorkeling in respiratori. Tale invenzione, priva di lucro, è stata brevettata per impedire speculazioni ed il file è gratuitamente scaricabile per gli operatori che volessero iniziarne la produzione.

Il contrasto alla pandemia ha visto scendere in campo anche i colossi dell’industria nazionale, che hanno mobilitato poderose energie per fornire una risposta collettiva alla minaccia in atto. Il 23 marzo Confindustria Moda ha lanciato una campagna di adesioni da parte delle aziende del settore per realizzare mascherine e DPI (Dispositivi di Protezione Individuale), alla quale hanno immediatamente aderito 200 realtà. Iniziativa simile è stata presa da CNA Federmoda. All’appello hanno risposto alcune delle più importanti aziende italiane, come Armani, Calzedonia, Fendi, Gucci e Valentino.

Prada, su richiesta della Regione Toscana, ha inoltre avviato la produzione di 80.000 camici e di 110.000 mascherine. Un caso di azienda storicamente legata al territorio e riconvertita per fronteggiare l’emergenza è quello di Toscano Alta Sartoria (ex Mabro) di Grosseto, che ha prontamente riconfigurato la propria produzione, iniziando lo scorso mese a produrre 3.000-4.000 mascherine al giorno, con l’intenzione di realizzare un ulteriore incremento.

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Il settore della moda e quello automobilistico non sono stati ovviamente gli unici ad attivarsi: sul fronte dei gel igienizzanti l’azienda Davines di Parma ha cominciato, già dal 3 marzo, a realizzare gel per le mani (scelta operata anche da Bulgari e L’Erbolario), mentre il gruppo farmaceutico Menarini si è attivato per produrre gel disinfettanti da donare alle strutture ed agli operatori sanitari. Per fronteggiare l’emergenza è scesa in campo anche Assodistil, l’associazione di categoria formata da una sessantina di imprese che copre circa il 95% della produzione italiana. Assodistil ha lanciato un appello per trasformare gli stabilimenti che producono spirits in centri di produzione di alcol denaturato, così da poter produrre gel specifici. Campari Group ha donato alcol puro alla Intercos, che ne ha realizzato gel igienizzante, mentre la distilleria dell’Amaro Ramazzotti si è riconvertita alla produzione del medesimo prodotto.

Sinergia tra pubblico e privato

Il 22 marzo la Commissione Ue ha approvato il regime italiano di aiuti per sostenere produzione e la fornitura di dispositivi medici e di dispositivi di protezione individuale previsto dal decreto “Cura Italia” (Dl 18/2020). A tal proposito Invitalia, attraverso la misura #CuraItalia, con una dotazione finanziaria di 50 milioni di euro finanzierà le imprese che in breve tempo saranno in grado di fornire dispositivi medici e mascherine per fronteggiare l’emergenza. La misura è valida per le imprese che ampliano un impianto già esistente o che riconvertono una produzione verso dispositivi medici o di protezione individuale A breve è in arrivo anche un altro bando da 50 milioni rivolto alle imprese che vorranno acquistare dispositivi medici e di protezione per i propri dipendenti.

Anche le singole Camere di Commercio, in sintonia con le istituzioni nazionali e territoriali, sono impegnate a stimolare la riconversione produttiva delle aziende. È il caso, ad esempio, della Camera di Commercio di Firenze, che per favorire questo processo e fare chiarezza su autorizzazioni e certificazioni necessarie (un aspetto in costante evoluzione), tramite la propria azienda speciale PromoFirenze, ha creato un link dove le imprese possono trovare le informazioni utili per affrontare la nuova produzione, a cominciare dal reperimento dei materiali e dalla disponibilità di chi può fornire i tessuti (alcune imprese hanno già aderito al progetto). Gli esempi e le singole iniziative già partite non mancano: l’obiettivo è quello di creare una filiera autonoma ben organizzata per alleggerire la pressione che grava su Regione e Protezione Civile per quanto riguarda le mascherine ed i camici.

Infine, è opportuno affrontare la questione delle certificazioni necessarie affinché i risultati del processo produttivo di riconversione siano fruibili da parte della popolazione. A tal proposito l’articolo 15 del decreto “Cura Italia” ha previsto per i fornitori di mascherine chirurgiche e dispositivi di protezione individuale la possibilità di emettere un’autocertificazione di “conformità europea” dei prodotti la cui validazione viene poi affidata all’Inail e all’Iss.

Conclusioni

Le imprese italiane stanno affrontando brillantemente la sfida della riconversione. La messa a fattor comune di competenze diverse è la chiave perché tutto questo abbia successo, nell’interesse della collettività e delle singole imprese. Ed è dalla sinergia tra pubblico e privato che dipenderà, in ultima istanza, la tenuta sistemica del Paese, dimostrando o meno la nostra capacità di assorbire uno shock senza precedenti.

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