LO SCENARIO

Centri di competenza Industry 4.0, ecco la leva per cambiare (davvero) la fabbrica Italia

Mercato positivo sull’utilizzo degli incentivi fiscali e quindi sugli investimenti in digitale delle imprese, ma il successo del piano si gioca sul lungo periodo, e la partita fondamentale è quella delle nuove competenze: gli attori sul territorio

14 Giu 2017
industria4.0

Prevale il sentiment positivo nei confronti del modo in cui il mercato sta rispondendo al piano Industry 4.0, anche confortato dai primi dati positivi sugli ordini di macchinari, gli esperti prevedono che la seconda parte dell’anno vedrà risultati ancora migliori, anche perché entrerà in funzione un’altra parte del piano, quella relativa ai competence center. In realtà, anche su questo fonte questi primi mesi dell’anno hanno registrato passi avanti: si attende ancora il decreto sui competence center, in dirittura d’arrivo, ma nel frattempo sono aumentate le risorse, e il ministero dello Sviluppo Economico ha lanciato un “network nazionale Industria 4.0” che raggruppa gli sforzi di gran parte del tessuto imprenditoriale italiano sul fronte degli innovation hub. I quali, in base al piano, sono insieme ai competence center le strutture che devono accompagnare le imprese nel passaggio al 4.0. E qui, qualche mal di pancia si registra. La rete presentata dal ministro Carlo Calenda conta quasi 200 hub, messi in piedi o progettati da diverse associazioni imprenditoriali: Confindustria, Confcommercio, Confartigianato, Cna. Forse c’è il rischio di un po’ di confusione, rileva Gianni Potti, presidente Cnct Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici. “Ben vengano, più si parla di Industria 4.0 e meglio è, però non vorrei che alla fine fossero bandierine, dietro le quali poi non c’è nulla”. E comunque, si registra una differenza rispetto alla prima impostazione del piano, che parlava di un numero ristretto di competence center e degli hub di Confindustria. Il richiamo del ministero è probabilmente da leggere come un invito a fare gioco di squadra, a cui le associazioni rispondono positivamente. Ma al momento il panorama degli innovation hub è effettivamente molto frammentato, e in divenire.

Ci sono 21 strutture di Confindustria, 21 EDI (ecosistemi digitali di Innovazione) di Confcommercio, 30 digital innovation hub di Confartigianato (di cui 18 già attivati), 28 di CNA, e 77 PID (punti impresa digitale) di Unioncamere. Dunque, una nuova rete trasversale alle associazioni imprenditoriali che si impegna a dialogare sui temi del digitale con le imprese per velocizzare l’attuazione del piano. I 21 innovation hub di Confindustria, spiega Potti, si organizzano attraverso le specialization dei singoli hub, e si interfacciano con i competence center. Per quanto riguarda in particolare i sei hub di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, terminati i sei mesi di incubazione, ora sono in fase di validazione europea, che rappresenta un valore aggiunto, ad esempio sul fronte della governance, e degli aspetti gestionali. “In Veneto siamo pronti a essere a regime subito dopo l’estate, ma abbiamo già un migliaio di contatti, dalle imprese alle confindustrie locali – sottolinea Potti -, che nel 95% dei casi chiedono informazioni sull’iperammortamento”. Significa che in larghissima misura non parlano di un “piano 4.0”, ovvero della reingenierizzazione del processo produttivo, ma di questioni tecniche legate agli incentivi fiscali. Una misura fondamentale, che tutti chiedono di prorogare o di rendere strutturale, anche in considerazione del fatto che il cammino di Industria 4.0 è ancora lungo, e la prima cosa da fare è promuovere nelle imprese la cultura di Industria 4.0.

In realtà, l’attuazione del piano sta entrando in una fase che deve coniugare gli investimenti alle competenze, ad ampio raggio: vanno definiti il ruolo dei competence center e dei digital innovation hub delle imprese, formate e individuate le nuove professionalità richieste.

Sul fronte dei competence center c’è una novità positiva per quanto riguarda le risorse, con 30 milioni in più inseriti nella manovrina, che portano a 60 milioni l’investimento complessivo, 20 all’anno dal 2017 al 2019. “Una buona notizia, che corregge il tiro rispetto al piano iniziale”, sottolinea Marco Taisch, Politecnico di Milano, riferendosi allo stanziamento di 100 milioni inizialmente previsto per i competence center, poi ridotti a 30 milioni in Legge di Stabilità 2017 (20 per il 2017 e 10 per il 2018), a cui ora si aggiungono altri 10 milioni per il 2018 e 20 mln per il 2019. “Il piano sta funzionando, le imprese lo stanno usando, e quindi il Governo comprende che essendoci una risposta da parte del mercato è necessario investire risorse per creare un volano che crei impatto sul sistema industriale italiano”.

Per riassumere: la fase attuativa del piano non può fermarsi agli investimenti in tecnologia, incentivati, da parte delle imprese. Ci vuole una strategia 4.0, sia nella singola azienda che deve decidere come muoversi, e come sfruttare le varie possibilità previste dal piano, sia da parte delle parti sociali e delle istituzioni.

Il rapporto fra tessuto imprenditoriale e centri di competenza sarà una delle chiavi di volta del piano. Gli innovation hub rappresentano una cinghia di trasmissione. Il prossimo autunno sarà il banco di prova attuativo vero e proprio di questa fase del piano (ci sarà il decreto sui competence center, che potranno quindi attivarsi, ed entrerà nel vivo l’attività degli innovation hub. La missione dei competence center, da questo punto di vista è quella di “fornire linee di sviluppo, creazione di consapevolezza nelle imprese. Gli innovation hub rappresentano una rete molto diffusa sul territorio, il competence center ha invece le tecnologie da mostrare, è quindi più concentrato. Entrambi devono promuovere la diffusione della cultura 4.0, usando strumenti diversi. Il competence center facendo vedere una fabbrica 4.0 all’impresa e agli studenti. Abbiamo bisogno di creare cultura 4.0 che vada su tutte le componenti del paese”.

Il prossimo autunno sarà anche il periodo in cui secondo diversi osservatori si vedranno con maggior forza i risultati del piano sul fronte del investimenti in digitale. “La mia previsione è che la crescita sarà ancora più importante nel secondo semestre – segnala Taisch – Nel primo bisogna capire, decidere. E se già nel primo abbiamo avuto un aumento così importante (+21%, dati Ucimu), mi chiedo quale potrà essere la progressione nel secondo e nel terzo. Mi aspetto numeri ancora più importanti e significativi. E su questi numeri invito il governo a fare una riflessione: le misure che funzionano non bisogna toccarle”. In pratica, proroga degli incentivi. Anche perché nel 2017 abbiamo iniziato a ridurre il distacco, ma la crescita industriale si fa in qualche anno”. E qui sta la vera sfida italiana. “I first mover erano pronti, ma abbiamo un sistema articolato, fatto di tante imprese, anche piccole e medie, che devono capire con precisione come muoversi. Dunque, il governo investe nel 2017 per far capire di cosa stiamo parlando, e poi nel 2018 smette di aiutare le imprese, dopo aver lavorato per avviare una nuova fase? Sarebbe un errore interrompere le misure di incentivo. Non deve proseguire solo l’iperammortamento, ma anche le altre misure fiscali, come il credito d’imposta ricerca e innovazione. La mia sensazione è che verrà usato moltissimo”, ma questi sono dati che arriveranno più avanti, bisogna aspettare che le aziende chiudano il bilancio. Comunque, i primi dati su quante imprese stanno utilizzando gli strumenti del piano, e su quali misure stanno puntando, saranno diffusi il 23 giugno dall’Osservatorio industria 4.0. “Abbiamo misurato quante imprese stanno utilizzando le diverse misure del piano nazionale, investigando la situazione per ognuno degli strumenti previsti. E i primi dati sono molto interessanti, emerge un uso significativo e consistente degli ammortamenti ma non solo, anche delle altre misure”.

Dunque: non interrompiamo gli incentivi e proseguiamo intanto su altre direttrici, e il pil del paese ne risentirà in maniera significativamente positiva, conclude Taisch. Molto simile l’analisi che viene proposta da Federmanager, che ritiene l’impegno primario in questa fase delle associazioni che rappresentano il mondo delle imprese e del lavoro sia proprio culturale.

Il tessuto imprenditoriale italiano è fatto di imprese innovative, che non sono affatto arrivate impreparate all’appuntamento con Industria 4,0, sottolinea Mario Cardoni, direttore generale di Federmanager, ma c’è anche un altro universo, che rappresenta il 94,5% delle PMI, per le quali spesso “Industria 4,0 è una novità assoluta, per dirla con una battuta spesso non sono nemmeno al 3.0”. Dunque, avere un approccio concreto e pratico in questo momento significa “accompagnare la crescita evolutiva sul tessuto imprenditoriale che oggi è lontano dall’obiettivo. E per queste imprese non bastano gli incentivi, ci vogliono in primo luogo le competenze che accompagnino lo sviluppo e l’investimento nelle tecnologie”. C’è un salto di qualità che gli imprenditori in diversi casi sono chiamati a fare, puntando su competenze specifiche per la crescita, che non sono necessariamente familiari. Dunque, favorire le competenze manageriali. Federmanager si muove su due direttrici: la formazione dei manager che sono nelle aziende, e quella di nuove professionalità da proporre al mercato. Sul primo fronte, in collaborazione con Confindustria e Confapi, è partito un percorso formativo che coinvolge almeno 6mila manager. Quanto al secondo punto, “abbiamo attivato un percorso di certificazione delle competenze, per aiutare l’inserimento di figure manageriali nelle PMI”. In pratica, è prevista la certificazione, di una parte terza, di competenze professionali utili allo sviluppo di una PMI 4.0: temporary manager (figura che interviene nei momenti di discontinuità, dal passaggio fra generazioni, a innovazioni di processo, di prodotto, relative all’ingresso su un nuovo mercato), export manager (specializzati nella ricerca di nuovi mercati internazionali), manager di rete (che mette a fattor comune le potenzialità delle imprese), innovation manager, che ha la competenza per l’introduzione delle tecnologie innovative. Federmanager collabora anche con Confindustria e Confapi nei digital innovation hub, e sottolinea la primaria funzione che avranno i competence center, agevolando l’accesso alle best practice e supportando la diffusione in azienda delle nuove tecnologie.

Il punto, prosegue Cardoni, è che il 4.0 non è solo la tecnologia. “E’ un nuovo modo di organizzare l’azienda, i processi produttivi e i prodotti, un nuovo modello business, in cui l’elemento prioritario è la persona, il cliente, quindi la personalizzazione del prodotto o del servizio». Per promuovere questi nuovi modelli e supportare le imprese nell’applicazione delle tecnologie digitali, Federmanager sottolinea la contaminazione fra la formazione accademica con quella manageriale. Altro tema, lo sviluppo delle startup, che vanno aiutate a passare nella fase del progetto industriale, con programmi di mentorship, finanziamenti, business plan. La proroga degli incentivi? «Almeno fino al 2020, perché le imprese devono avere il tempo di programmare e avviare la crescita. E comunque non basta incentivare gli investimenti in tecnologia, bisogna incentivare gli investimenti in persone”.

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