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Direttore responsabile Alessandro Longo

Industria 4.0, luci e ombre delle linee guida governative

di Barbara Weisz

09 Set 2016

9 settembre 2016

Dagli economisti intervistati dal nostro sito piovono critiche per la perdurante mancanza di un testo con i dettagli del piano, mentre le linee guida annunciate deludono alcuni sul fronte delle competenze digitali, formazione e poli di eccellenza. Altri apprezzano l’impegno su defiscalizzazione e misure di lungo periodo. Ecco le proposte degli economisti

Il primo dubbio è che «il piano non c’è» esordisce, senza tanti giri di parole, Francesco Seghezzi, direttore di Adapt, relativamente alle linee guida su Industria 4.0 annunciate dal ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, a inizio settembre. «Aspettiamo da un anno e mezzo, ma ancora un piano vero e proprio non si vede». Stesso rilievo da parte di Mauro Lombardi, economista dell’Università di Firenze: «In Germania, Usa, Inghilterra, sono stati elaborati dei documenti precisi, in cui si argomentano delle tesi. In Italia non c’è un piano, un’analisi ben precisa».

E’ vero che Calenda ha promesso i dettagli del piano a giorni, ma dato che questa promessa è stata mancata più di una volta gli esperti si riservano ancora un po’ di scetticismo. Lo stesso ritardo del Governo italiano è visto insomma come un punto debole della strategia.

E comunque, anche le parti annunciate dal Governo non centrano, secondo l’esperto di innovazione, l’obiettivo fondamentale: l’individuazione di aree strategiche intorno a cui sviluppare la via italiana all’industria 4.0. Più positivo Marco Taisch, docente di tecnologie Industriali del Politecnico di Milano (anche perché questo piano ho contribuito a scriverlo, sottolinea), secondo il quale Industria 4.0 è un’occasione irripetibile per l’Italia, che ci ha messo troppo tempo a capire che bisogna riportare al centro delle politiche industriali il settore manifatturiero, e i contenuti del piano annunciati da Calenda «sono quelli che servono: defiscalizzazione, un importante intervento di breve periodo, che incide velocemente sugli investimenti delle imprese» e misure invece che hanno un orizzonte più ampio, relative a formazione e competenze.

Anche Carlo Alberto Carnevale Maffè, economista della Bocconi, rileva che non ci sono ancora documenti su cui lavorare, ma resta positivo in termini di considerazione generali: «il governo intende usare la legislazione per creare le condizioni per industria 4.0, non solo tecnologiche, finanziarie o fiscali, ma proprio organizzative, facendo politica industriale con le leggi e non con gli interventi diretti su singoli settori e fasi industriali». Fra i punti maggiormente criticati, e oggetto di proposte alternative da parte degli esperti, la scelta di individuare quattro o cinque poli universitari di eccellenza su cui far confluire gli investimenti e intorno ai quali creare lo sviluppo di Industria 4.0. Analizziamo tutti i punti del piano attraverso l”aiuto degli esperti.

Defiscalizzazione: Calenda ha annunciato la riproposizione nel 2017 del maxi ammortamento per gli investimenti delle imprese, e un altro super ammortamento, che potrebbe arrivare al 200%, mirato in particolare gli acquisti per la digitalizzazione delle imprese. Credito d’imposta per ricerca e sviluppo. Potenziamento del Fondo Centrale di garanzia per le PMI, con una riforma che favorisca i finanziamenti alle imprese con rating medio-basso, in modo da far effettivamente confluire i soldi verso i piccoli, che maggiormente hanno bisogno di stimoli per finanziarsi l’innovazione. Infine, paletti meno rigidi per il salario di produttività, che quindi viene ampliato (si parla di alzare i tetti di reddito) e considerato strumento utile allo sviluppo di Industria 4.0. Questo pacchetto di misure fiscali e sul lavoro verrà inserito nella Legge di Stabilità 2017.

Taisch sottolinea che l’incentivo fiscale funziona per stimolare le imprese nel breve periodo a investire nel digitale, incide quindi velocemente sull’economia, e «ha anche un funzione psicologica di creazione di fiducia nell’imprenditore italiano. Il punto è che in Italia «abbiamo potenzialità tecnologiche, ma anche un fattore di mancanza di consapevolezza nelle proprie capacità delle imprese. Lavorare sulla defiscalizzazione, serve a ridare soldi, ma anche fiducia nelle capacità del sistema imprenditoriale». Lombardi ritiene positivo il fatto che ci siano risorse in più per lo sviluppo di Industria 4,0, apprezza particolarmente il potenziamento del Fondo Centrale di garanzia.

Seghezzi rileva come i due pilastri del piano siano gli incentivi alle imprese e i finanziamenti ai poli eccellenza, con l’obiettivo di  consentire lo sviluppo dell’infrastruttura, ed esprime la seguente critica: «in Italia le imprese non si parlano, e non palano con i centri di ricerca. Costruire un piano con due istituzioni che non si incontrano mai, potrebbe essere problematico». Il rischio, detto semplicemente, è quello di distribuire finanziamenti o agevolazioni senza riuscire a fare sistema. Articolata la posizione di Carnevale Maffè, che saluta con soddisfazione il ritorno a politiche dell’offerta: «il sostegno alla domanda interna non ha portato lontano, gli investimenti ancora non partono. Quindi, sottoscrivo le politiche annunciate dal ministero: industria 4.0 è un modo corretto di spingere sulla competitività. Non sostegno alle imprese, ma alle filiere efficienti. Approccio corretto, basato sul concetto di competitività sistemica». 

Ma fatta questa premessa, sottolinea che misure come il superammortamento, che sono una tantum «non cambiano le decisioni degli imprenditori». Propone, invece, di sfruttare la trasparenza dei dati che il digitale può fornire per incentivare politiche di compliance fiscale da una parte e dare alle imprese maggior certezza del diritto dall’altra. Ecco l’idea: «care imprese e care filiere d’impresa, se garantite trasparenza digitale (che non vuol dire solo fatturazione elettronica, ma digitalizzazione di tutta la supply chain), io vi garantisco come Governo il ripristino dell’onere della prova a mio carico». Significa, niente controlli fiscali, «trasparenza in cambio di non ingerenza fiscale». E’ una misura che «non costa niente, ma offre certezza del diritto e del rapporto fiscale, un colossale incentivo delle imprese».
 
E passiamo a quello che è senza’altro uno dei punti più controversi, ovvero la creazione di questi poli di eccellenza, da selezionare fra gli atenei italiani. Il governo sceglierà 4-5 università su cui concentrare i finanziamenti, per creare dei centri di eccellenza, che diventino punti di riferimento (competente center) per la formazione, la ricerca e le imprese. Un capitolo che accende il dibattito, in particolare fra le università: il rettore di Roma 3 Mario Panizza teme «un indebolimento e un abbassamento complessivo del sistema universitario», con la penalizzazione di centri di qualità periferici rispetto al nucleo industriale». Taisch sulla questione è tranchant: «qui il tema non è salvaguardare il sistema universitario, ma aiutare il sistema industriale a ripartire. Gli investimenti a pioggia non consentono di fare massa critica», dunque meglio concentrare le risorse su pochi poli di eccellenza. Anche Germania e USA hanno creato tre-quattro grandi laboratori, al servizio del paese. Si tratta di uno strumento importante per le PMI, che non hanno le risorse per lavorare su ricerca, innovazione, trasferimento tecnologico. Obiettivo «evitare il digital divide  4.0», rischio che corrono appunto soprattutto le piccole imprese, se no vengono messe nelle condizioni di comprendere il trend tecnologico per restare sul mercato.

Difende la scelta governativa in questo caso anche Carnevale Maffè, la «formazione superiore non è una materia di welfare, le scarse risorse vanno concentrate. Come nel resto del mondo, si spostano gli studenti, e vanno a fare il college dove c’è l’eccellenza». Fra l’altro, secondo l’economista c’è anche una motivazione legata alla natura dell’intelligenza creativa,  che «è concentrata spazio temporalmente, non bisogna disperderla. Un esempio per tutti: «i nostri distretti lo hanno dimostrato, rappresentano la prova quasi naturale delle specializzazioni che hanno senso». Ci vogliono economie di scala, apprendimento, mobilità di lavoro e di capitali, specializzazione.

Seghezzi, invece, fa una proposte alternativa: «invece che cinque università, prendiamo cinque città, in cui sviluppare sinergie fra imprese e accademia, e finanziamo questo tipo di ecosistema, che metta insieme accademia, città, terzo settore». Industria 4.0, secondo Seghezzi, non sopravvive senza un’ecosistema di città, infrastrutture, disponibilità di ricercatori. Quindi, non basta dare soldi a  impresa e università. L’economista condivide il concetto di «individuare eccellenze e non dare fondi a pioggia», ma non ritiene sia corretto darli alle università  invece che a realtà cittadine che mettono insieme impresa e formazione». Il rischio del metodo individuato da Calenda? «Le università prendono i soldi, ma non parlano con le imprese, le imprese che innovano non vanno nelle università, ma dai consulenti».

Il più critico, nei confronti di questa parte del piano, è senz’altro Lombardi. «Non si parte in questo modo. Già so quali tre o quattro vinceranno di sicuro. E poi, centri di eccellenza in che cosa? Ce ne saranno almeno 50 di università che presentano centri di eccellenza. In base a quali criteri le scegliamo?». Fondamentale, dunque, rendere chiari i criteri per selezionare questi hub. Ma «vorrei che questi criteri di selezione fossero presentati ora». La critica di Lombardi non riguarda i rischi di disomogeneità del sistema universitario, ma proprio un metodo di politica industriale. «Sono d’accordo sui centri di eccellenza, ma ritengo vadano scelti nel seguente modo: partendo dall’individuazione di aree strategiche». Un criterio diverso, dunque, che l’economista ritiene «importante perché alla base ci dev’essere l’analisi dell’Italia. Le aree strategiche vanno quindi definite in relazione al nostro sistema economico produttivo». Dunque, aree strategiche e non poli universitari di ricerca. Quali?  «La robotica, sia perché siamo importanti, sia perché è un motore della dinamica produttiva del secolo». Un settore su cui l’Italia è in prima linea e che ha grandi potenzialità di espansione. L’intelligenza artificiale: è un settore su cui stanno investendo USA, Canada, Giappone, e sui cui anche noi «abbiamo competenze». Altri temi importanti: il design, anche per le specificità del Made in Italy, la genomica, la chimica, l’energia. Particolare attenzione proprio sull’energia, che Lombardi ritiene una delle direttrici fondamentali della dinamica innovativa del decennio, in particolare per quanto riguarda energie alternative, efficienza energetica, simbiosi industriali, economia circolare.

Il discorso del rapporto ricerca-impresa-lavoro è centrale anche in vista dei nuovi paradigmi del lavoro di Industria 4.0. : «è un pilastro fondamentale», e invece «si pensa di dare risorse per incentivi e innovazione tecnologica, senza occuparsi delle competenze. Non solo: il tema del lavoro investe anche le relazioni industriali, le normative sui contratti. Esempio: in Italia un ricercatore non ha status giuridico di lavoratore riconosciuto. In azienda, è un impiegato. Nell’impresa metalmeccanica 4.0, invece, è un elemento centrale perché gestisce sistemi complessi e fa innovazione».

 

  • Nicola accialini

    Lasciate perdere gli economisti, scusate che ne dovrebbero sapere loro di cosa serve alle aziende? Sanno cos’è un processo produttivo, le dinamiche delle aziende manifatturiere? No. Ci vogliono competenze tecniche. Una proposta? Mai sentito parlare del sistema Catapult in UK?

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