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Direttore responsabile Alessandro Longo

Legge di bilancio 2018

Isiamed: “Ecco perché c’è bisogno di un modello digitale italiano”

di Pier Domenico Garrone, senior partner Isiamed, cofondatore del Comunicatore Italiano

05 Gen 2018

5 gennaio 2018

E’ una esigenza primaria perché un Paese come il nostro possa essere protagonista nell’economia digitale. Isiamed ha avuto dal Parlamento il compito di affermare un modello digitale italiano come strumento di tutela e valorizzazione economica e sociale del Made in Italy

L’Italia è percepita come protagonista di propri e autonomi modelli digitali nel settore dell’agroalimentare, del turismo, dello sport, delle smart city? C’è un “modello digitale italiano” dotato di proprie metriche e metodiche, ideato e prodotto con competenze ed esperienze tutte italiane? La risposta è no.

LEGGI IL CASO ISIAMED ANALIZZATO (NDR)

È tutto questo una esigenza primaria per essere protagonista nell’economia digitale? Per un Paese come l’Italia che dispone della più grande offerta di biodiversità, cultura, tipicità territoriale? La risposta è sì ed è essenziale per l’identità internazionale, per la sicurezza dei cittadini avere un sistema digitale non colonizzato né influenzabile e terzo nell’organizzazione nevralgica dello Stato.

Il progetto di produrre e affermare un “modello digitale italiano” è una iniziativa recente perseguita da molte strutture di ricerca ed innovazione, di pensiero e di produzione? Risposta: l’unico ente, no profit, che ha 40 anni di storia in Italia nelle relazioni internazionali e che partecipa a forum sull’economia e che ha posto il tema, avviato ricerche e con propri investimenti dato vita ad un progetto, è l’Istituto Italiano per l’Asia e per il Mediterraneo.

Il progetto perseguito e da oltre un anno frutto di lavoro è di innovazione e già capace di integrare, per la prima volta, competenze italiane di discipline ed esperienze diverse in un modello per verticali economiche e sociali.

Può esistere in Italia, visto il risultato negativo sancito dall’Unione Europea, qualcuno che decida in piena libertà da condizionamenti di business di strutturare, analizzare, ricercare, progettare e proporre innovazione partendo dal Territorio e di mettere in campo la capacità di integrare competenze diverse tra di loro ma unite dalla stessa volontà di rappresentare l’Italia nell’economia digitale? La risposta è sì.

Se Enrico Ruggeri decide di lasciare la SIAE per affidare a Soundreef la raccolta e la gestione dei diritti d’autore è difficile capire che si tratta di un problema di “modello digitale” anziché di un modello informatico di SIAE? Mille esempi dimostrano che il principale errore è essere partiti dalla spesa informatica senza aver prima neanche provveduto ad effettuare un check digitale dell’impresa. I primi a dover essere interessati sono proprio gli azionisti delle aziende informatiche italiane perché hanno bisogno di ritrovare un senso in un mercato che, a “zero confini”, li pone oramai a confronti stremanti per il loro core business. La Banca S. Giorgio di Genova è stata la prima banca al mondo. Prima di Monte dei Paschi di Siena. Quelli erano innovatori perché conoscevano i Clienti, perché l’interesse della Banca era il successo del Cliente. Oggi il BTC Bitcoin compie 9 anni, un ragionevole tempo per dare ai cittadini una visione, una informazione corretta, una idea di banca digitale che manca.

La capitalizzazione di mercato dei Bitcoin è stata pari a gennaio 2018 oltre 266 miliardi di dollari. Malta ha inserito la criptovaluta nella sua azione di Governo, la Svizzera ha la più alta densità di bancomat. È cambiato il mondo eppure si legge che in CaRiGe si spera in una alleanza, non con una azienda informatica italiana, ma con IBM. Un grande “mea culpa” qualcuno lo farà? Mica sarà colpa della politica.

In questi giorni il quotidiano La Stampa riporta una serie di articoli sul pericolo delle Fintech in Italia ed una analisi del Presidente delle banche private. Se uno pensa ai miliardi di euro fatti spendere alle banche in informatica e poi si reca in una agenzia si rende conto di cosa stiamo parlando.

L’errore strategico della chiusura in Italia delle Casse di Risparmio, in Germania tutelate, ha lasciato indifeso l’imprenditore italiano, che non è uno “scemo di serie B che non conosce l’inglese” e che ha tutti i diritti di essere messo nella condizione di essere protagonista dell’economia digitale.

Negli anni ’90 già si insegnava che la Persona è al centro e guida il modello digitale.  In Italia vediamo tanti spot per le varie offerte di internet banking ma “zero banca digitale”.

La Banca Digitale non è una soluzione solo informatica. In ogni settore si ritrovano errori simili, riparabili con competenze integrate e specifiche tutte italiane. Sono tetsimone che esiste la volontà di essere meno coriandoli autoreferenziali e più voglia di essere una tinta unica forte nell’economia digitale. Più che il mio auspicio è la constatazione di questi ultimi anni di lavoro con Aziende, Università e Centri di Ricerca Applicata.

Il Parlamento ha scelto e deciso che “al fine di affermare un modello digitale italiano come strumento di tutela e valorizzazione economica e sociale del Made in Italy e della cultura sociale e produttiva della tipicità territoriale” viene incaricato l’Istituto Italiano per l’Asia e per il Mediterraneo. Molto bene, era ora perché l’obiettivo è di sistema e le attività sono a sistema e come sempre ha fatto l’Istituto con il coinvolgimento di Università, Centri di Ricerca Applicata, Media, Regioni, Amministrazioni Comunali, Aziende.

Questa scelta nata come emendamento è stata fatta propria al Senato dal relatore di maggioranza della legge di bilancio ed è diventata legge pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 29 dicembre. Nei tre passaggi parlamentari non ha avuto né obiezioni né proposte di modifica. Con il parere favorevole del Governo e della Ragioneria dello Stato, l’Italia si avvia in una strada che può farle superare il ritardo accumulato nei confronti degli altri Paesi dell’Unione Europea.

Dare un senso digitale italiano alla qualità creativa, sociale e produttiva, residente in ogni Territorio raggiunto dalla Banda Ultra Larga non è un obiettivo informatico o solo dell’informatica e questa è già una innovazione.

Come ha detto il Premier Paolo Gentiloni: “in legge di bilancio 2018 abbiamo fatto cose importanti per l’innovazione”.

  • Nazzareno Prinzivalli

    Non entro nel merito della opportunità di concedere un tale finanziamento ad un soggetto privato con un semplice emendamento in Finanziaria.
    Entro, invece, nel merito della proposta.
    I modelli di successo, relativi a settori di economia di un paese che si affermano non solo all’interno ma anche all’estero, non sono mai stati costruiti a tavolino…ma si sono evoluti e “modellati” nel tempo col concorso di svariati fattori non tutti controllabili. E non si vede come possa essere altrimenti. A meno di non tornare, in buona sostanza, ai dettami dell’economia pianificata -> in cosa si sustanzierebbe un “modello digitale”, infatti, se non in un complesso di specifiche e requisiti di massima ai quali ogni azienda dovrebbe adeguarsi???
    Cosa diversa sarebbe mettere il fuoco su alcune storture tipiche del nostro sistema quali i metodi di finanziamento della ricerca o alcuni atteggiamenti deleteri di intervento dello Stato in fase di procurement e, quindi, di influenza sulla crescita di un settore: ma questi sono argomenti di cui si parla da trent’anni almeno…
    Il modello dell’industria del fashion è stato costruito a tavolino? No.
    Tutte le argomentazioni contenute in quest’articolo a supporto del finanziamento appaiono, francamente, forzose e surrettizie.

    • Grazia Solazzo

      Invece io sono curiosa dei criteri trasparenti attraverso i quali vengono distribuite risorse pubbliche. Non ho capito perché una gara di 100 mila euro sia soggetta al vaglio di anac ed invece un affido milionario sia consentito senza che siano resi noti i requisiti per potervi partecipare.
      Sono risorse pubbliche, qualcuno dimentica che non escono dal portafogli personale del ministro o del parlamentare.

  • Mariano Corso

    Ringrazio Alessandro Longo e Mila Fiordalisi per aver dato la possibilità ai responsabili di Isiamed di spiegare le loro posizioni, di poter argomentare le motivazioni per le quali, con un affidamento diretto in un emendamento in finanziaria e senza alcun bando o procedura di valutazione, il loro Istituto si è visto assegnare un finanziamento di 3 milioni. Li ringrazio perché dopo aver dato voce allo sconcerto di chi aveva denunciato l’accaduto come una vergognosa mancia clientelare, era giusto dare anche ai protagonisti la possibilità di difendersi. Un esempio di buon giornalismo, grazie al quale ora abbiamo una maggiore conoscenza della realtà…ma proprio qui sta il punto! La lettura dei pezzi di Pier Domenico Garrone ha gettato me, come credo chiunque si occupi seriamente di digitale e abbia a cuore il nostro Paese, nel più totale sconforto! Nessuna sostanza, nessun piano di azioni, ma solo slogan e luoghi comuni che denotano idee confuse e una totale mancanza di rispetto nella capacità di discernere dei lettori. Mi sono sentito intellettualmente offeso. I cinici continueranno a ripetere che è normale, che è ipocrita scandalizzarsi, perché di operazioni alla Isiamed ce ne sono e ce ne saranno tante, perché la politica è compromesso… Io non ci sto! Sono contento che esistano i social e che esistano giornali che possano aiutarci a formarci una nostra opinione, a protestare e a chiedere conto. Sarò un inguaribile ottimista, ma continuo a tifare perché il nostro Paese cambi!

  • Gianni Penzo Doria

    A noi Dirigenti pubblici fanno le pulci per spese sotto soglia comunitaria, anche per qualche migliaio di euro.
    Voi, invece, senza progetti (quanto scritto nell’articolo è totalmente privo di concretezza) e senza bando aperto alle imprese e al mondo universitario e della ricerca scientifica, prendete tre milioni di euro di soldi pubblici per diffondere il digitale? Lieto di essere smentito, anche in futuro. A noi la politica racconta che l’innovazione si fa a costo zero. C’è scritto praticamente in tutte le norme sul digitale, si chiama invarianza finanziaria. E poi leggo queste notizie capaci solo di indignare, di cui non riesco a capacitarmi, nel metodo (un emendamento, che salta a piè pari le norme sulla concorrenza, ad esempio) e nel merito (non è questa l’Italia del digitale) se non per cercare di continuare a difendere il nostro Paese da una sciatteria del genere!

    • Fernanda Giasone

      Grande!

  • Michele Gorga

    Non mi risulta che siano igienicamente sostenibili gli affidamenti diretti a soggetti privati di denaro pubblico.
    Neanche per legge si dovrebbe fare. Mi chiedo, poi, a che titolo, progetto, chi lo ha esaminato, chi lo ha proposto,chi ne ha vagliato la fattibilità.
    Siamo oltre le comiche con il il “ringraziamento” di Isiamed, ma si sa oramai tra legale e illegale, giusto e sbagliato non esiste alcuna differenza tutto è consentito, tutto è possibile una sola cosa resta impossibile capire a quale attività per il digitale serviranno tre milioni di denaro pubblico.

  • eleonora lambruschini

    Ma il Commissario dove stava? https://www.youtube.com/watch?v=8j9U54m5Shk
    Queste scelte scellerate possono essere fatte senza il suo avallo?
    La può annullare?

    • Fernanda Giasone

      Sono convinta che non ne sapesse nulla e che anche se lo avessse saputo non avrebbe potuto fare nulla.

  • Giovanni Iozzia

    Quello che colpisce nella vicenda Isiamed è l’innocenza del popolo dell’Innovazione: un limite che però, come dice bene Mariano Corso, può diventare un elemento di forza e permette di dire “io non ci sto!”.

    A parte la confusione fra Istituti, srl e altri giochini che sono abituali nella suburra politica, è stata la parola digitale ad aver fatto scattare il giusto e comprensibile sdegno che è invece ormai assenti in altri casi di assalto al forziere pubblico. È stato ed è un bene. E utile è stato poter leggere su Agenda Digitale il pensiero di uno dei protagonisti del progetto Isiamed che, esponendosi, ci permette di capire che cosa sia quel Pongo romano fra politica e affari che in ogni stagione trova temi e forme diverse per nutrirsi e sopravvivere.

    Il popolo dell’innovazione sembra ignorare quel che accade attorno ai palazzi della capitale e invece dovrebbe sapere, capire. Per poi intervenire con quella capacità di indignarsi che è sempre stata un valore. Ed è ingrendiente imprescindibile per chi vuole davvero fare innovazione, che significa cambiare modelli e processi, anche nella politica.

  • Pingback: Isiamed, chi era costui: tutti i nodi della vicenda | Agenda Digitale()

  • mig021144 .

    Sottoscrivo le osservazioni di Mariano Corso.
    Fluffa e mance neppure sottobanco. Sono operazioni da versamento di bile. Quante se ne annidano nel mare degli emendamenti?

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