il commento

Salari bloccati, Bentivogli: “Ecco gli equivoci da superare”

I salari italiani non salgono da trent’anni. Colpa della produttività bloccata. Per risolvere evitiamo slogan. E il digitale può svolgere un ruolo per sbloccare la situazione

15 Giu 2022
Marco Bentivogli

Base Italia

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In Italia anche il grande pubblico si è accorto che i salari sono stagnanti dagli anni 90, unico caso nei Paesi industrializzati, e gli economisti attribuiscono la causa a una produttività – intesa come valore prodotto per ora di lavoro – anch’essa stagnante.

Aumentare i salari? Attenti alle semplificazioni

Corretto che il dato preoccupi: in Europa, l’Italia e la Grecia hanno i livelli più bassi di produttività e al contempo gli orari di lavoro più lunghi e i salari più bassi.

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Questo però dovrebbe spingere, per non scadere nella propaganda, a prendere seriamente il tema e a non limitarsi a chiedere “aumentiamo i salari” senza mai dire come. 

Bisogna superare alcuni equivoci che stanno polarizzando il dibattito allontanandoci da una possibile soluzione.

Il primo problema è il ricorso alle “medie” che mettono insieme territori, taglia dimensionale aziendale, settori, pubblico e privato. In ogni caso, la dinamica salariale europea, segnalata dall’Ocse, per cui dal 1990 ad oggi, siamo l’unico paese europeo con un segno negativo (-2,90%) rappresenta certo è una media… ma in 30 anni, quanto emerge, è inaccettabile.

I nodi di più difficile soluzione sono sempre quelli su cui siamo tutti d’accordo (perché la soluzione, poi, è sempre nelle tasche di altri). Chi è contro l’aumento dei salari? Nessuno. Esattamente come le mitiche “riforme”. Nessuno è contrario, eppure…

Come gli accordi, sono innocui a meno che ogni parte, in nome di un equilibrio più avanzato ed equo, sacrifichi qualcosa e assuma qualche impegno vero. E a favorire l’impaludamento del dibattito è proprio la confusione tra causa ed effetto, tra mezzi e fini: Il reddito di cittadinanza non è certo causa del basso tasso di occupazione ma neanche un antidoto ai bassi salari. Bisogna fare in modo che sia uno strumento efficace contro la povertà e che quest’ultima non sia una condanna a vita. Al momento le politiche attive creano lavoro solo per gli esperti di politiche attive. Sarebbero importantissime se fossero opportunità vere.

Salario minimo?

Il salario minimo può avere un effetto sul lavoro povero, quello non coperto dal campo di applicazione della contrattazione collettiva (de iure o de facto) e non deve essere in concorrenza con essa. In ogni caso, aumentare i salari e combattere il lavoro povero sono due problemi seri ma non coincidenti.

Sicuramente, abbiamo un problema di ampiezza del cuneo fiscale (per semplificare la distanza tra il lordo e il netto) che è mediamente dieci punti sopra la media europea. L’Irpef ha aliquote troppo alte e pagate da troppi pochi italiani.  Al netto di tutte queste considerazioni, i nostri salari sono troppo bassi e il lavoro è l’ambito dell’economia più tassato. A questo si aggiunge una difficoltà, diffusa nel pubblico ma anche nel privato ad affrontare la questione “produttività”, a confonderla con altro, proprio per non affrontarla.

Produttività stagnante

In Italia dal 1999 al 2019, il Pil per ora lavorata in Italia è cresciuto del 4,2 per cento, mentre in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2 e del 21,3 per cento. La produttività totale dei fattori, un indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di un’economia è diminuita del 6,2 per cento tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo.

La produttività dipende da ciò che avviene dentro i cancelli delle fabbriche o negli uffici, ma anche dal contesto. Se tutto ciò che c’è attorno al lavoro non funziona, prendersela con il fattore lavoro è singolare. In Italia la produttività del lavoro non cresce per il gap di avanzamento tecnologico, e di formazione del lavoro, taglia dimensionale media troppo piccola, e un numero di imprese “zombie” tra i più alti (quelle a rischio fallimento) e differenziata (ma mediamente alta) inefficienza dello Stato. A questo si aggiunge uno dei mercati del lavoro con le più alte disuguaglianze d’Europa. Crescono gli inattivi e i contratti atipici, soprattutto quelli più insidiosi: i “part-time obbligatori”.

Per anni l’equazione produttività stagnante a causa del “costo del lavoro”, ovvero di salari troppo alti, ha tenuto in scacco il dibattito e le politiche su dati di fatto che non erano tali. Se vediamo invece il Clup (costo del lavoro per unità di prodotto), il salario ha bassissima incidenza, in luogo di altri fattori, tra cui appunto, la taglia dimensionale d’impresa. Nelle aziende sopra i 200 dipendenti abbiamo un Clup sui livelli di quello del fortissimo Baden Wurtemberg tedesco, sotto i 20 dipendenti abbiamo un clup altissimo e insostenibile.

Come aumentare la produttività

  • Il primo tema è generare produttività e su questo favorire crescita delle imprese e dotarsi di un’infrastruttura di generazione e trasferimento tecnologico simile al Fraunhofer tedesco.
  • E poi rivoluzionare i sistemi di inquadramento professionale e di maggiore qualificazione dei lavoratori.

In Italia la professionalità non la si valorizza e men che meno la si paga. Stimolare accordi sulla produttività a livello di azienda o territorio(da non con confondere con timbri per defiscalizzazione). Incidere davvero sui colli di bottiglia come l’inefficienza delle pubbliche amministrazioni. Un conto è difendere il potere d’acquisto ma distribuire la produttività secondo medie nazionali immobilizza i salari. Tutto ciò, fa di noi un paese che distribuisce male la ricchezza che genera. E si fanno politiche sbagliate. Le disuguaglianze crescono e quel che è più inaccettabile è farle crescere con denaro pubblico.

Un esempio recentissimo? Un policy brief che l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) ha dedicato al ruolo degli incentivi all’occupazione nel 2021.

Bene, anzi malissimo: gli incentivi messi messi in campo dallo Stato a favore delle imprese hanno portato, nel 2021, all’attivazione di circa 1,7 milioni di contratti sui 7 milioni complessivi (il 24% del totale).

Tuttavia, questi incentivi hanno prodotto più lavori a termine e part time (44%), spesso non frutto di una scelta del lavoratore ma da un’imposizione del datore di lavoro, in particolare per le donne

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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