Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

il commento

La crisi del lavoro nel capitalismo digitale: i trend economici

Adesso anche la World Bank (Banca Mondiale) e l’OECD (Ocse) lanciano l’allarme sui crescenti squilibri nel mercato. Dove si scopre che il digitale sta favorendo trend negativi per i lavoratori e i redditi. L’innovazione non sta portando a benefici diffusi sui cittadini. La soluzione richiede nuova politiche sociali

01 Mag 2019

Mauro Lombardi

Scienze per l’Economia e l’Impresa, Università di Firenze


 Sia detto senza enfasi, ma raramente la ricorrenza del primo maggio 2019 può segnare un momento importante del XXI secolo. Questa affermazione è motivata dalla convinzione che stia lentamente maturando, ma gli auspici sono per un’accelerazione a quella della diffusione delle ICT, la consapevolezza di essere di fronte ad uno snodo fondamentale dell’evoluzione tecno-produttiva e socio-economica.

Il momento cruciale è determinato anche dal convergere di alcuni macro-trend globali, che sono all’origine di passaggi storici, precisi, i quali a loro volta esigono scelte strategiche, sulla base di un cambiamento sostanziale dei modelli teorici e degli approcci con cui sono stati finora affrontate la rivoluzione informatica, quella in atto dell’Intelligenza Artificiale, quella (probabile?) della computazione quantistica e dell’editing genetico.

L’allarme di World Bank e OECD

Può sembrare paradossale, e in parte lo è, che ad accorgersi della necessità dei mutamenti indicati siano organismi internazionali come La World Bank (Banca Mondiale) e l’OECD (Ocse), efori negli ultimi decenni dell’economia di mercato, della globalizzazione e della dinamica tecnologica con documenti a sostegno di flussi con barriere minime e limiti sempre meno cogenti.

Eppure sembra avvenuta una svolta radicale, leggendo recentissimi elaborati di analisti di questi organismi, le cui conclusioni convergono in modo piuttosto evidente con quanto viene sostenuto da tempo in sede di International Labour Organization (ILO) e di organizzazioni sindacali europee e statunitensi (si vedano ad esempio i documenti disponibili sul sito web dell’AFL-CIO).

A dire il vero già da un paio di anni l’OECD e più recentemente la World Bank sembrano aver cambiato significativamente sia l’interpretazione del quadro evolutivo globale e delle sue implicazioni, sia l’orientamento strategico secondo cui intervenire. In questa sede ci soffermeremo sull’OECD e alcuni suoi documenti, appena pubblicati circa il “futuro del lavoro” e le decisioni ritenute necessarie per fronteggiare sfide epocali.

E’ doverosa, però, una breve premessa. Uno dei paradossi più rilevanti dell’era attuale è il seguente: siamo in presenza di un potenziale tecnico-scientifico ed economico-produttivo senza pari nella storia umana, eppure non solo molti Paesi emergenti sono lontani dal poterne beneficiare, ma anche parti crescenti delle popolazioni dei Paesi più ricchi vivono in condizioni di povertà oppure sono in forte regresso socio-economico.

L’area di Los Angeles denominata The Jungle, le periferie parigine e di molte città italiane ne sono una manifestazione tangibile. Un altro elemento che connota l’era odierna è il senso diffuso di incertezza e insicurezza circa il posto di lavoro, l’ottenimento delle prestazioni sociali ottenute nei decenni del secondo dopoguerra, l’insoddisfazione per le condizioni di vita sempre più precarie. Tutto questo avviene nonostante gli evidenti progressi nel campo sanità, l’allungamento dell’aspettativa di vita, l’enorme aumento dei beni a disposizione, la possibilità di viaggiare e accedere a informazioni di tutto il mondo.

Questi temi costituiscono, per così dire, il background dell’OECD, Employment Outlook, 2019, d’ora in poi EO), dove sono indicati tre mega-trend, che influenzeranno l’economia mondiale, per la quale è al tempo stesso previsto un rallentamento nel prossimo biennio.

Dinamica tecnologica, globalizzazione e invecchiamento della popolazione produrranno in molti Paesi sfide, che occorre affrontare con misure innovative, e nuove modalità di intervento pubblico, in modo da evitare il consolidarsi di aspettative di un futuro distopico per l’occupazione e le condizioni di vita.

La visione distopica, aggiungiamo noi, è un fattore endogeno di auto-distruzione, perché induce la perdita di fiducia in noi stessi, nella società e nelle istituzioni, minando così le basi della convivenza civile e della tenuta sociale di un Paese.

Il trend della dinamica tecnologica

Il primo mega-trend è costituito dalla dinamica tecnologica (robotizzazione, IA, pervasività delle nuove tecnologie, editing genetico con il CRISPR. Dopo molti studi che negli ultimi anni hanno descritto la fine del lavoro (Rifkin), oppure la perdita di quasi metà dei posti di lavoro esistenti (Frey e Osborne, 2013, 2017), l’EO offre una valutazione rassicurante.

Il rischio di una elevata disoccupazione tecnologica non è alto. Le stime a questo proposito indicano che solo il 10% delle occupazioni sono a rischio di completa automazione, quindi ben al di sotto degli scenari quasi apocalittici.

Bisogna comunque rilevare che l’alone di incertezza su tali stime è ampio ed è anche dovuto a differenti metodologie d’indagine: Frey e Osborne analizzano le tipologie di occupazione, mentre le ricerche in ambito OECD prendono in considerazione il fatto che non tutte i task e le operazioni all’interno di una tipologia possono essere immediatamente automatizzate.

Viene poi effettuata una opportuna considerazione di carattere generale: il fatto che vi sia una tecnologia non implica che essa venga necessariamente adottata e al tempo stesso gli effetti dipendono dal contesto in cui ciò eventualmente si realizza.

Ad esempio, il processo di automazione probabilmente porterà a cambiamenti strutturali più significativi nei Paesi Emergenti, dove una larga parte delle lavorazioni è ancora prevalentemente di natura meccanico-ripetitiva. Si pone allora una prima questione di carattere più generale: gli avanzamenti tecnologici e le loro implicazioni non seguono una logica deterministica, bensì dipendono dalle scelte strategiche che gli attori socio-economici.

Questa affermazione, non infrequente nella lettera tecnico-scientifica soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, pervade finalmente anche l’EO 2019, come vedremo tra breve, fino all’essere implicitamente assunta nelle strategie proposte.

C’è infatti un punto da mettere in rilievo nel linguaggio dell’EO (p. 21): “sono le forze di mercato che guidano i prezzi relativi di capitale e lavoro a svolgere un ruolo importante nel determinare la profittabilità dell’investimento in tecnologie sostitutive di lavoro”. Sul “ruolo delle forze di mercato” torneremo tra breve.

Introduciamo ora un altro elemento fondamentale: nell’EO viene delineato lo scenario di una contraddizione, anche se questo termine non viene impiegato: il progresso tecnologico potrebbe migliorare la qualità del lavoro, aumentare produttività e remunerazioni, ridurre la rischiosità e l’insalubrità, favorendo al tempo stesso scelte migliori in termini di condizioni di vita e di lavoro.

Accade invece che prevalga l’instabilità delle forme di lavoro non standard, che vanno ben oltre la cosiddetta “gig-economy”: contratto temporaneo di durata molto breve, senza garanzie e con ore di lavoro non predeterminate (anche a chiamata e a zero ore di lavoro); varie modalità di self-employment, false forme di quest’ultimo, che mascherano lavoro dipendente.

A ciò va anche aggiunto che l’impatto delle nuove tecnologie sul controllo e l’autonomia del lavoratore può essere molto negativo, con il rischio di aumento dello stress, ulteriormente rafforzato dalla competizione internazionale sui prodotti e sullo stesso ottenimento delle prestazioni in attività lavorative ottenibili in rete, con il risultato finale di una “race at the bottom” in termini di standard di qualità delle stesse prestazioni.

Occorre precisare due elementi: 1) vi sono anche aspetti positivi, dal momento che per alcune tipologie di attività ad elevata qualificazione, quantitativamente di entità molto ridotta, le forme non standard possono essere preferite e consentire un migliore equilibrio tra vita e lavoro. 2) La realizzazione del potenziale delle nuove tecnologie è molto eterogenea dal punto di vista geografico e attiene a numerosi fattori: politico-istituzionali e normativi, modelli culturali ed etici, rapporto di forza nelle relazioni sociali (le forze di mercato accennate all’inizio).

Quel che è certa, però, in questo scenario è la stagnazione dei salari nei Paesi OECD, passati da una crescita del salario orario del 4,8% in media in termini nominali durante gli anni pre-crisi al 2,1% nel periodo post-crisi, mentre l’aumento in termini reali è stato dell’1%.

E’ la conseguenza logica del progressivo prevalere delle nuove forme di lavoro e del diffondersi di occupazioni a bassa remunerazione. Il digitale favorisce la nascita delle prime e tende a soppiantare i lavori di media retribuzione.

E’ bene tenere presente che, contrariamente a quello che si pensa sulla base dell’impatto mediatico-editoriale, l’incidenza sull’economia delle piattaforme digitali è molto bassa: essa riguarda il 2% circa della popolazione adulta, mentre sono in aumento nei Paesi OECD sia l’occupazione temporanea che quella part-time (rispettivamente Figg. 2.9 e 2.10, EO, 2019)

Il trend della globalizzazione

Veniamo ora al secondo mega-trend, ovvero la globalizzazione. Gli studi in ambito OECD escludono che il mix di digitalizzazione e globalizzazione abbia ridotto i posti di lavoro, che anzi sono aumentati su scala complessiva, dato che la “distruzione” di attività è stata compensata dalla creazione di nuove. Il tasso di occupazione (occupati sul totale della popolazione in età lavorativa) è aumentato quasi dappertutto, in sintonia con la parallela crescita della domanda e dell’offerta (EO, 2019, Fig. 5)

Invecchiamento della popolazione

E’ inoltre accaduto che molto probabilmente il terzo mega-trend, cioè l’invecchiamento della popolazione, che interessa ormai anche la Cina, sta per causare la mancanza di manodopera qualificata e al tempo stesso uno shift ulteriore verso la domanda di servizi, mentre la crescita della popolazione globale e i mutamenti qualitativi della composizione di domanda e offerta di lavoro generano inevitabili spinte migratorie.

Si pensi al fatto che oltre metà della popolazione della Silicon Valley con titoli di studio universitari STEM (science, technology, engineering, mathematics) è di origine non statunitense (Melville et al., 2018).

Il connubio tra digitalizzazione e globalizzazione genera ansietà e incertezza per i cambiamenti che si sono prodotti sul mercato del lavoro, nonostante alcune forze endogene potrebbero portare alla creazione di nuova occupazione:

  • nuove funzioni connesse alla diffusione delle tecnologie.
  • Crescita della produttività e quindi diminuzione dei prezzi al consumo, con stimoli alla domanda.
  • Riduzione del costo degli input per molte attività economico-produttive, quindi spinte verso una maggiore produzione (Acemoglu e Restrepo, 2017, 2018).

Tre paradossi

Astraiamo per un momento dalle linee di analisi sviluppate nell’EO e riflettiamo su questi elementi: 1) ampio sostegno della Banche Centrali dei maggiori Paesi del mondo mediante grandi volumi di moneta immessa sui mercati. 2) Diffuso impiego di nuove tecnologie in quasi tutti i Paesi OECD. 3) Disoccupazione a livelli complessivamente modesti, con gli USA in quasi piena-occupazione.

A fronte di tali elementi abbiamo: 1) stabilità dei prezzi, nonostante le enormi iniezioni di moneta. 2) Le nuove tecnologie non sembrano riuscire a far realizzare i livelli di produttività dei decenni trascorsi (cosiddetto “produyctivity paradox”). 3) Il mercato del lavoro non presenta al momento tensioni di livello tale da far ipotizzare pressioni per un aumento dei salari.

La situazione può sembrare paradossale, ma non lo è e può essere associata al paradosso indicato all’inizio, cioè la contraddizione tra potenziale tecnico-scientifico-produttivo e la mancata generalizzazione di effetti benefici sulla popolazione.

Gli studi OECD descrivono in modo sintetico ed efficace fenomeni, a dire il vero già presenti in analisi di economisti e sociologi eterodossi, quali: stagnazione dei salari (prima indicata); declino dell’occupazione manifatturiera; polarizzazione funzionale, tecnico-cultural, retributiva e sociale (EO, fig. 2.14)

I posti di lavoro occupati dopo periodi di disoccupazione sono per lo più a bassa intensità di conoscenza, bassi livelli retributivi per persone di tutti i livelli di età, quindi anche per giovani con titoli di studio medio-alti (laurea e post-laurea).

Il declino della classe media e del reddito da lavoro

Uno degli effetti generati dalla dinamica tecno-economica degli ultimi tre decenni, con un’accelerazione nell’ultimo, è il declino dei lavori a medio reddito, connesso alla riduzione della quota del reddito nazionale andato ai lavoratori. Le cause di tutto ciò sono individuate dagli studi preparatori dell’EO più nel progresso tecnologico che nella globalizzazione (pp. 66 e segg.).

Due correlati del fenomeno indicato è lo “schiacciamento” (squeezing) delle attività lavorative middle skills e l’ampliamento consistente di quelle low skills.

Il fatto che il declino relativo dei middle skills jobs non abbia portato ad una sostanziale riduzione della quota di reddito percepita dai lavoratori della classe media è dovuto allo slittamento verso il basso, cioè a retribuzioni medie, dei compensi di lavoratori con high skills (EO, 2019, p. 67). D’altra parte il gap crescente tra ricchezza prodotta e potere di acquisto dei lavoratori non può essere messo in dubbio, dato il disallineamento tra produttività e salario reale (EO, 2029, Fig. 2.15)

Alla luce della disamina svolta è legittimo chiedersi quali possono essere le radici delle asimmetrie emergenti e se è possibile rimediarvi.

La crisi di potere dei lavoratori

A questo riguardo rientrano in gioco il disequilibrio tra le “forze di mercato” citate all’inizio. L’EO pone infatti l’accento sul cambiamento dei rapporti di forza sul mercato del lavoro, con la perdita di forza contrattuale dei lavoratori:Has the balance of power between bosses and workers tipped too far?” (p. 29). La risposta è affermativa: sul mercato del lavoro si è creata un’asimmetria così elevata da rasentare forme di monopsonio, cioè di monopolio dal lato della domanda di lavoro, fino al punto di generare diminuzioni dei livelli salariali e di tutela delle condizioni di lavoro (EO, p. 30, De De Loecker e Eeckhout, 2017).

Il potere di contrattazione è nelle mani dei datori di lavoro, con un disequilibrio in entità tale da essere nocivo per le stesse imprese e i modelli di business.

Lo squilibrio limita infatti il potere d’acquisto dei lavoratori-consumatori; ne risulta che l’aumento della produttività, favorita dalla tecnologia, resta solo potenziale poiché non può essere sostenuta dalla domanda.

C’è quindi una riduzione dell’efficienza e freno ad una migliore utilizzazione delle potenzialità innovative.

Lo società, così, rischia di implodere

Quattro direttive globali per curare il mercato

Nella visione dell’OECD lo squilibrio di potere all’interno del mercato del lavoro come una delle sfide a cui rispondere con un’Agenda strategica per la transizione, le cui direttrici possiamo così sintetizzare:

  1. Occorre realizzare un modello di crescita più inclusivo e sostenibile dal punto di vista socio-economico ed ambientale.
  2. Al centro delle politiche pubbliche devono essere strumenti per realizzare la transizione di larga parte della popolazione da lavorazioni tradizionali (competenze superate) ad altre attività, con nuove competenze, lungo tutto l’arco della vita.
  3. L’azione pubblica richiede a whole of government approach (p. 74), ovvero “engaging with social partners and civil society. In sostanza viene esplictamente proposto un nuovo dialogo sociale.
  4. Bisogna introdurre nuove forme di protezione sociale e sostegno al riequilibrio tra datori di lavoro e lavoratori sostenendo la contrattazione collettiva e rafforzando la sindacalizzazione, estesa alle forme di lavoro non standard. (EO, Cap. 4). Come si vede si tratta di una regolamentazione del mercato del lavoro tale da ricordare normative e istituzioni da tempo abbandonate in una parte dei Paesi Occidentali.

Tutto questo è in perfetta sintonia con quanto si sostiene in documenti della World Bank sulla necessità di ridefinire il contratto sociale (World Bank, 2018, 2019) e dall’International Labour organization (ILO, 2019).

Un nuovo contratto sociale per superare l’era della grande incertezza

BIBLIOGRAFIA

Acemoglu, D. and P. Restrepo (2018), “The Race between Man and Machine: Implications of
Technology for Growth, Factor Shares, and Employment”, American Economic Review, Vol. 108/6, pp. 1488-1542

Acemoglu, D. and P. Restrepo (2017), Robots and Jobs: Evidence from Us Labor Markets, https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2941263

De Loecker, J. and J. Eeckhout (2017), The Rise of Market Power and the Macroeconomic
Implications, National Bureau of Economic Research, Cambridge, MA

ILO, 2019, Work for a brighter future, January

World Bank, 2018, Productivity Revisited. Shifting Paradigms in Analysis and Policy, autors A.P. Cusolito and W. F. Maloney

World Bank, 2019, The Changing Nature of Work World Development Flagshig Report

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 4