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diseguaglianze e lavoro

Un nuovo contratto sociale per superare l’era della grande incertezza

Siamo alle soglie di un universo tutto da inventare e esplorare, fonte di entusiasmo e frustrazioni, conquiste e sconfitte, ma senza un maggiore equità è arduo ipotizzare la riacquisizione della fiducia, collante fondamentale del vivere civile. Vediamo su quali basi ripensare il contratto sociale e perché fare in fretta

01 Mar 2019

Mauro Lombardi

Laboratorio di Economia dell’Innovazione L.E.I “Keith Pavitt” (PIN-UNIFI)


Proprio nel momento storico in cui il potenziale tecnico-scientifico ed economico-produttivo consentirebbe di superare molte difficoltà e problemi basilari per la convivenza civile, stiamo assistendo al progressivo sgretolamento dei tradizionali capisaldi del contratto sociale post-bellico (occupazione stabile, welfare, sistemi di protezione socioeconomica).

Viviamo in un’epoca caratterizzata dall’incertezza su più livelli, ma soprattutto sul fronte del lavoro e dal punto di vista geopolitico. Per questo, dopo aver esaminato le sfide e i paradossi di quest’era, proveremo a riflettere sulla necessità di ripensare, e su quali basi, il contratto sociale.

L’era dell’incertezza

L’epoca attuale viene definita in molti modi: information age, knowledge-based society, innovation-based economy, e così via. Cerchiamo allora di mettere in risalto aspetti che la connotano.

L’ubiquità dei dispositivi che elaborano informazione, la connettività globale e l’aumento esponenziale della capacità computazionale a disposizione di ognuno stanno generando un ambiente denso di incertezze. Nuovi problemi sono individuati e risolti, nuove soluzioni a problemi tradizionali sono escogitate. L’intensità e l’estensione della dinamica innovativa sembrano non incontrare ostacoli: dalla creazione di nuovi materiali all’incessante variazione dei prodotti, nessuna conoscenza acquisita rimane stabile per lungo tempo. La possibilità di inscrivere negli oggetti e nei processi la conoscenza umana rappresentata mediante algoritmi, fa sì che le sequenze di istruzioni stabilite generino continuamente nuove informazioni, quindi un ampliamento delle conoscenze, che a sua volta retroagisce sui dispositivi esistenti con sistemi di software sempre più potenti e sofisticati.

L’effetto diffuso è la rincorsa continua di nuovi prodotti, materiali, funzionalità mediante l’esplorazione di più spazi di conoscenza, che vadano oltre la frontiera di ciò che è conosciuto.

In qualsiasi campo imprese e organizzazioni si trovano a operare in contesti dove non vi sono orizzonti stabili per un periodo definito e prolungato nel tempo, quindi la profittabilità e la sopravvivenza, se persistono, sono sempre circondate da un alone di incombente precarietà. È necessario uno sforzo continuo per non vedere erosa la propria competitività, per non essere marginalizzati e quindi espulsi dalla competizione.

La stessa funzione imprenditoriale è messa in discussione, dal momento che cambia profondamente la morfologia delle imprese, per le quali è impossibile avere all’interno tutte le competenze necessarie per governare processi e prodotti multi-technology, resi complessi dall’arrivo di flussi informativi molteplici e imprevedibili.

Ecco allora che anche le funzioni manageriali tendono ad acquisire nuove caratteristiche e richiedono capacità di coordinamento strategico e operativo, alta propensione alla sperimentazione.

La persona al centro dello sviluppo tecnologico: le sfide della società digitale

L’ingresso nelle experimental societies

Siamo entrati, oppure entreremo tra breve, nelle experimental societies (World Bank, 2018, Cap. 4), dove è necessario “thinking entrepreneurs as a process of experimentation … an experimental process requires a greater focus on how individuals process information and perceive, tolerate, and manage risk as well as on the framework institutions that support this process” (p. 69). Questa affermazione vale per le economie avanzate, come sostengono Eliasson (2005) e Johansson (2010), e per quelle emergenti (World Bank, 2018, Cap. 4).

Fattori cruciali sono la cultura personale e dell’ambiente in cui ci si forma, il ruolo dei tratti psicologici e caratteriali (quali la pazienza e la propensione al rischio), ma soprattutto l’abilità di individuare potenzialità e opportunità, rispetto alle quali mettere in moto energie individuali e collettive, facendo interagire in modo dinamico le competenze appropriate.

Tutto questo è necessario per confrontarsi in un ambiente competitivo, dove la trasformazione si autoalimenta con feedback ripetuti e cumulativi: maggiore è la spinta verso la combinazione di differenti tecnologie per creare nuovi output, funzionalità e risolvere problemi, più forte è l’esigenza di coordinamento strategico tra attività esplorative in diversi campi di conoscenza. In sostanza, un’incessante attività di scanning dell’orizzonte, seguita dalla scoperta di possibilità da sperimentare, in situazioni in cui le unità economico-produttive non sono più compatte, bensì entità dai confini “permeabili”, flessibili a seconda delle altre entità (imprese, centri di ricerca, Istituzioni) con cui interagire in modo più o meno stabile, al fine di raggiungere determinati obiettivi progettuali di innovazione.

Uno scenario generatore di incertezza

È pertanto del tutto comprensibile che lo scenario odierno, imperniato sull’accelerazione innovativa, sia generatore d’incertezza diffusa, anche se in molti casi questa si accompagna ad uno slancio entusiastico verso la ricerca e la scoperta di novità. Resta, però, la fondamentale instabilità dei processi produttivi, soggetti a fattori non prevedibili, connessi a continui avanzamenti delle conoscenze.

L’incertezza, appena descritta a proposito della funzione imprenditoriale, investe necessariamente anche il lavoro, in quanto esso è il correlato più diretto delle trasformazioni che investono l’impresa e i processi di produzione di beni e servizi.

È chiaro, infatti, che i profondi mutamenti in atto, sintetizzati nella cosiddetta rappresentazione digitale di processi e prodotti dalla nano-scala alla scala ordinaria, comportano radicali ed estesi cambiamenti delle competenze degli addetti. Molti compiti e funzioni lavorative saranno eliminati o sostanzialmente modificati, mentre altri saranno creati in conseguenza della grande espansione dell’universo informativo.

Tutto dipenderà da come e quanto si svilupperà l’universo fisico-cibernetico, cioè l’intreccio dinamico tra processi fisici e strumentazioni hardware-software di controllo, tra relazioni interagenti socioeconomiche e loro rappresentazioni digitali. È logico ipotizzare, anche se è da ritenere un po’ azzardato fare previsioni quantitative troppo mirate, che siano destinate ad aumentare le esigenze di contenuti professionali e competenze in tema di progettazione e controllo diretto dei processi, protezione contro attacchi informatici, governo di supply-chain multimodali a scala globale e con regolamentazioni, discipline e standard diversificati.

Nessun lavoro è al sicuro

Tutto ciò ovviamente si aggiunge alle competenze di alto livello, necessarie per creare ontologie informatiche, cioè il mondo cibernetico popolato da agenti artificiali che devono dialogare tra loro e con gli umani sulla base di una molteplicità di linguaggi e modalità espressive. Come è chiaro, siamo sulle soglie di un universo tutto da inventare e da esplorare, fonte di entusiasmo e frustrazioni, di conquiste e sconfitte.

Proliferano stime sull’entità e sulle dimensioni delle trasformazioni del mondo del lavoro, dall’articolo di Frey e Osborne (2013, 2017) alle più recenti, pubblicate da World Economic Forum (2018). Al di là della fondatezza o meno dell’analisi prospettica e dei conseguenti calcoli, oltremodo ardui in un mondo caratterizzato da modificazioni così rilevanti, resta e viene immediatamente percepito il senso di incertezza sulla solidità delle posizioni lavorative ad ogni livello e in ogni ambito, le cui basi cognitive ed esperienziali possono essere erose da un momento all’altro.

La dinamica delle competenze non è più prevalentemente basata, come avveniva in passato, sull’accumulo esperienziale di conoscenze sul posto di lavoro, bensì soprattutto sull’acquisizione di informazioni e saperi in domini conoscitivi che rigenerano senza sosta. Se a tutto questo aggiungiamo, poi, i flussi internazionali di prodotti e la natura multi-scalare dei cicli economico-produttivi, distribuiti simultaneamente su più Paesi, si comprende come l’incertezza aumenti e produca insicurezze, minando alla base la fiducia, fondamenta della società e del vivere civile.

Quadro geopolitico e slowbalization

In un mondo interconnesso a livello internazionale l’upgrading tecnico-produttivo, oramai un fatto evidente e analizzato (World Bank, 2018), mette a repentaglio imprese, posti di lavoro e relazioni economico-sociali in interi agglomerati territoriali, tradizionalmente ritenuti molto solidi. Il quadro, già problematico, viene ulteriormente appesantito da quanto accade sul piano geo-politico: la fine della guerra fredda fa emergere un mondo “multipolare”, al cui interno si confrontano un insieme di macro-entità consolidate (USA, Cina, Russia, Giappone, Corea), altre in continua “ebollizione” (India, Indonesia, Pakistan, Brasile, Medio Oriente). Tutto questo amplifica il senso diffuso di incertezza relativa al presente e all’immediato futuro, proprio mentre la globalizzazione sta rallentando vistosamente (si veda The Economist 29-1-2019, Slowbalisation, p.9, e The Global List, pp. 17-20) a causa di alcuni fattori: cambiamenti strategici delle multinazionali, crescita dell’autonomia strategica nell’ambito delle economie emergenti, aumento di rivalità regionali e interregionali, mutamenti nella composizione dei settori economico-produttivi a livello nazionale e internazionale.

Un’era di paradossi

In questo scenario balzano agli occhi alcuni apparenti paradossi. Il primo è dato dal fenomeno, su cui si sono sviluppati un rilevante numero di studi e analisi: il rallentamento della produttività nella seconda metà del secolo scorso e nei primi anni del XXI secolo, nonostante l’onda crescente del decennio ’90 (Fig. 1)

Fig. 1: Fonte: World Bank, 2018

Com’è possibile che tutto ciò accada proprio mentre è convinzione generale che siamo nel pieno di una rivoluzione tecnico-scientifica, incentrata sulla diffusione dell’Intelligenza Artificiale e l’aumento esponenziale della potenza computazionale distribuita? La letteratura economica non offre una risposta condivisa, anzi vi sono differenti filoni interpretativi, sintetizzati molto bene nel Cap 1 di World Bank (2018). Un consistente numero di studiosi ritiene che vi sia un problema di carente misurazione (mismeasurement hypothesis) della produzione dei Paesi, perché gli strumenti analitici impiegati non catturano il contributo all’attività economica derivante dall’impiego delle tecnologie dell’informazione. Questa ipotesi interpretativa ha numerose varianti: oltre agli schemi analitici inadeguati, alcuni pongono l’attenzione alla lentezza inevitabile con cui si sviluppano le attività intangibili, complementari all’introduzione delle Tecnologie dell’Informazione, cioè nuove competenze a molti livelli, le cui stime sono distorte dall’utilizzo di concetti standard, quali la produttività totale dei fattori (TFP total factor productivity, su cui si basa praticamente il 100% delle pubblicazioni dei centri di ricerca internazionali) (Brynjolfsson et al., 2017).

Altri ancora (De Loecker et al., 2018) mettono l’accento sull’evoluzione dei mercati e la concentrazione del potere di mercato in forma di oligopoli o monopoli, che influiscono sulla distribuzione di salari e profitti. Questi ultimi sono peraltro dislocati in Paesi a più bassa imposizione fiscale, dando così origine al fenomeno della tax avoidance, cioè l’elusione fiscale a livello internazionale, diffusa in molte attività economico-produttive grazie al diffondersi di reti produttive globali e di piattaforme digitali (ICRICT, 2019, per le proposte di riforma per ridurre questa fonte di enormi profitti).

Connettività globale e crescita della potenza computazionale hanno quindi inizialmente favorito l’erosione di barriere competitive di varia natura (manageriali, culturali, legali, istituzionali), per crearne di nuove, dovute all’emergere di organizzazioni con potere di mercato. Questi fenomeni in effetti non spiegano il generale rallentamento della produttività e lasciano quindi perplessi altri analisti, che avanzano suggerimenti puntuali per migliorare le stime (Sylverson, 2018).

E’ però paradossale che, nonostante i notevoli miglioramenti realizzati negli ultimi anni, grazie alla disponibilità di enormi banche-dati, che è possibile analizzare con potenti strumenti micro-analitici, non si riesca a spiegare il fenomeno del rallentamento diffuso sia nei Paesi avanzati che in quelli emergenti (World Bank, 2018, p. 15), nonostante il grande aumento del numero dei ricercatori impiegati nelle attività economiche, aumentati 18 volte dal 1991 ad oggi (Bloom, 20018, p. 18) (Fig. 2)

Fig. 2 Fonte: Bloom et al., 2018, Fig. 4

A questo punto è opportuno sintetizzare gli elementi finora messi in evidenza: in un orizzonte sempre più incerto, emerge un paradosso di fondo, perché l’impiego di una strumentazione fisico-digitale pervasiva e di crescente potenza è associata ad una produttività più bassa di quella ottenuta nei decenni centrali del XX secolo. Si tratta, dunque, di un processo iniziato ben prima della crisi globale del 2007-2008.

Le 10 grandi sfide che le tecnologie potrebbero aiutare a risolvere

Diviene pertanto evidente un ulteriore paradosso: i progressivi, sostanziali avanzamenti tecnico-scientifici costituiscono un enorme potenziale per la risoluzione di grandi problemi che affliggono l’umanità e rimangono insoluti. Intendiamo riferirci a fame (in aumento secondo il Rapporto annuale FAO 2018), siccità, improvvise alterazioni climatiche (che sono espressioni di tendenze di medio-lungo periodo), epidemie, disastri naturali facilmente prevedibili con l’impiego di appropriate strumentazioni. A questi temi si possono poi aggiungere le 10 grandi sfide, che si profilano per l’umanità e che le nuove tecnologie potrebbero contribuire a risolvere (Technology Review, Grand challenges. These are big problems that new technologies might solve, 2-2019, pp. 18-19):

  1. stoccaggio del carbonio,
  2. accumulo energetico grid-scale, cioè insieme di sistemi che catturano energia da molteplici fonti;
  3. vaccino universale contro l’influenza;
  4. trattamento dell’Alzheimer;
  5. disinquinamento degli Oceani;
  6. efficientamento energetico dei processi di desalinizzazione;
  7. predizione dei terremoti;
  8. Intelligenza Artificiale Generale;
  9. auto autonome sicure;
  10. decodificazione” del cervello umano, ovvero risoluzione degli enigmi irrisolti sul suo funzionamento.

Ebbene, queste grandi sfide si ergono di fronte a un sistema globale che, nonostante l’armamentario tecnico-scientifico, appare fuori controllo (Schwab, 2019). La complessità raggiunta da un mondo interconnesso, insieme all’accelerazione innovativa in atto e al superamento dei tradizionali meccanismi di governance globale, fanno sì che al suo interno si generino relazioni di causa-effetto e feedback cumulativi tali da creare dinamiche di stress-crisi sempre più frequenti e rovinose.

Società fuori controllo e skill shift

In molti Paesi, come sostiene Schwab, è diffusa la sensazione di vivere e operare in società fuori controllo. Di qui deriva l’emergere di spinte centripete verso forme di riacquisizione della capacità di gestione a livello locale di processi oramai a scala globale: crisi ecologiche, erosione della fiducia nelle Istituzioni e nelle regole della convivenza civile, lacerazione di relazioni economiche e sociali consolidate per decenni, flussi migratori indotti da forti asimmetrie delle condizioni di vita e da interessi organizzati più o meno espliciti.

Parallelamente l’ubiquitous computing, la digitalizzazione di processi e prodotti e l’Intelligenza Artificiale, come abbiamo prima accennato, stanno cambiando la natura del lavoro (World Bank, 20019).

La diffusione di piattaforme digitali, l’impiego esteso di agenti artificiali in grado di svolgere funzioni cognitive (elaborazione di dati e scenari, in taluni casi anche di set di opzioni e scelte) evidentemente ampliano l’insieme di attività umane sostituibili, aggiungendo incertezze e fattori paradossali ad un mondo già denso di tali elementi. Le stime del numero dei posti di lavoro dove un robot sostituirà umani vanno interpretate come linee di tendenza più che in termini di calcoli esatti. Vale dunque la pena di prendere in considerazione le traiettorie possibili, tralasciando specifiche questioni di dettaglio, la cui realizzazione effettiva dipende da un numero eccessivo di variabili al momento attuale necessariamente incognite.

Iniziamo pertanto con la più che probabile necessità per molti di cambiare occupazione, competenze e abilità, che per brevità riassumiamo nell’usuale espressione skill shift. Esso investe in primo luogo la funzione imprenditoriale, come è stato sottolineato all’inizio, e comporta necessariamente mutamenti di grande rilevanza in molte attività economiche, per non dire tutte.

Vediamo quali possono essere direttrici generali di trasformazione, che poi assumeranno forme ed aspetti specifici, partendo da un visione sui fondamenti degli assetti sociali odierni.

Spunti di riflessione per un nuovo contratto sociale

Non vi sono dubbi sul fatto che l’apprendimento continuo diventerà un asse centrale della vita lavorativa delle persone, che dovranno in ogni caso misurarsi con agenti artificiali, rispetto a cui instaurare rapporti di scambio informativo.

Il processo di apprendimento a sua volta richiede apertura mentale degli attori umani, che dovranno essere in grado di interagire in team, il cui funzionamento dipenderà da tipologie di leadership diverse rispetto a quelle del passato, non più basate sul “comando” nell’esecuzione di un piano prestabilito, bensì sul coordinamento funzionale e cognitivo tra diverse competenze. Bisogna poi mettere in risalto che un tratto fondamentale dell’evoluzione economico-produttiva dipenderà sempre più dalla capacità di esplorare più domini di ricerca in un ambiente competitivo iper-turbolento.

E’ chiara la difficoltà di un compito di coordinamento tra competenze eterogenee al fine di farne convergere i processi conoscitivi su un obiettivo preciso, spesso del tutto ignoto all’inizio. Nella pubblicistica corrente e nel dibattito teorico-politico, specie nel nostro Paese, le riflessioni e il confronto si sono sviluppati con toni drammatici, ponendo al centro quasi esclusivamente il tema della flessibilità dell’occupazione, quindi di fatto trascurando questioni sostanziali, derivanti da uno dei meccanismi propulsori dell’evoluzione tecno-economica odierna: l’interazione dinamica tra conoscenza umana incorporata nelle macchine in forma di sistemi algoritmici, che evolvono senza sosta, e la conoscenza distribuita di miliardi di esseri umani, anch’essi in perenne trasformazione.

Su questa base due punti a nostro avviso meritano di essere posti al centro dell’analisi:

  • quali sono le direttrici generali di mutamento dei contenuti delle prestazioni lavorative?
  • Quali aspetti regolamentari delle relazioni economico-sociali di base è necessario ripensare?

In breve, e senza alcuna pretesa di esaustività, si tratta di riflettere seriamente sulle basi del contratto sociale, posto a fondamento delle nostre comunità.

Direttrici di mutamento delle prestazioni lavorative

Non vi possono essere dubbi sul fatto che il cuore dello scenario attuale sia costituito dallo sviluppo di competenze in grado di creare e governare sistemi di algoritmi che evolvono e, soprattutto, la conoscenza di intere fasce di popolazione, sia nei Paesi avanzati che in quelli emergenti, dove gli avanzamenti tecnologici stanno facendo passi da gigante. L’investimento nella formazione di capitale umano è pertanto decisivo e l’entità delle risorse da impiegare deve essere correlata ad appropriate linee strategiche in materia di formazione. Alla luce delle precedenti considerazioni suggeriamo una serie di direttrici:

  • favorire l’adattabilità individuale e collettiva, attraverso la diffusione di conoscenze trasversali in ambito tecnico-scientifico.
  • Stimolare attitudine e propensione a pensare in termini sistemici nella risoluzione di problemi gerarchizzati (problemi scomposti in sotto-problemi, e così via), sulla base di metodologie e tecniche di rappresentazione astratta ed operativa di processi e prodotti.
  • Fornire strumenti teorico-pratici per affrontare la complessità dei compiti e delle funzioni da svolgere, grazie alla diffusione di strumenti hardware e software, che possono consentire la realizzazione di feedback creativi tra attività creative, processi di simulazione e controllo, meccanismi di verifica dell’efficacia delle soluzioni immaginate.
  • Incentivare comportamenti cooperativi e attitudine allo sviluppo di intelligenza collettiva nella risoluzione di problemi, che è possibile ottenere in un contesto fortemente dinamico solo con il lavoro di team, alimentato dall’interazione virtuosa tra intelligenza individuale e collettiva.
  • Consolidare il lavoro in team con l’analisi sistematica della frontiera mobile (shifting frontier) della dinamica tecnico-scientifica per captare segnali, individuare potenzialità, cogliere opportunità.

Revisione delle strategie formative

Due importanti implicazioni dei punti evidenziati sono il lifelong learning, che significa organizzazione di soft infrastructures in grado di promuovere e realizzare l’adattabilità di occupati e di coloro che non lo sono, e la profonda revisione dei contenuti formativi odierni, dalla scuola primaria a quella universitaria e post-universitaria. Occorrono infatti strategie formative profondamente diverse da quelle del passato, il che non vuol dire l’abbandono delle “lingue morte” e introdurre forme di “ricreazione permanente”, come non di rado abbiamo verificato, bensì tutto l’opposto.

Si tratta di promuovere la formazione permanente delle persone lungo l’arco dell’intera vita lavorativa (e oltre) facendole interagire con i momenti più alti della storia del pensiero umano, delle sue conquiste e della sua dinamica evolutiva, per prepararle all’adattabilità rispetto ad una dinamica accelerata. Il lavoro dei neuroscienziati dimostra che ingrediente essenziale dell’intelligenza umana è la memoria, la quale non è mai una rievocazione statica, ma è una rielaborazione creativa più o meno profonda degli eventi e delle azioni proprie e altrui. Se questo vale per l’intelligenza individuale, l’intelligenza collettiva funziona in modo analogo: solo la riflessione sui grandi problemi risolti dall’uomo, in breve lo sviluppo della “memoria di specie” è essenziale per affrontare aspetti rilevanti dell’incertezza e dei paradossi dell’era presente.

Aspetti regolamentari delle relazioni economico-sociali

Quanto detto finora coglie un lato del “poliedro complesso” con cui ci piace rappresentare la trasformazione odierna. Se da un lato emerge chiaramente che occorre ripensare le fondamenta culturali della nostra società, dall’altro sarebbe miope non rendersi conto che i mutamenti in atto producono fenomeni congiunti, sui quali intervenire con prontezza.

L’adattabilità, di cui abbiamo parlato, è connessa al fatto che l’evoluzione tecnico-produttiva genera inevitabilmente lo spiazzamento di molti posti di lavoro, lo svuotamento totale o parziale di funzioni, asimmetrie cognitive ed economico-sociali, disuguaglianze di potere, emarginazioni individuali e collettive. All’incertezza e ai paradossi da cui siamo partiti si uniscono di conseguenza costi umani sul piano economico, sociale e culturale. Di qui deriva l’esigenza non eludibile di pensare ad un nuovo contratto sociale, verso cui centri e organismi di ricerca iniziano a mostrare un interesse crescente (World Bank, FMI, OECD). I tradizionali capisaldi del contratto sociale post-bellico (occupazione stabile, welfare, sistemi di protezione socioeconomica) sono messi in discussione paradossalmente proprio quando il potenziale tecnico-scientifico ed economico-produttivo consentirebbe di superare molte difficoltà e problemi basilari per la convivenza civile.

È forse giunto il momento di ripensare il contratto sociale, partendo dalla definizione della World Bank (2018, p. 124): “A social contract envisions the state’s obligations to its citizens and what the state expects in return”. In precedenza, sono stati indicati fattori che minano alla base la fiducia, elemento costitutivo della società civile e del sistema economico-produttivo.

Vediamo ora alcuni aspetti che erodono i fondamenti del modello post-bellico: la perdita di efficienza dell’apparato pubblico è in varia misura rilevabile in molti Paesi e gli effetti più pesanti sono avvertiti dalle fasce sociali meno abbienti in genere. I cambiamenti della natura del lavoro, prima sintetizzati, interagendo con la globalizzazione hanno generato problemi occupazionali diversificati in quote crescenti della popolazione nelle economie avanzate. I fenomeni diffusi di esclusione che ne sono derivati difficilmente potranno essere colmati o invertiti con l’utilizzo propagantistico di chiusura delle frontiere, reshoring, ecc..

I quattro pilastri del nuovo contratto sociale

In definitiva, questioni di trasparenza e di eccessivo potere di mercato, divenute sempre più rilevanti in molte attività economiche (tecnologie dell’informazione, energia, infrastrutture, attività finanziarie) pongono all’ordine del giorno della teoria economica e politica un insieme di questioni, che possiamo definire come quadrilatero basilare di un nuovo contratto sociale:

  • Realizzare processi virtuosi di transizione da posti di lavoro obsoleti a nuove occupazioni. Occorrono a tale fine strumenti e azioni efficaci, evitando il susseguirsi di provvedimenti-tampone, per realizzare invece un’infrastruttura soft per il matching dinamico tra variazioni della composizione delle prestazioni lavorative e le direttrici formative delle persone, occupate e non.
  • Riprogettare i sistemi formativi a tutti i livelli, mediante la formulazione di orientamenti strategici che rifuggano da formule evocative, ma inconcludenti, per assumere a punto di riferimento l’universo fisico-cibernetico in cui viviamo e le forme di interazione uomo-macchina. Ciò vale sia per l’apparato pubblico che per quello privato dell’economia.
  • Promuovere la trasparenza dei processi decisionali, soprattutto oggi che molte strategie di cambiamento non possono prescindere dall’esistenza di partnership pubblico-privato. È a questo punto evidente la stretta connessione con uno dei pilastri più deboli del tradizionale contratto sociale: l’efficienza dell’apparato pubblico, che può e deve essere perseguita grazie ai primi due vertici del quadrilatero.
  • Agire sulle disuguaglianze economiche, crescenti negli ultimi decenni tra Paesi e all’interno di ciascun Paese.

Senza un orizzonte di maggiore equità è arduo che si possa ipotizzare la riacquisizione della fiducia, collante fondamentale del vivere civile. Deve essere altrettanto chiaro, però, che i vertici del quadrilatero vanno progettati e realizzati congiuntamente, altrimenti le costruzioni sociali, che devono misurarsi con le sfide del XXI secolo, sono destinate ad essere traballanti e quindi particolarmente esposte alle intemperie.

Proprio la capacità di dar consistenza ad un solido quadrilatero sarà la dimostrazione di un Paese che è in grado di creare un’appropriata intelligenza collettiva, senza la quale non può che ridursi lo spazio competitivo in un mondo multipolare che rischia di essere sempre più “fuori controllo”.

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Bibliografia

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