Alle PMI serve un digitale migliore: ecco modelli di finanziamento e indicazioni di policy - Agenda Digitale

il rapporto

Alle PMI serve un digitale migliore: ecco modelli di finanziamento e indicazioni di policy

Per uscire da questa crisi il digitale rappresenta una via necessaria, ma da solo non basta. Serve legare i progetti innovativi a precise riforme strutturali. Ecco delle proposte concrete per interventi mirati volti a consentire alle PMI di essere protagoniste nell’economia digitale

19 Mag 2021
Paolo Di Bartolomei

ex Direttore Generale Fondazione COTEC

Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR

temporary management

Il messaggio è chiaro: la digitalizzazione è la chiave per migliorare la competitività delle aziende e accrescere i livelli di produttività. Le PMI svolgono un ruolo centrale nell’economia italiana, soprattutto le microimprese, che sono il segmento più grande in termini di imprese attive.

Eppure, nonostante in questi tempi di pandemia sia aumentata la consapevolezza generale delle potenzialità delle nuove tecnologie, occorrono interventi mirati per consentire alle PMI di essere protagoniste nell’economia digitale.

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È questo un pezzo del quadro restituito dal rapporto The digitalisation of SMEs in Italy promosso dalla Fondazione COTEC e realizzato dalla Banca Europea per gli Investimenti, in collaborazione con la società Oliver Wyman, che fornisce una panoramica dello sviluppo della digitalizzazione delle piccole e medie imprese in Italia, individuando, mediante analisi statistiche e indagini sul campo, le barriere che queste incontrano in tale percorso e indicando le possibili misure di sostegno.

Tali misure, riassunte in poche semplici e concrete raccomandazioni, mirano a massimizzare l’accesso al finanziamento per i progetti digitali, aumentare la consapevolezza e le competenze aziendali, essenziali per l’integrazione delle soluzioni digitali, indicare i possibili interventi di semplificazione di cui necessita l’ecosistema dell’innovazione, puntando, in ultima analisi, a migliorare la competitività delle aziende.

Lo stato attuale della digitalizzazione delle PMI

Sebbene sia risaputo che in Italia la produttività complessiva delle PMI sia inferiore alla media dell’UE, facendo registrare un 6% al di sotto della produttività media europea, le cause dei differenziali di produttività rimangono per la maggior parte inspiegabili.

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Dovuta in parte al mix settoriale delle nostre imprese (la maggior parte dell’occupazione delle PMI è nel commercio all’ingrosso e al dettaglio, nonché nei settori manifatturieri), i bassi livelli di digitalizzazione giocano sicuramente un ruolo cruciale. Un problema che investe tutta la nazione, tant’è che le regioni italiane con le migliori prestazioni DESI presentano un divario significativo rispetto al resto d’Europa. Un recente studio del Politecnico di Milano rileva che esiste un notevole divario digitale tra le PMI nelle regioni del nord e del sud Italia; 7 regioni su 12 con un punteggio DESI superiore alla media nazionale si trovano nel nord; le regioni con il punteggio più basso, invece, appartengono tutte al sud del paese. Tuttavia, anche le regioni settentrionali sembrano essere per circa il 18% meno digitalizzate di altre realtà simili (Germania e Francia). Un gap che sale al 55% per le regioni dell’Italia meridionale.

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Questi divari, secondo il Rapporto, sarebbero da indagare a fondo, anche perché le imprese hanno accesso a un ecosistema di innovazione ampio e diversificato, perfettamente in grado di sostenere gli sforzi di digitalizzazione. Presumibilmente, l’intero sistema, variegato nella sua numerosa composizione, con la presenza di associazioni di categoria, centri di innovazione digitale, centri di competenza, cluster tecnologici, distretti, acceleratori e altri soggetti, risulta essere troppo frammentato. Questa complessità di sistema – si contano circa 600 soggetti attivi nel fornire supporto alle imprese (anche per temi di digitalizzazione) – non agevola le PMI a orientarsi e a individuare le informazioni corrette. Un così alto numero di parti interessate potrebbe confondere le PMI e scoraggiarle dall’intraprendere il viaggio verso la digitalizzazione.

“Nonostante gli interventi pubblici significativi e il sostegno dell’ecosistema dell’innovazione – spiega Luigi Nicolais, Presidente di COTEC – il nostro studio suggerisce che l’Italia mostra ancora punti deboli e barriere alla digitalizzazione, in particolare per le PMI. Il recente Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con le risorse messe a disposizione sulla transizione digitale, può essere il volano per colmare molte di queste lacune”.

Bisogna essere consapevoli, comunque, che gli interventi pubblici possono richiedere tempo per produrre gli effetti attesi. Alcune iniziative sono state avviate nel 2016-2017 (come il primo piano 4.0), altre, come Italia 2025, sono più recenti e ci vorrà del tempo per vedere gli effetti. Tuttavia, le PMI italiane si stanno piazzando chiaramente ben al di sotto del loro potenziale digitale e uno sforzo coordinato tra il settore pubblico e quello privato è necessario per un passo avanti verso un’economia più digitalizzata.

Ma quali sono i principali ostacoli e le barriere che impediscono alle imprese di crescere digitalmente?

Gli ostacoli alla digitalizzazione delle PMI

Analisi dettagliate e interviste hanno permesso di identificare un elenco di lacune che impedirebbero alle PMI di sviluppare tutto il potenziale della trasformazione digitale. In tal senso, la digitalizzazione è stata esaminata da tre prospettive:

  • la domanda di digitalizzazione da parte delle imprese;
  • la fornitura di prodotti adeguati;
  • i meccanismi di adeguamento tra domanda e offerta.

Da lato della domanda, è fondamentale che le PMI siano consapevoli e vedano i vantaggi degli strumenti digitali disponibili (come l’analisi dei dati e la gestione dei flussi di lavoro). Oggi le PMI italiane stanno investendo nella digitalizzazione meno delle altre PMI dell’UE e molte non prevedono di investire in soluzioni digitali nei prossimi tre anni[1].

Investimenti per i quali occorre avere le capacità tecniche e finanziarie per sfruttare appieno dei vantaggi delle tecnologie. Il bagaglio di competenze, infatti, appare ancora troppo limitato e per molte imprese risulta difficoltoso trovare persone in possesso di competenze digitali adeguate. Altrettanto importante, per chi quelle competenze le ha, è trovare imprese disponibili ad assumere e remunerare adeguatamente certe professionalità. Ad ogni modo, che sia necessario puntare allo sviluppo delle conoscenze digitali è del tutto evidente. Basti sapere che solo 2 PMI su 10 investono in formazione digitale; oppure guardare i dati DESI, con l’alta percentuale di popolazione ancora priva di competenze digitali di base, che si traduce in un livello più basso di laureati in tecnologie dell’informazione e della comunicazione (1% dei laureati contro una media UE del 3,6% – Francia e Germania riportano valori pari al 3% e 4,7% rispettivamente) e specialisti in ICT[2]. C’è quindi un problema di competenze da risolvere. Dare fiducia e credito alle skill e ai giovani diventa la molla che lancerà il Paese nel futuro.

Le principali criticità, dal lato dell’offerta, si riscontrano nei fornitori di tecnologia, che dovrebbero essere più consapevoli dei bisogni e delle difficoltà che devono affrontare le PMI, sviluppando giuste capacità e modelli di business per offrire una proposta che si adatti alle loro esigenze strategiche. Spesso i grandi fornitori di tecnologia finiscono per fornire un’offerta ricca, ma frammentata, di soluzioni digitali, non sempre adatte alle esigenze delle PMI. Diversi intervistati hanno riferito che i fornitori sembrano investire poco, in termini di tempo, per cercare di comprendere le reali esigenze, con la tendenza a vendere soluzioni “perfette”, talvolta troppo complicate, quando si potrebbe invece trarre vantaggio da soluzioni più semplici e standard.

A queste criticità, si aggiunge anche che il mercato fatica ad adeguarsi nel riunire PMI e fornitori di tecnologia a vantaggio di tutte le parti coinvolte. I fornitori di tecnologia più piccoli sono i più vulnerabili, incontrano barriere che impediscono loro di essere efficaci nell’offerta di soluzioni innovative.

Gli operatori più piccoli non hanno né le dimensioni né, in genere, l’esperienza necessaria per far fronte alla varietà di esigenze e problemi che le PMI tradizionali devono affrontare. La loro offerta è più specifica e necessita di una ridefinizione nel caso in cui siano richieste dai clienti o si rivelino necessarie nuove funzionalità.

Sui fornitori di tecnologia più piccoli, inoltre, graverebbero vincoli legati alla realizzazione, come ad esempio la mancanza di capacità / risorse da dedicare a più progetti contemporaneamente. Inoltre, rispetto agli attori più grandi, i fornitori più piccoli in genere sono in ritardo in termini di tempo necessario per completare un progetto o servizi ausiliari che potrebbero essere offerti durante il periodo di implementazione. I fornitori piccoli hanno posizioni finanziarie e risorse meno solide per espandersi. Ciò impedisce loro di soddisfare in modo rapido ed esaustivo le esigenze dei clienti e di realizzare i progetti il più velocemente possibile.

Emergono, da ultimo, ostacoli di natura finanziaria. La disponibilità di credito bancario rappresenta spesso un ostacolo per le PMI disposte a digitalizzarsi; molte sembrano non avere fiducia o esperienza per rivolgersi a società di venture capital e investitori in capitale azionario anziché alle banche[3]. Sebbene gli istituti bancari supportino le PMI nell’accesso alle risorse per i loro investimenti di digitalizzazione, non vi sono prove evidenti di strumenti finanziari “specifici per la digitalizzazione”. Anche sul versante azionario la situazione appare ancora fragile, sebbene il volume di investimenti di venture capital (VC) sia in aumento e si registri, di recente, un certo dinamismo di investimenti in start-up italiane (400 milioni nel primo semestre 2019). Siamo tuttavia lontani rispetti ai volumi fatti registrare in Germania e Francia, dove i mercati VC sono più sviluppati e attraggono più investimenti, rispettivamente 5 miliardi e 1,7 miliardi di euro[4].

D’altra parte le PMI italiane hanno una leva maggiore rispetto alle omologhe PMI europee. Un recente studio dell’OCSE evidenzia che la leva delle imprese italiane, a livello aggregato, è simile a quella delle imprese tedesche e francesi; tuttavia, se i dati vengono scomposti per dimensioni delle imprese, le PMI italiane sembrano avere un elevato rapporto di capitalizzazione. Durante la pandemia Covid-19, le PMI italiane hanno ulteriormente aumentato il loro livello di indebitamento ricorrendo a nuovi sostegni finanziari offerti dal governo. L’aumento del livello di indebitamento potrebbe influire negativamente in futuro sulla capacità delle PMI di investire in digitalizzazione e innovazione.

Emergono, infine, criticità connesse ai meccanismi di negoziazione tra banche e PMI relativi ai finanziamenti degli investimenti nella digitalizzazione. In questo ambito, sono quattro le criticità individuate:

  • Natura dell’investimento e garanzie – Gli investimenti in digitalizzazione differiscono da quelli più tradizionali, in quanto non hanno, in genere, attività materiali da offrire come garanzia (attrezzature, immobili); pertanto, le banche spesso elaborano questi impieghi come investimenti immateriali e chiedono garanzie specifiche (ad es. la garanzia personale degli imprenditori), rendendo più difficile l’incontro tra domanda e offerta.
  • Capacità delle banche di eseguire una due diligence digitale – Se da un lato il processo di concessione del credito è analogo a quello degli investimenti tradizionali, dall’altro le banche necessitano di capacità di due diligence dedicate per valutare gli investimenti per la trasformazione digitale che vengono loro presentati. La difficoltà nell’identificare i vantaggi attesi di tali investimenti per l’affidabilità creditizia delle aziende può essere una sfida significativa da raccogliere.
  • Capacità delle PMI di articolare gli investimenti nella digitalizzazione – La valutazione dei vantaggi attesi di un investimento nella digitalizzazione è difficile anche per le PMI, il che impedisce loro di preparare piani aziendali efficaci e articolati.
  • L’attenzione delle PMI per la crescita nei piani aziendali – Nell’elaborare i propri piani aziendali, le PMI tendono a concentrarsi sulla propria strategia di crescita, a cui dedicano la maggior parte delle risorse. Una tale attenzione può tradursi in preoccupazioni da parte degli istituti di credito riguardo alla capacità di rimborsare il finanziamento richiesto.

Indicazioni di policy per incrementare il livello di digitalizzazione delle PMI

A fronte delle criticità emerse, sono state individuate diverse potenziali raccomandazioni che potrebbero essere correlate a tre obiettivi chiave, da conseguire con una strategia mirata tramite uno sforzo coordinato tra il settore pubblico e quello privato, con il gruppo BEI che potrebbe svolgere un ruolo primario nel colmare i divari nei finanziamenti e nel fornire supporto in termini di assistenza tecnica.

Obiettivi chiave e raccomandazioni individuate

Fonte: COTEC – La digitalizzazione delle piccole e medie imprese in Italia

Il Rapporto individua due raccomandazioni chiave per aumentare il livello di consapevolezza e capacità delle PMI. La prima raccomandazione si concentra sulla creazione di un “punto di accesso” da utilizzare come unica fonte di informazioni per la digitalizzazione. A tal fine il governo potrebbe creare un’unica fonte di informazioni per le PMI che desiderino digitalizzarsi, coordinando le risorse di tutte le parti interessate esistenti nell’ecosistema (questo approccio ha funzionato bene in altri paesi dell’UE, a titolo di esempio, si veda BpiFrance).

Potrebbe trattarsi di una piattaforma online che funziona come un unico punto di accesso per tutte le informazioni relative alla digitalizzazione, indicando alle PMI il tipo di supporto/stakeholder più appropriato; potrebbe anche fornire una serie di servizi (set di informazioni per ogni settore, tecnologie disponibili, normative sulla privacy dei dati, sicurezza informatica), corsi di e-learning/materiali di formazioni, kit di autovalutazione della maturità digitale, accesso semplificato ai regimi di sostegno pubblico e ai programmi di finanziamento disponibili nel settore bancario.

La seconda raccomandazione ha a che fare con il ruolo che le grandi aziende e il governo potrebbero svolgere per accelerare la digitalizzazione delle PMI attraverso le catene di approvvigionamento. Ad esempio, le grandi aziende coinvolte nei progetti del PNRR potrebbero adattare i propri processi di appalto/acquisto per includere incentivi per le PMI disposte a migliorare il loro livello di digitalizzazione. Analogamente, il governo potrebbe creare programmi dedicati (come l’Innovation Manager Voucher[5]) per rafforzare le capacità delle PMI di realizzare (e non solo acquistare) progetti di trasformazione digitale e promuovere meccanismi di trasferimento delle competenze.

Affrontare il divario di conoscenze significa anche aiutare le aziende a comprendere i vantaggi che potrebbero derivare da una trasformazione digitale. Casi di studio internazionali hanno dimostrato che è possibile, attraverso iniziative (come programmi di coaching, programmi di formazione e programmi di accelerazione delle PMI), sensibilizzare le imprese sui vantaggi della trasformazione digitale.

Per colmare il divario tra domanda e offerta di soluzioni digitali, il suggerimento è quello di creare una piattaforma integrata che metta a disposizione un elenco di soluzioni digitali formulate e pre-approvate a disposizione delle PMI in settori specifici, a partire da settori strategici selezionati. Lo scopo della piattaforma sarebbe quello di facilitare la scelta delle PMI di soluzioni digitali adeguate (tra le tante disponibili sul mercato). Ogni soluzione potrebbe anche essere collegata a opzioni di finanziamento specifiche, ottimizzando il finanziamento dei progetti di digitalizzazione delle PMI. Un approccio simile sembra aver funzionato bene in altri paesi, ad esempio a Singapore (il programma TechMatch della DBS[6]).

Per facilitare l’accesso alle risorse finanziarie e aumentare le soluzioni a disposizione delle imprese, il suggerimento è quello di creare un finanziamento tematico della digitalizzazione e dell’innovazione[7]. Il governo potrebbe adottare misure specifiche, per esempio, rendere più accessibili le sottoscrizioni da parte di persone fisiche dei fondi di investimenti (abbassando la soglia da 500mila a 100mila euro); così come potrebbe fornire una garanzia pubblica, a copertura dei rischi, accreditando fondi garantiti e certificati che si dedichino a prestiti partecipativi o a investimenti diretti in minoranza (aumenti di capitale, sostituzione di membri della famiglia in uscita).

In aggiunta, il gruppo BEI potrebbe ampliare le proprie linee di credito tematiche per le PMI per coprire gli investimenti in digitalizzazione e innovazione in Italia. Specifici prestiti tematici potrebbero essere erogati da appositi veicoli che combinano fondi pubblici e istituti di credito privati. Il gruppo BEI potrebbe avvalersi della propria vasta esperienza in finanza strutturata e consulenza tecnica alle PMI per arricchire l’offerta. Il gruppo BEI (in particolare il Fondo europeo per gli investimenti) potrebbe contribuire ad aumentare la disponibilità di fondi di attori chiave nel panorama italiano di private equity e venture capital per investimenti diretti o indiretti in progetti di innovazione strategici. Così come potrebbe prendere in considerazione l’istituzione di programmi di investimento specifici per paese (simili a quelli specifici per i temi di cui si occupa il FEI, su IA/Blockchain) per fornire supporto finanziario e strategico a fondi di private equity e venture capital che intendono investire in Italia.

Conclusioni

È chiaro a tutti che per uscire da questa crisi il digitale rappresenta una via necessaria. Siamo convinti che un programma di sviluppo (di resilienza o di ripresa, comunque lo si chiami), ha senso e concretezza solo se si basa non sulla volontà di realizzare traguardi mirabili, ma sul concreto sostegno dei processi socioeconomici realmente esistenti e dei vari soggetti in essi coinvolti.

Digitalizzare e modernizzare il sistema (dai comportamenti dei singoli a quelli delle imprese e della pubblica amministrazione), così come dare più spazio alla creatività e all’innovazione implica legare i progetti innovativi a precise riforme strutturali. Non si incentiva l’innovazione se non come avanzamento di una precisa trasformazione di struttura o una riforma d’apparato (magari del fisco, delle regole bancarie, della PA, dei poteri locali, del codice degli appalti, della filiera dell’alta formazione, ecc.).

Per questo è importante accettare la sfida dell’attuazione restando con i piedi per terra, facendosi guidare da quel sano realismo che ha ispirato la concretezza delle proposte qui formulate.

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  1. Secondo una indagine della BEI sugli investimenti, il 18% delle imprese italiane non ha investimenti programmati per i prossimi tre anni, contro il 10% in Europa e l’8% in Germania e Francia; solo il 31% ha pianificato investimenti per sostituire macchinari e IT esistenti contro il 37% in Europa e il 45% e il 38% in Germania e Francia. Secondo Eurostat i siti web delle PMI italiane sembrano essere meno sofisticati che altrove in Europa (solo il 34% ha una descrizione dei beni/servizi e listini prezzi contro il 54% in Europa).
  2. 2,8% dell’occupazione totale rispetto alla media UE del 3,9%; Francia e Germania registrano entrambe valori del 3,9% (fonte DESI).
  3. Secondo una indagine SAFE (Survey on the access to finance of enterprises https://www.ecb.europa.eu/stats/ecb_surveys/safe/html/index.en.html) della BCE, il 54% delle PMI ha più fiducia a rivolgersi alle banche contro l’11% delle PMI che preferisce ricorrere a investitori Venture Capital e di capitale azionario.
  4. https://uk.practicallaw.thomsonreuters.com/6-500-9525?transitionType=Default&contextData=(sc.Default) e https://uk.practicallaw.thomsonreuters.com/5-501-0204?transitionType=Default&contextData=(sc.Default)
  5. Nel decreto di agosto 2020 è stato prorogato il Bando Innovation Manager, con impegni per il rifinanziamento dei contributi per l’anno 2021. Si rilancia così il riconoscimento alle piccole e medie imprese di un contributo a fondo perduto, in forma di voucher, per l’acquisizione di consulenze specialistiche in innovazione e digitalizzazione. Per i dettagli sull’ulteriore stanziamento definito per il 2021, si dovrà attendere la pubblicazione della normativa di attuazione da parte del Mise.
  6. https://www.dbs.com.sg/sme/businessclass/dbs-techmatch.page?pk_source=google&pk_medium=organic&pk_campaign=seo
  7. Germania e Lussemburgo forniscono esempi di supporto aggiuntivo che i governi possono mettere in atto dal punto di vista finanziario per sostenere la digitalizzazione, avendo creato diversi strumenti di finanziamento dedicati a supporto degli investimenti delle PMI nella digitalizzazione, compresi sia prestiti dedicati all’innovazione sia programmi di sovvenzione specifici.
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