PNRR, Transizione 4.0 rimpolpato col Fondo Complementare: ostacoli e impatti - Agenda Digitale

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PNRR, Transizione 4.0 rimpolpato col Fondo Complementare: ostacoli e impatti

Nel PNRR sono state ridotte le risorse destinate al piano Transizione 4.0, in cui soccorso è tuttavia arrivato uno stanziamento con il Fondo complementare, grazie allo scostamento di bilancio: resta però da capire la direzione che si vuole valorizzare per i prossimi anni

06 Mag 2021
Giacomo Bandini

Competere

La nuova versione del PNRR prevede una sensibile riduzione delle risorse dedicate a Industria 4.0. Una scelta del governo Draghi che ha creato diverse perplessità in coloro che si aspettavano una supporto maggiore agli investimenti nel settore industriale, ampiamente colpito dalla crisi economica. Eppure nel documento parallelo denominato “Fondo complementare”, approvato dal Consiglio dei Ministri il 29 aprile, viene compensata la sottrazione di risorse. Transizione 4.0 è salva, ma resta da capire quali saranno le linee direttrici settoriali e quali le tecnologie a cui si vuole conferire maggiore rilevanza per il prossimo decennio.

PNRR, tutti i fondi per Transizione 4.0

Ormai si è abituati a pensare al PNRR come la più grande manovra finanziaria (straordinaria) approvata nella storia italiana: 191,5 miliardi di euro tra trasferimenti e prestiti a scadenza molto diluita nel tempo che dovrebbero far ripartire un paese estremamente colpito dal blocco delle attività economiche. Soprattutto, un Italia che si trovava già in difficoltà e senza bussola prima ancora di affrontare una pandemia devastante.

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Di questa cifra monstre, una parte significativa è stata destinata sin dagli esordi a finanziare il corposo Piano Transizione 4.0 dedicato agli investimenti in beni materiali e immateriali da parte delle imprese. Inizialmente la dotazione finanziaria costituiva oltre il 10% del totale dei fondi messi a disposizione (circa 22 miliardi di euro) per poi essere ridotta progressivamente durante il governo Conte II (18,8 miliardi nell’ultima versione di marzo). Nella versione più recente – governo Draghi – è stata ulteriormente diminuita del 23% per un totale di 13,8 miliardi di euro.

I crediti di imposta 4.0

Questa voce di spesa dovrebbe finanziare lo schema di crediti di imposta, approvato anche nella Legge di Bilancio 2021, dalla dimensione tricefala:

  • Investimenti in beni materiali e immateriali direttamente connessi alla trasformazione digitale dei processi produttivi (cosiddetti “beni 4.0” indicati negli Allegati A e B annessi alla legge n.232 del 2016) nonché in beni immateriali di natura diversa, ma strumentali all’attività dell’impresa;
  • Investimenti nella ricerca e nello sviluppo;
  • Attività di formazione alla digitalizzazione e di sviluppo delle relative competenze. Interessante su questo punto la proposta di strutturare modelli di formazione manageriale dedicati alle PMI e di upskilling verso i lavoratori coinvolti nei programmi di cassa integrazione. Nulla di preciso è ancora definito.

Le imprese beneficiarie stimate nella fase iniziale sono oltre 15.000 ed il numero potrebbe anche salire visti gli aggiustamenti fatti al Piano Transizione 4.0. Nella sua versione finale sono previsti: l’ampliamento dell’ambito dei soggetti potenzialmente beneficiari con crediti fiscali di entità variabile a seconda dell’ammontare dell’investimento, una maggiore estensione temporale degli incentivi che ricomprende investimenti effettuati nel biennio 2021-2022 e non è escluso che venga prorogato ulteriormente al 2023 a seconda del quadro macroeconomico, e “l’estensione degli investimenti immateriali agevolabili e l’aumento delle percentuali di credito e dell’ammontare massimo di investimenti incentivati”.

Gli ostacoli

Nonostante le ambiziosi missioni contenute nel PNRR è necessario sottolineare che rispetto alle previsioni di spesa per il Piano Transizione 4.0 mancherebbero all’appello ben 10 miliardi di euro. Le cifre indicate nella Legge di Bilancio 2021 si aggiravano, infatti, intorno ai 23,8 miliardi di euro. Ecco che arriva in parziale soccorso il gigantesco scostamento finanziario approvato a metà aprile. Attraverso il Fondo complementare al Recovery Plan 2021-2026, recante risorse per 30,6 miliardi vengono ripristinate le risorse previste nel PNRR di aprile a beneficio della Transizione 4.0 (4,48 miliardi). Resterebbero fuori dal perimetro dei fondi già stanziati ulteriori 5,5 miliardi di euro.

Oltre il mero esercizio contabile, senza volerne intaccare la rilevanza, è obbligatorio tenere in considerazione i potenziali ostacoli alla realizzazione della strategia governativa. In primis, l’accettazione tout court da parte della Commissione Europea del Piano. Il Commissario Gentiloni, hanno commentato alcuni osservatori, ha seguito da vicino i lavori del MEF e ha svolto la funzione di raccordo con le istituzioni comunitarie. Questo potrebbe essere rassicurante per quanto riguarda il successo del Recovery italiano, ma non è sufficiente. La Commissione aveva già fatto trapelare alcune perplessità circa la destinazione degli investimenti (che hanno subito poche modifiche) e, soprattutto, circa la portata delle riforme, considerate fondamentali per far sì che le risorse finiscano nel classico “buco nero” burocratico. Non è nemmeno possibile ritenere sufficiente, per quanto sia da molti ritenuta un’ancora di salvezza, l’indubbia credibilità del primo ministro, Mario Draghi. La portata dei fondi europei è tale da essere vincolante per l’Italia sfruttare l’occasione del Recovery Plan nel migliore dei modi possibili e tornare a convergere con i paesi più avanzati dell’Unione Europea.

La governance

Un’ulteriore osservazione può essere fatta sulla gestione dei fondi. Nello schema disegnato dal precedente governo la regia era affidata al Comitato Esecutivo composto da Presidenza del Consiglio, Ministro dell’Economia e Finanza (MEF) e Ministro dello Sviluppo Economico, al Ministro per gli Affari Europei e al Comitato Interministeriale per gli Affari Europei (CIAE). Era inoltre prevista la creazione di una “Task Force” interministeriale che avrebbe dovuto facilitare il meccanismo di confronto tra tutti i soggetti. L’attuale esecutivo ha invece predisposto una nuova struttura che vede il MEF al centro e tutti gli altri dicasteri disposti a raggiera in modo che siano coinvolti solamente sui progetti di loro competenza.

Il nodo delle Regioni

In entrambe le versioni, tuttavia, non è ancora chiaro quale sarà il ruolo delle regioni e degli enti locali che solitamente sono i principali destinatari dei fondi europei e sicuramente chiederanno un coinvolgimento maggiore con l’arrivo della prima tranche. Inoltre dovranno essere delineati anche i soggetti istituzionali (CdP, Invitalia etc.) attraverso i quali avverrà l’erogazione, l’esecuzione e il monitoraggio di una buona parte dei progetti. Anche questo è un aspetto decisivo per comprendere la direzione che il governo vuole intraprendere e la solidità del progetto Draghi.

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