L'analisi

Sanità, come accelerare il trasferimento tecnologico: le priorità dai PPP ai competence center

L’emergenza sanitaria ha portato a riflettere sui punti di forza e di debolezza del panorama scientifico e tecnologico in Italia: l’obiettivo è unire le forze per affrontare in modo positivo le sfide poste dall’attualità

04 Ago 2021
Monica Torriani

Editor, Consulente scientifico, Wellness4good founder

Transizione 4.0

L’emergenza pandemica ha costretto operatori e analisti a lunghe ed articolate riflessioni. I dibattiti hanno in tutte le sedi evidenziato alcuni punti di forza e molti aspetti di debolezza del panorama scientifico-tecnologico italiano. A fronte della presenza di un gran numero di validi ricercatori, spicca la difficoltà a realizzare una sintesi fra gli risultati, in termini di pubblicazioni, ottenuti nei diversi centri di ricerca e a dare vita ad un trasferimento tecnologico adeguato.

Progetti ambiziosi richiedono sforzi cospicui, sia dal punto di vista delle risorse economiche che per quanto riguarda l’impegno di capitale umano, di progettualità, di visione a medio e lungo termine. Sfide accettabili, in un contesto caratterizzato da piccole e medie realtà, solo unendo le forze.

Le partnership in campo farmaceutico

Anche a livello internazionale, ambito nel quale sono presenti player di dimensioni ragguardevoli, si è reso necessario costituire task force di provenienza eterogenea (accademia, industria e ricerca) per raggiungere obiettivi di sviluppo particolarmente impegnativi. Sta accadendo, ad esempio, nella produzione di nuovi antibiotici capaci di bypassare la criticità della antimicrobico-resistenza, con il Global Antibiotic Research and Development (GARD). Un modello studiato, oggetto di una pubblicazione su The Lancet, e candidato a diventare paradigmatico nel settore della ricerca e sviluppo di nuovi farmaci.

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I PPP, acronimo di Public Private Partnership, debuttarono negli anni Settanta nel quadro della Cooperazione Internazionale allo Sviluppo, dimostrando, negli anni successivi, tutto il loro potenziale di efficacia. Secondo il diritto europeo, i Partenariati Pubblico-Privato inquadrano diverse modalità giuridiche di cooperazione strutturata e duratura fra pubbliche amministrazioni e soggetti privati, sia profit che no profit.

Nel campo farmaceutico sono state ridefiniti PDP (Product Development Partnership) e hanno consentito di mettere a segno vittorie impensabili. Grazie a questi enti è stato possibile sviluppare una serie di trattamenti per le cosiddette malattie orfane, quelle per le quali l’interesse ad investire è molto basso. Ne hanno potuto beneficiare prevalentemente le aree con il maggior bisogno insoddisfatto di terapia, i Paesi più poveri.

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Nell’ambito di questi programmi sono stati raggiunti obiettivi di rilievo contro la malaria, patologia contro la quale è stata sviluppata una combinazione di farmaci indicata per la popolazione pediatrica. E sono stati messi a punto il vaccino per la meningite A e per l’encefalite giapponese. La progressiva globalizzazione delle patologie, legata alla mobilità (non solo delle persone, ma anche degli animali e loro derivati a scopo anche commerciale) della nostra epoca, spinge verso una direzione di coinvolgimento esteso: la condivisione di rischi ormai comuni impone approcci internazionali e sempre più integrati.

Del resto, come accennato in apertura, abbiamo avuto una chiara testimonianza dell’impossibilità di stabilire confini ai problemi che oggi infittiscono l’agenda dei Governi mondiali. Problemi le cui soluzioni sono sempre più insostenibili anche dal punto di vista economico.

Per dirla con le parole usate da Marc Mitchell, professore di Salute Pubblica alla Harvard University School of Public Health: “Le Public-Private Partnerships sono viste sempre di più come attori che giocano un ruolo critico nel miglioramento delle performance dei sistemi sanitari nel mondo”.

Il caso dell’IRST di Meldola

Nell’ordinamento giuridico italiano, i Partenariati Pubblico-Privato nel settore sanitario sono disciplinati dalla Riforma della Sanità-ter, il D. Lgs. n. 229/1999. Viene utilizzata la formula della società mista pubblico-privata, nella quale al privato non può essere riconosciuto un valore della quota di capitale sociale detenuta inferiore al 30%.

Un esempio di PPP costituito e gestito sottoforma di srl mista è l’IRST di Meldola, una partnership realizzata fra 4 soggetti del settore pubblico (Regione Emilia-Romagna, Azienda USL della Romagna, Comune di Meldola e Università Alma Mater Studiorum di Bologna, che detengono il 75% della quota di capitale sociale) e 7 organizzazioni private no profit (Istituto Oncologico Romagnolo e le Fondazioni Casse Risparmio di Forlì, Cesena, Ravenna, Lugo, Imola, Faenza).

L’IRST di Meldola è stato creato nel 2005 con una precisa mission: quella di mettere in sinergia i nodi della rete e le risorse che ad essi sono destinate per elevare il rendimento dei servizi sia nel campo dell’assistenza che in quello della ricerca e della sperimentazione.

Di fatto, questo centro rappresenta l’hub del Network Oncologico della Romagna, che fornisce una vasta gamma di servizi alla popolazione, dalla prevenzione primaria alle cure palliative. La sinergia che ha portato alla creazione dell’IRST di Meldola e la concentrazione di forze che porta avanti le istanze dei professionisti che vi lavorano hanno permesso di produrre prestazioni importanti. Dati alla mano, nel 2017 vi sono state assistiti 22.000 pazienti, di cui il 20% provenienti da fuori Romagna. Dal punto di vista della ricerca, l’istituto ha prodotto 800 pubblicazioni, che hanno impegnato 230 ricercatori e 700 pazienti arruolati in 137 studi clinici attivi.

La sostenibilità del servizio sanitario

Il contesto epidemiologico di una patologia come quella tumorale rappresenta il cuore della tempesta perfetta descritta nella pubblicazione omonima di Walter Ricciardi, Vincenzo Atella, Claudio Cricelli e Federico Serra. Insieme alle altre cronicità, si sta abbattendo come uno tsunami sulla già fragile e precaria istituzione con un potenziale di violenza travolgente.

Inevitabile, dunque, il ricorso a strumenti alternativi per la gestione dell’emergenza sostenibilità. I Partenariati Pubblico-Privato rappresentano, in questo quadro, una strategia necessaria che deve tuttavia rispettare un equilibrio, quello, delicatissimo, esistente fra la partecipazione del privato e la quota detenuta dal pubblico. Quello dell’accesso equo e globale alla salute fra i cittadini, già provati dalle conseguenze della frammentazione regionale della Sanità.

Da un lato il pubblico deve impegnarsi a rinunciare alle rigidità burocratiche e adottare meccanismi di semplificazione e flessibilità, dall’altro il privato deve condividere fino in fondo gli obiettivi sociali dell’iniziativa, sposare le istanze della collettività. È opportuno sottolineare che i PPPs non costituiscono strumenti giuridici di facile implementazione. Rispetto alle forme tradizionali di contratti pubblici richiedono maggiori competenze e conoscenze nel campo sia del diritto pubblico che del diritto privato. Quelle costituite in Sanità hanno ulteriori vincoli e opportunità. Devono essere inserite nel contesto specifico nel quale i servizi vengono erogati, tenere conto delle sue esigenze e caratteristiche peculiari. Inoltre, rispetto ai partenariati realizzati in altri settori, possono implicare la partecipazione degli utenti delle prestazioni offerte.

Il ruolo dei competence Center

Con il DM n. 214/2017 sono stati costituiti, dal Ministero dello Sviluppo Economico congiuntamente al Ministero dell’Economia e delle Finanze, 8 centri di competenza ad alta specializzazione, nell’ambito del piano Industria 4.0. Il primo ad essere attivato, nel 2018, è il consorzio BI-REX (Big Data Innovation & Research EXcellence), che ha sede a Bologna ed è focalizzato su tematiche quali la connettività, l’automazione, la manifattura avanzata e i big data.

Si tratta di un Partenariato Pubblico-Privato che coinvolge 57 attori di origine eterogenea, fra accademia (Università Alma Mater Studiorum di Bologna, Università Cattolica del Sacro Cuore, Università di Ferrara, Università di Moderna e Reggio Emilia e Università di Parma), centri di ricerca (spiccano il CNR e l’INFN) e imprese (con nomi del calibro di ENI, Hera, IBM Italia).

BI-REX dialogherà con gli altri centri di competenza ad alta specializzazione che verranno via via costituiti. Sarà di servizio alle imprese sul territorio, garantendo supporto in formazione, consulenza e orientamento nell’adozione di tecnologie abilitanti. A beneficiare delle soluzioni tecnologiche innovative sviluppate, dei risultati della ricerca e dell’adozione delle tecnologie avanzate anche le piccole e medie imprese, che possono contare sulla presenza di grandi nomi del panorama industriale.

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