L'analisi

Se il digitale toglie valore all’industria e al lavoro in Italia: come rimediare

Il settore degli “information goods” è l’unico in Italia dove gli investimenti digitali non hanno peggiorato produttività e occupazione, attraverso l’automazione. Vediamo di che cosa si tratta e che deve fare l’Italia per recuperare questo ritardo

03 Set 2020
Paolo Neirotti

Politecnico di Torino

Emilio Paolucci

Politecnico di Torino

Danilo Pesce

Postdoctoral Researcher, Politecnico di Torino

chief information officer

L’impatto degli investimenti in tecnologie digitali – e nello specifico in software e sistemi informativi per le imprese – tra il 2008 ed il 2016 ha favorito l’automazione delle attività di elaborazione dell’informazione (o in altri termini, la riduzione di input di lavoro) rispetto alla creazione di nuovo valore economico. Questo è avvenuto in 195 settori industriali (considerati alla terza cifra della classificazione delle attività economiche) che rappresentano circa il 92% del PIL italiano.

Il punto è che in molti di questi settori, i maggiori investimenti in software e sistemi informativi hanno portato nel tempo, per una serie complessa di fattori e alle modalità di competizione, ad una riduzione della quantità di valore aggiunto e ad una crescita nei divari di redditività interna ai settori stessi.

Sebbene diversi studi abbiano messo in luce come la bassa qualità delle pratiche manageriali contribuisca a spiegare parte del fenomeno, le nostre ricerche recenti mostrano come i processi di automazione e di creazione di valore dipendano sistematicamente dal tipo di settore.

Infatti. l’unico blocco settoriale che si è sottratto a questa tendenza è quello dei settori “information goods”. Ossia quelli dove prodotti, servizi, esperienze hanno un valore per le persone in virtà dell’informazione contenuta in loro.

Il problema: questi sono settori di punta di economie come quella degli Stati Uniti o del Regno Unito ma rappresentano circa l’8% del PIL del nostro Paese.

Caratteristiche dei settori “information goods”

I settori “information goods” sono caratterizzati da immaterialità, alto valore simbolico e bassa fungibilità.

Tali caratteristiche portano a definire il prodotto e/o servizio offerto da tali settori come sistema di contenuti informativi che ne permette la conservazione, la duplicazione e la diffusione. Nei 38 settori “information goods” (rappresentano circa l’8% del PIL nazionale) i maggiori investimenti in software e sistemi informativi (Figura 1) a supporto dei processi interni (ad esempio, Enterprise Resource Planning systems per la pianificazione, controllo ed integrazione dei processi di business) e dei processi esterni (ad esempio per CRM, sviluppo nuovi prodotti, vendita on-line, ecc.), hanno portato ad una maggiore produttività del lavoro (Figura 2) trainata oltre che da una crescita sistematica del valore aggiunto, da una assenza sistematica di effetti negativi di tipo occupazionale.

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In altre parole, gli investimenti in software e sistemi informativi hanno favorito nei settori “information goods” la trasformazione dell’offerta e delle caratteristiche dei prodotti e servizi, e non si sono limitati alla sola automazione ed informatizzazione dei processi organizzativi, come invece avvenuto negli altri settori. Inoltre, i nostri risultati mostrano come i settori “information goods” abbiano attratto manager e capitale umano qualificato avente competenze complementari alla semplice informatizzazione dei processi aziendali contribuendo ad accentuare le divergenze strutturali settoriali anche in termini salariali (Figura 3).

Figura 1 – Investimenti in software e sistemi informativi su ricavi da vendite – valori logaritmici deflazionati, 2008 = anno base

Figura 2 – Produttività del lavoro in Italia – valori logaritmici deflazionati, 2008 = anno base

Figura 3 – Salario per dipendente – valori deflazionati, 2008 = anno base

Gli investimenti in IT

Tali risultati evidenziano nell’economia italiana aspetti di divergenza strutturale tra questi due tipi di settori, con visioni antitetiche sugli investimenti in IT. In particolare gli investimenti in software e sistemi informativi da parte dei settori “non-information goods” oltre ad aver favorito l’effetto di riduzione degli input e la standardizzazione dei processi di lavoro hanno anche favorito indirettamente l’aumento del livello di competizione con concorrenti internazionali a minore costo degli input produttivi. Si tratta di un approccio che riflette una visione tecnologica finalizzata all’automazione e all’aumento dell’efficienza con modesto livello di innovazione tecnologica e limitata differenziazione in termini di qualità di prodotto e/o servizio.

Al contrario, nei settori “information goods” la concorrenza si sviluppa prevalentemente in senso “verticale” e le imprese si prefiggono di aumentare il grado di controllo della loro filiera; la concorrenza pertanto in tali settori risulta essere “per il mercato” piuttosto che “nel mercato” riflettendo le logiche di competizione “winner-takes-all” e rispecchiando il modello di competizione schumpeteriana per cui il valore di prodotti e servizi è connesso oltre che alla quantità delle informazioni incorporate, alla qualità di tali informazioni.

Conclusione

Per la chiusura di questo divario strutturale fra settori dell’economia italiana, necessario per una crescita più equilibrata e robusta dell’economia italiana, appare decisiva l’introduzione di politiche di innovazione più articolate, capaci sia di colmare il gap di competenze e pratiche manageriali fra settori; sia di sostenere nei settori “non-information goods” l’emergere di nuovi paradigmi tecnologici secondo logiche di trasformazione finalizzate a sviluppare “new best things” (e non solo logiche di automazione ed informatizzazione volte a fare “the same things, with less”).

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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