LO SCENARIO

Tanta tecnologia, ma la produttività è bloccata: il paradosso Italia

Malgrado un’adozione tecnologica allineata a quella di altri Paesi, l’Italia mantiene da 25 anni lo stesso livello di produttività. Cos’è che non funziona? I punti deboli di un mercato segnato da bassa qualità delle pratiche manageriali. E dall’incapacità di rilanciare la carta vincente della “specializzazione flessibile”

21 Gen 2020
Paolo Neirotti

Politecnico di Torino

Emilio Paolucci

Politecnico di Torino

Danilo Pesce

Postdoctoral Researcher, Politecnico di Torino

competenze digitali

Da ormai due decenni le politiche sull’innovazione nel nostro Paese sono incentrate sul favorire l’adozione delle ICT e sul ridurre il gap di competitività che l’avvento di Internet e delle tecnologie digitali hanno prodotto tra il nostro Paese e altre economie avanzate. Ma le evidenze ci dicono che questo non basta a far decollare la digital transformation: serve una sterzata strategica nelle politiche di innovazione, in grado di ridare slancio alla produttività italiana a partire dal rafforzamento delle competenze digitali.

ICT e produttività: l’analisi Istat

I tassi di adozione tra le nostre imprese di alcune tecnologie quali sistemi ERP e la diffusione di infrastruttura (la banda larga ad esempio) non si discostano significativamente dai dati registrati per altri Paesi come Francia e Germania. Eppure il nostro Paese detiene il poco invidiabile record in Europa di avere mantenuto la sua produttività del lavoro costante negli ultimi 25 anni nonostante la maggiore disponibilità e diffusione di tecnologie digitali.

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Come diversi studi hanno messo in luce (tra cui la recente analisi di Schivardi e Schmitz riassunta su La Voce), a spiegare l’assenza di un effetto degli investimenti tecnologici sulla produttività contribuisce la bassa qualità delle pratiche manageriali (dovuta alla presenza di imprese a conduzione familiare forte, con limitato contributo di manager esterni), fattore che spiega il perché molte delle imprese abbiano contribuito a informatizzare in modo limitato le proprie operations interne ed esterne.

Le nostre ricerche recenti[1] hanno provato a ricostruire in modo più approfondito i legami tra la mancata disponibilità di competenze e pratiche manageriali e crescita della produttività prendendo in esame dati raccolti da Istat su produttività e investimenti in sistemi informativi a livello settoriale. Queste analisi individuano alcuni “sintomi” del malessere italiano che sono stati finora oggetto di una limita attenzione.

Nello specifico, dati Istat relativi a circa 1 milione di imprese e 231 settori industriali (considerati alla terza cifra dei settori Ateco) evidenziano come tra 2008 e 2016, gli investimenti nelle ICT abbiano portato a un contributo di aumento della produttività del lavoro molto limitato ed essenzialmente riconducibile alla riduzione di input di lavoro. In altre parole, gli investimenti in sistemi informativi hanno favorito l’automazione delle attività amministrative e di elaborazione dell’informazione. Si tratta di un risultato che rispecchia investimenti con modesto livello di novità tecnologica, finalizzati all’automazione, che riportano ad una visione dell’IT propria degli anni Novanta.

Verso il processo di commoditization

Coerentemente con quanto mostrato dai dati aggregati sulla produttività nazionale, la nostra analisi dimostra come l’impatto delle ICT sulla crescita del valore aggiunto (il numeratore della produttività del lavoro) sia stato addirittura negativo (maggiori investimenti hanno portato ad una riduzione della quantità di valore aggiunto), e tutto ciò si è spesso accompagnato ad una crescita nei divari di redditività interni ai settori. Molto probabilmente l’effetto di riduzione degli input e la standardizzazione dei processi di lavoro determinata da un uso poco consapevole dell’ICT ha favorito il processo di “commoditization” dei prodotti delle imprese ed aumentato il livello di competizione con concorrenti a minore costo degli input e/o di maggiore dimensione.

L’unico blocco settoriale che si è sottratto a questa tendenza è stato quello dei settori “ad alta intensità di informazione” (che include software, consulenza, servizi di ingegneria e ricerca e sviluppo, editoria, pubblicità). In questi settori gli investimenti in sistemi informativi hanno infatti portato ad una crescita di produttività trainata dalla crescita del valore aggiunto e da una assenza di effetti negativi di tipo occupazionale.

Questi sintomi permettono di delineare alcuni tratti della patologia del nostro Paese e delle “insidie” che la trasformazione digitale pone per le nostre imprese. Il primo di questi tratti è in linea con quanto ci suggerisce da alcuni anni l’osservazione di molti settori, come retail, turismo e trasporti. L’avvento di Internet ha favorito la capacità di piattaforme e di nuovi intermediari di estrarre e catturare ricchezza e valore aggiunto  dai settori più rilevanti dell’economia italiana.

In questi casi non è stata quindi la mancanza di tecnologie e di investimenti a creare un indebolimento della capacità dei settori di creare e difendere margini più elevati di redditività tramite la differenziazione del prodotto e del servizio, ma piuttosto una diffusa difficoltà tra le imprese nel creare e/o acquisire le competenze necessarie ad utilizzare le nuove tecnologie per valorizzare gli aspetti unici della “tradizione” culturale ed industriale di questi settori.

Pmi, la perdita della specializzazione flessibile

A questo tratto si aggiunge il fatto che con lo sviluppo delle ICT e di Internet sembra essersi significativamente ridimensionata la capacità italiana, radicata in relazioni intersettoriali e spesso nella vicinanza e nella specificità delle collaborazioni nei distretti, di sviluppare tecnologie in base alle esigenze specifiche di un settore e di un cliente. Questa capacità ci veniva invidiata negli anni ’70 e ’80, quando studiosi come Porter studiavano i vantaggi di specializzazione di molti distretti italiani e quando Piore e Sabel parlavano della “specializzazione flessibile” della PMI italiana come uno dei paradigmi di produzione vincenti a livello internazionale.

Più concretamente, molte PMI vivono da due decenni la costante difficoltà di riuscire ad ampliare la copertura funzionale dei loro sistemi informativi nelle aree delle operations di produzione, sviluppo prodotto e vendita, facendo in modo che il maggiore grado di informatizzazione porti a più flessibilità e scalabilità e preservi al tempo stesso i loro punti di unicità. Questo è un processo reso difficoltoso fra l’altro dalle difficoltà di trovare interlocutori sul fronte dell’offerta di tecnologie e servizi di consulenza in grado di accompagnare le PMI nel rivedere i requisiti di revisione dei propri processi produttivi secondo modalità capaci di coniugare standardizzazione e flessibilità (ovvero attenzione agli input e aumento della capacità di creare e catturare valore). La prevalenza di una offerta standard di tecnologie ICT, strutturale nel settore dei servizi ICT, ed un orientamento di breve periodo negli investimenti, tendono ad annullare le loro capacità di creazione di valore per le imprese di piccole e medie dimensioni.

Infine, nell’evidenziare che i soli settori ad aver beneficiato delle ICT nella capacità di creare nuove forme di valore aggiunto siano stati i settori ad alta intensità di conoscenza, spesso si tende a dimenticare che questi settori hanno un peso limitato sulla struttura industriale del nostro Paese (rappresentano circa l’8% del PIL nazionale), mentre costituiscono i settori di punta di economie come quella degli Stati Uniti.

Servono manager e capitale umano qualificati

Questo aspetto strutturale va ricondotto non solo alla presenza di divari interni ai singoli settori, ma anche alla crescita di divergenze strutturali tra settori diversi che per essere mitigate richiedono politiche di innovazione più complesse. Questi divari sono l’espressione della divergenza emersa nei settori nell’attrarre manager e capitale umano qualificato e avente le competenze complementari alla semplice dotazione di ICT.

Riteniamo che queste evidenze e la loro interpretazione debbano richiamare l’attenzione dei policy-maker verso la necessità di politiche di innovazione il cui obiettivo sia quello di far sviluppare alle imprese competenze individuali ed organizzative su orizzonti temporali lunghi (3-5 anni), con investimenti sulle persone e con certezza e stabilità del quadro normativo di riferimento. Queste politiche devono andare oltre la semplice rincorsa nell’adozione della “tecnologia più recente” e guardare invece a qualità di pratiche manageriali, a rendere più attrattive le imprese in tema di offerta di percorsi di carriera di giovani tecnici, a favorire legami più strutturati e di lungo periodo tra PMI tradizionali e fornitori di servizi IT.

  1. Per le argomentazioni teoriche e approfondimenti sulle stime econometriche si rimanda al seguente working paper, disponibile su richiesta agli autori: Neirotti, P, Paolucci, E., Pesce D., 2020. How IS investments are creating structural divergences across sectors: Unpacking the determinants of IS business value at the industry level.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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