A chi non piace il Digital Bonus? Tutti i sospetti sul depennamento della misura | Agenda Digitale

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A chi non piace il Digital Bonus? Tutti i sospetti sul depennamento della misura

Il digital bonus risulta “sbianchettato” dal testo del decreto semplificazioni. Eppure, la misura e una nuova architettura di rete costituiscono i cardini per rivedere un sistema che sta dimostrando, ogni ragionevole dubbio, di non funzionare

25 Giu 2021
Luca Baldin

project manager smart building italia

Strana vicenda quella del cosiddetto Digital Bonus. Il provvedimento era stato approvato dalla Commissione IX della Camera all’unanimità per entrare trionfalmente nella Legge di Bilancio, ma a un passo dal traguardo è stato cassato del MEF con la promessa (da marinaio) di farlo rientrare nel Decreto Semplificazioni, ovvero nel primo provvedimento di attuazione del PNRR.

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Anche in questo caso tutto sembrava andare liscio, col testo che entrava dalla porta del Consiglio dei ministri che prevedeva l’inserimento tra gli interventi trainati del Superbonus 110% degli impianti di distribuzione dei segnali digitali in fibra ottica. Sembrava…. Perché il testo che viceversa è uscito dallo stesso Consiglio dei ministri riportava una evidente sbianchettatura riguardante proprio lo sfortunato Digital Bonus.

Mancano le coperture?

È corsa voce che la cancellazione fosse dovuta ad una carenza grave, ovvero la copertura finanziaria del provvedimento, che ha fatto saltare sulla seggiola la Ragioneria dello Stato, ma sembra oggettivamente una giustificazione debole, dal momento che tale provvedimento, in quanto intervento trainato, non implicherebbe assolutamente un aumento di spesa rispetto allo stanziamento complessivo del Superbonus, semmai un aumento del valore per ogni singolo intervento ammesso, con una modesta ricaduta negativa sul numero complessivo di edifici coinvolgibili in senso assoluto.

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Una preoccupazione davvero eccessiva per due ottime ragioni: la prima è la modesta entità del valore degli impianti in fibra per unità immobiliare (parliamo di un valore di mercato che va tra i 300 e i 400 euro, ovvero nulla rispetto al costo complessivo da sostenere per l’efficientamento energetico di un edificio); la seconda è che dal momento che il Superbonus non è un intervento strutturale, ma è a scadenza – e per giunta abbastanza ravvicinata – e che l’andamento non è davvero incoraggiante stando ai dati rilevati da ANCE, è molto probabile che ci troveremo a fine periodo con un consistente avanzo rispetto allo stanziamento di oltre 15 miliardi di euro.

Una soluzione ideale ai problemi della rete BUL

Il sospetto, quindi, è che questo intervento – così come l’applicazione rigorosa di quanto previsto dall’art. 135 bis del testo Unico dell’Edilizia (ovvero l’obbligatorietà della infrastruttura in fibra ottica degli edifici nuovi e ristrutturati) – non piaccia a qualcuno, non per il fatto in sé, ma perché implicitamente disegna un’architettura di rete diversa da quella attuale, dividendo in modo finalmente chiaro le pertinenze, suddivise in area pubblica e area privata.

Un approccio, quello pertinenziale, che a detta di molti rappresenta la soluzione ideale a molteplici problemi della rete BUL, quali la litigiosità tra operatori e proprietari sulla realizzazione dei verticali, la duplicazione degli impianti, il basso tasso di adozione della banda larga, la realizzazione di una vera rete FTTH, l’infrastrutturazione del 5G, la centralizzazione degli impianti d’antenna, l’upgrading tecnologico dei nostri edifici, lo smart meetering ai fini dell’efficientamento e persino la ricarica dei veicoli elettrici, solo per rimanere ai più evidenti.

Un approccio ritenuto maturo e necessario dall’intera filiera della realizzazione, gestione, manutenzione impiantistica e come tale segnalato in occasione di una consultazione pubblica di Agcom, appena conclusa e di cui non si conoscono ancora gli esiti e che, non a caso, aveva come oggetto le linee guida volte a risolvere ex ante i contenziosi tra operatori telecom e proprietari di immobili sulla realizzazione dei famosi “verticali”.

Digital Bonus e nuova architettura di rete costituiscono quindi i cardini per rivedere un sistema che sta dimostrando, ogni ragionevole dubbio, di non funzionare e di non portare a nessuna Giga Society.

È singolare al riguardo che persino il Presidente di Open Fiber, Franco Bassanini, nella prefazione al libro “Il futuro del 5G, tra mercato ed evoluzione tecnologica: una ricerca interdisciplinare”, edito da Egea, abbia dichiarato che, a suo giudizio, il credito d’imposta “potrebbe incentivare innanzitutto il completamento della infrastruttura in fibra con la costruzione dei cosiddetti verticali di rete, la costruzione delle infrastrutture interne alle abitazioni, uffici, fabbriche”. Ce la passi il presidente Bassanini, ma detta così sembra una implicita ammissione di colpa, dal momento che la famosa rete FTTH wholesale only magnificata per anni da Open Fiber abbiamo scoperto che, non di rado, nemmeno entra dal portone degli edifici. Per quanto un po’ tardiva, comunque, accogliamo questa nuova posizione del secondo operatore “incumbent” italiano con vero piacere.

Tutti d’accordo quindi? Sembrerebbe di si e non è improbabile che la vicenda del Digital Bonus non si possa ancora dire conclusa, dal momento che il Decreto Semplificazioni è atteso in aula per la conversione in legge e ci sono molte probabilità che in quella sede si ripresenti per l’ennesima volta in veste di emendamento. Vedremo se dovrà ancora fare i conti con la solita “manina”.

Digitalizzazione del Paese: basta il digital bonus?

Ma il Digital Bonus sarà sufficiente per accelerare la digitalizzazione del Paese come ci richiede l’Europa? Certamente no. Dal momento che essendo ancorato agli interventi di efficientamento energetico previsti dal Superbonus 110%, se tutto andrà bene, riguarderà una percentuale dei condomini esistenti compresa tra il 3 e l’8%. Ciò viceversa di cui abbiamo infinitamente bisogno è che la tipologia di impianto descritta dalla Guida CEI 306/2 (i famosi impianti multiservizio in fibra ottica) divenga rapidamente uno standard nella dotazione di tutti gli edifici esistenti (non solo i nuovi), per garantire agli italiani non solo di usare internet, ma di poter accedere a tutti i servizi innovativi che già si affacciano sul mercato. E dal momento che non si può chiedere agli operatori di realizzare simili impianti, in quanto non limitati al loro servizio, è necessario che lo faccia il privato cittadino, in quanto proprietario dell’immobile, possibilmente accedendo a bonus fiscali dedicati e a sconti in bolletta.

Il sistema virtuoso che dovremmo costruire in chiave di Giga society va quindi ben oltre il Digital Bonus, almeno così come è stato inteso finora, deve viaggiare indipendentemente da provvedimenti come il Superbonus che ne limita fortemente l’utilizzo e soprattutto deve diventare un intervento strutturale e non episodico.

Siamo di fronte ad un salto tecnologico e la sostituzione delle reti in rame con quelle in fibra ottica rappresenta l’occasione più propizia per ripensare la rete e adeguarla alle sfide del futuro. Il PNRR ci fornisce le risorse che prima mancavano. Ora le scuse sono a zero.

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