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Direttore responsabile Alessandro Longo

editoriale

Agenda digitale scissa tra sogno e realtà

di Alessandro Longo

23 Nov 2017

23 novembre 2017

Si moltiplicano i bei progetti della community di sviluppatori a disposizione della PA. Ma resta inevaso il problema di come portare sul territorio tutto il bello che la tecnologia sforna. Su questo la partita tra le Regioni e il Centro è ancora aperta: ecco i problemi

Mentre una community internazionale di sviluppatori sta sfornando, sotto l’egida del Team Digital Piacentini, tanti software per accelerare l’Italia digitale, si consuma la solita, usurata, partita a scacchi per riuscire a farla davvero, questa Italia digitale.

Già perché, a quanto è arrivato all’orecchio della nostra testata, in questa fase le Regioni – attraverso la loro commissione Agenda digitale presso la Conferenza Stato Regioni – stanno portando al tavolo la sfida dell’attuazione del piano triennale Agid. Il problema è essenziale. Non sono ancora chiari tempi, modi e strumenti per attuare il piano sul territorio, attraverso il ruolo e i fondi delle Regioni.

Il tutto, si diceva, mentre le belle idee su come fare l’Italia digitale abbondano e si moltiplicano. Anzi, ben più che idee: nei progetti promossi dal Team (e qualche giorno fa anche premiati) ci sono software aperti e gratuiti, utilizzabili da PA e aziende con efficacia immediata. “Semi lavorati”, li chiamano nel Team. L’idea di fondo è mettere a disposizione della PA italiana un esercito pensante, internazionale, che dia non solo idee di servizi utili, ma anche una base pratica da cui partire per trasformarsi nel segno del digitale. Come ci raccontano dal Team Digital, “la PA abbatte così i costi dell’innovazione – per integrare Spid sul proprio sito, per esempio, dato che trova già disponibile sulla community il codice adatto. La spesa per adattarlo e implementarlo è in teoria una frazione rispetto a quella che pagherebbe se partisse da zero”.

Evitare che ogni singola PA reinventi ogni volta l’acqua calda, spendendo soldi che dovrebbe invece investire in competenze e per costruire servizi innovativi più specifici e territoriali. Un principio che è uno dei fini propri del Piano triennale e dei grandi progetti di Agenda digitale per la PA.

Ma realizzarlo, questo principio, resta la sfida ancora non vinta. Che diventa ancora più bruciante man mano che, al contempo, crescono gli strumenti tecnologici disponibili alla PA.

Il punto è che, sempre meno, questa è una sfida tecnologica. È ormai, palesemente, soprattutto organizzativa. Per esempio: può esserci in giro anche il software più bello, gratuito e risolutivo, ma serve un’attività sul territorio che accompagni i Comuni a utilizzarlo. Dato che sono soprattutto Comuni a detenere i servizi più impattanti sul cittadino. Al minimo, bisogna far loro conoscere il piano triennale, i suoi obiettivi, e che ci sono software disponibili per semplificare la digitalizzazione. E in questo confrontandosi con un mercato di software house che finora ha tenuto banco nel digitale dei Comuni. Per dirla tutta: alcune software house possono avere interesse a diffondere un verbo contrario, sul solco già noto, della re-invenzione dell’acqua calda. Ritengo invece che questa partita si possa giocare insieme con il mercato, che può trarre valore dallo sviluppare una innovazione reale e originale sul territorio.

Ma il punto di partenza resta inevaso: come fare quest’attività sul territorio? Al momento è la partita principale che sta giocando l’Agenzia per l’Italia Digitale ed è nella fase iniziale. Quella degli accordi – ancora da chiudere – con le Regioni e la definizione dell’accompagnamento previsto per ciascuna. Cioè quante risorse umane – di cui l’Agenzia si sta dotando – da destinare a ciascuna per aiutarle nel ruolo di accompagnatori dei Comuni.

Qui c’è la partita. Le Regioni – come confermato al nostro sito da tre esponenti della Commissione Agenda Digitale – chiedono alcune cose che ritengono necessarie per quel ruolo di accompagnamento. Ossia per attuare di fatto l’Agenda sul territorio.

Tre cose, potremmo sintetizzare. Primo, molte risorse – centinaia di persone – e allocate sul territorio (non a Roma, come l’Agenzia finora ha fatto, allocandole su diversi progetti). Secondo, chiarezza sulle specifiche per l’attuazione del piano (linee guida e altre disposizioni che dall’Agenzia devono arrivare, alcune delle quali in ritardo rispetto alle scadenze previste nel piano). Servono, tra l’altro, per consentire alle Regioni di aggiustare il proprio cronoprogramma finanziario di investimenti in modo compatibile con le indicazioni del piano (teniamo conto che i loro programmi operativi regionali sono arrivati prima dello stesso piano e hanno risorse già stanziati).

Terzo: vogliono un ruolo più strutturato, a livello formale, e come decisori attivi, per fare questo ruolo di accompagnamento. La moral suasion verso i Comuni non basta, per convincerli tutti a adeguarsi. Ma per questo punto la partita si sposta più in alto di Agid: le Regioni la proveranno probabilmente a portare a livello di governativo, per ottenere quella formalizzazione di cui ritengono di aver bisogno.

Tecnologie pronte all’uso, utili. Un’organizzazione strutturata sul territorio. L’Italia ha bisogno di entrambe le cose, per migliorarsi con il digitale. Ma finora sono stati due binari sviluppati in modo asincrono. E sta ormai scadendo il tempo a disposizione per far dialogare bene tutte le parti della nostra locomotiva.

 

  • Judy

    Piacentini, il sogno, Attias la realtà https://www.youtube.com/watch?v=8j9U54m5Shk

    • Massimo

      Gli unici veri leader all’altezza

  • Fiorella Ragni

    Ecco alcune cose che mi piacerebbe vedere, per poter cominciare a credere che si voglia fare sul serio:
    – un intervento sui nuovi contratti di lavoro del pubblico impiego, attualmente in discussione, con la reintroduzione della declaratoria di alcune figure professionali trasversali, scomparse circa venti anni fa (analisti, per esempio, ma anche capiprogetto e specialisti di processo)
    – un piano di formazione sul Piano Triennale, per dirigenti e funzionari, che devono imparare a comunicare avendo gli stessi obiettivi. Il Piano propone un modo di lavorare corretto e non rivoluzionario, ma che è lontano mille miglia dalla realtà di alcune PPAA
    – un monitoraggio sugli ordini di servizio e piante organiche (chi-fa-cosa), cominciando dalla PA centrale e relativi uffici territoriali
    – il reclutamento di personale per AGID per mobilità tra PPAA (previo test di conoscenza del Piano Triennale), e non per selezione esterna, perchè nessuno conosce meglio l’aspetto organizzativo attuale di quelli che ci lavorano dentro da anni (e magari sono stati messi in condizione di tacere, perchè davano fastidio alle SoftwareHouse).
    – un piano di prepensionamento per chi è così disgustato da non potercela più fare…..
    Sarà possibile?

  • centrovitt

    Il problema centrale del piano triennale Agid è Agid!

    • Massimo

      è dai tempi in cui fu sciolta AIPA che è così ma nessuno si premura di prendere alcun provvedimento

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