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Aspettando il 5G: cosa cambierà per il mercato

La possibilità di offrire servizi “premium”, maggiore capacità di trasporto, flessibilità di scelta, commoditizzazione della connettività, meno potere agli operatori che non saranno i soli a investire nelle infrastrutture. Ecco qualche anticipazione della trasformazione che verrà col 5G

24 Mag 2017
Roberto Saracco

coordinatore Gruppo di lavoro “Intelligenza Artificiale” di Anitec-Assinform

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Al passaggio al 5G si accompagnerà l’assegnazione di maggior spettro. La flessibilità di gestione di quest’ultimo, inoltre, aumenterà ancor più la capacità complessiva della rete, dove con rete si intende un insieme variegato di strutture di trasporto e accesso. La possibilità di offrire servizi “premium” (con maggiori prestazioni e a maggior prezzo) esiste anche se l’esperienza insegna che i clienti (specie nel mass market che costituisce per i grandi Operatori una fetta rilevante dei ricavi) sono poco propensi a pagare un “premio aggiuntivo”.

È però molto più probabile che la maggiore capacità di trasporto (soprattutto nell’accesso) la varietà di punti di accesso e di fornitori di accesso renda il trasporto ancor più commodity di quanto non sia già oggi.

Inoltre la flessibilità di scelta portata ai bordi (edge) della rete permetterà a terzi, non interessati direttamente al trasporto ma piuttosto all’offerta di servizi, spesso con modelli di ricavo indiretti (“mi paghi il caffè, ti offro l’accesso…”) di sostituirsi all’offerta di connettività degli operatori classici, riducendo ulteriormente la loro capacità negoziale.

Il fatto che la sessione sia gestibile direttamente nel terminale, sia questo uno smartphone, un veicolo, uno strumento di produzione industriale, toglie la leva dell’autenticazione agli operatori che si troveranno a negoziare i diritti di accesso con multinazionali e grandi utilizzatori che avranno i volumi dalla loro parte (si veda oggi il caso del Kindle 3G).

Per contro, se l’attuale trend di consolidamento di quello che almeno in Europa è un mercato artificiosamente frazionato (abbiamo oltre 150 “operatori” contro i 4+8 presenti negli Usa a fronte di un volume di mercato paragonabile) proseguirà anche nei prossimi anni, si apriranno certamente nuove interessanti prospettive per piccole imprese e per grandi imprese il cui business non è quello della connettività ma che vedono in questa e nella sua abbondanza a basso costo, un’opportunità per offrire nuovi servizi e rendere più appetibili quelli già offerti.

Il costo per l’installazione di access point, micro celle ad alta capacità, è in discesa continua il che renderà queste installazioni alla portata di chiunque. Le cosiddette “pirate networks”, in cui si creano coperture anche relativamente ampie al di fuori del controllo di un operatore tradizionale, sono parte integrante del 5G con la sua capacità di gestione dinamica dello spettro da parte del terminale che si comporta come nodo di rete.

È probabile che questo non accada subito in quanto è necessaria una massa critica di terminali 5G, che non sarà disponibile prima del 2022/2023. Certamente nella seconda parte del prossimo decennio la connettività per il mass market sarà una commodity a costo marginale (già oggi, peraltro, molti giovani quando vanno in aree ben coperte dal Wi-Fi, staccano il loro smartphone dalla rete classica e sfruttano connettività a costo zero, facile immaginare cosa succederà quando coperture alternative e capacità aumenteranno di qualche ordine di grandezza).

Si noti, inoltre, che le capacità di storage dei terminali continueranno ad aumentare; in questo segmento non si vedono rallentamenti significativi per i prossimi 5 anni, e questo permette di spostare le informazioni in periferia, nel terminale stesso – visto mai che possano servire (già oggi la stragrande maggioranza degli utilizzatori di sistemi di navigazione su smartphone si scarica le mappe dove esiste un accesso gratuito e poi le utilizza offline, senza dover pagare nulla in termini di connettività). Inoltre stanno emergendo dei chip con consumi energetici di 2, anche 3, ordini di grandezza inferiori a quelli attuali. Questo significa che non solo i dati ma anche le applicazioni, i servizi, possono migrare dal Cloud alla periferia.

Quello che ritengo capiterà, nell’arco di 5-10 anni, è una completa commoditizzazione della connettività, simile a quella verificatasi per i servizi dal 2008 ad oggi (ma possiamo dire al 2013 quando la partita sì è definitivamente chiusa). Oggi la quasi totalità dei servizi che utilizziamo ogni giorno tramite smartphone non genera ricavi per gli operatori. Quella fu la conseguenza del passaggio da analogico a digitale, della maggiore capacità elaborativa (e di memoria) degli smartphone e della apertura del mercato dei servizi agli edge. La stessa cosa capiterà a seguito dell’incremento di connettività, dello spostamento del controllo agli edge e della pluralità di attori che offriranno connettività senza che questa costituisca un elemento di redditività diretta.

Quest’evoluzione è sinergica con la trasformazione in atto con prodotti sempre più “softwarizzati” (e quindi in grado di produrre offerte variegate e mutevoli nel tempo) e con la trasformazione di prodotti in servizi.

Ovviamente gli operatori faranno barricate. Lo hanno fatto (con parziale successo) per quanto riguarda il roaming, ma la partita è persa, così come è passata, da tempo ormai, l’epoca dell’imposizione di dazi sulle strade o per entrare in città.  I sistemi protezionistici non funzionano nel medio-lungo termine e nel settore tecnologico i tempi si restringono. Peraltro, non è il 5G di per sé a scardinare gli attuali modelli di business. Questi hanno cominciato a vacillare da diversi anni. Questo pezzo lo sto scrivendo su un Frecciarossa che da alcuni anni, ormai, dichiara che l’offerta di connettività Wi-Fi è gratuita “per il momento”.

In realtà è a pagamento per tutti, anche per chi non la usa essendo inclusa nel prezzo del biglietto. La maggior parte degli hotel, specie le grandi catene internazionali, offre Wi-Fi gratuito ai propri clienti come elemento di fidelizzazione. Sugli aerei si paga ancora (ma non su tutti, alcune linee aeree hanno iniziato a offrirla gratuitamente come elemento di attrazione – vedi Jetblue e Norwegian. Inoltre sono presenti degli stratagemmi per accedere gratuitamente anche dagli aerei utilizzando la “gogo app” e facendo finta di scaricare un film).

Stiamo passando da una economia basata sulla scarsità (di risorse) ad una basata sull’abbondanza. Gli atomi non si possono duplicare, occorre spendere per procurarsi quelli che servono e per assemblarli in modo corretto. Viceversa i bit sono duplicabili a piacere a costo nullo e il metterli insieme ha un costo iniziale, poi è sostanzialmente zero.

Il 5G è figlio di questa evoluzione. Anche gli investimenti necessari per la realizzazione delle infrastrutture non ricadono più su pochi operatori ma su una moltitudine di attori che li affrontano spesso per altri motivi, non per generare ricavi da connettività.

Chi comprerà un telefonino, o un veicolo, o una casa o un aspirapolvere nei prossimi dieci anni acquisterà, senza saperlo probabilmente, un nodo di rete che contribuirà ad estendere la capacità complessiva di trasporto e ad uccidere i modelli di business di oggi.

Ovviamente parlare di biz e mercato per il 5G significa anche considerare il biz delle aziende manifatturiere.  Anche qui le prospettive non sono rosee per l’industria “classica” delle telecomunicazioni. A livello dei grandi backbone la capacità è tale da essere sostanzialmente a prova di futuro. Serviranno nodi di “commutazione” più potenti ma il loro numero è contenuto e non raggiunge i volumi necessari per le reti del passato.

Il numero di antenne, questo sì, si moltiplicherà anche oltre un ordine di grandezza, ma non necessariamente queste saranno monopolio delle aziende di telecomunicazioni.

Certamente vi sarà un crescente mercato per i “Nodi all’edge”, terminali di vario genere che forniscono intelligenza locale. Qui saranno le Qualcomm della situazione, insieme ai costruttori dei terminali, ad avvantaggiarsene.

Anche in questo caso, però, non è il caso di incolpare il 5G. Il processo di spostamento dei valori nella filiera manifatturiera delle telecomunicazioni è in atto da tempo, sono scomparse diverse aziende che ancora venti anni fa dominavano il mercato e parevano indistruttibili.

Le IoT continueranno a crescere, qualunque oggetto diventerà una IoT. La lotta qui è per conquistare quelle a più alto valore: quelle di basso valore ad oggi sono saldamente in mani cinesi (Wuxi). Spesso si sente dire che il 5G permetterà di gestire questa crescita delle IoT, il che è certamente vero ma non tanto perché esso sia qualcosa di magico che abilita le IoT; queste esistono, e comunicano già oggi con il 4G.

Quello che serviva era disporre di una connettività IP nativa che potesse essere supportata da chip a basso costo e questo già si verifica con il 4G. Il 5G si porta dietro una connettività a microcelle con conseguente minor dispendio energetico, cosa estremamente importante per alcune IoT.

È tutto il contesto che si evolve e questa evoluzione è figlia sia della tecnologia sia del mercato. Proprio per questo le scelte del regolatore sono cruciali, dato che vanno a influenzare l’equilibrio complessivo.

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