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Direttore responsabile Alessandro Longo

Brexit: gli effetti sulle PMI italiane in 7 punti

di Stefano Robbi, NetStrategy

01 Lug 2016

1 luglio 2016

Costi dell’import-export, cloud, innovazione, sicurezza… Gli impatti sono ampi e tendono a essere sottovalutati. Facciamo il quadro

Per il Regno Unito, uscire dall’Unione Europea vuol dire prevalentemente slegarsi dal Mercato Unico, chiamato anche Mercato Interno o MEC (Mercato Europeo Comune). Pur non avendo mai aderito all’unione monetaria e mantenendo tutt’ora il proprio conio nazionale, la Gran Bretagna sta infatti operando in assenza di barriere commerciali all’interno dell’Europa. Ciò comporta che il mutuo scambio di merci, servizi e forza lavoro tra essi e gli altri paesi facenti parte dell’Unione può ad oggi avvenire senza dazi doganali o speciali adempimenti giuridico-burocratici. Per un approfondimento sulle linee del Mercato Unico è possibile consultare la pagina ad esso dedicata presso il sito ufficiale dell’UE.

Se la recente decisione del Regno Unito venisse ratificata, assieme al quadro geo-politico cambierebbe dunque anche quello economico, ed in misura tutt’altro che superficiale. Già all’indomani della votazione del 23 Giugno le borse europee hanno subito pesanti inflessioni in negativo: Piazza Affari è andata anche oltre il -13%, il Cac 40 di Parigi ha perso l’8,44% e l’Ibex 35 Madrid si è avvicinato al -11%. Più che una prima conseguenza della Brexit, questo testimonia l’incertezza che essa ha generato: se infatti anche al mercato finanziario risulta indubbio che la situazione subirà dei mutamenti, non ne sono tuttavia ancora chiari molteplici elementi. L’insicurezza è altresì aggravata dal timore che altri paesi scelgano di seguire l’esempio del Regno Unito e che, in conseguenza, il Mercato Unico non riesca a reggere il contraccolpo.

Molto si è già detto sugli effetti che tutto questo sortirà sul Regno Unito, ma quali sarebbero le principali conseguenze della Brexit per le aziende italiane?

1 – Costi import-export

Attualmente, l’interscambio commerciale reciproco tra Italia e Regno Unito vale 33 miliardi. Se lo stato britannico tornasse sotto la regolamentazione del WTO (World Trade Organisation), qualunque scambio con la Gran Bretagna – in ingresso come in uscita – subirebbe la consueta tassazione applicata ai rapporti economici con paesi extra-comunitari. Le aziende italiane che intendono commerciare con l’Inghilterra dovranno dunque mettere in preventivo di affrontare spese quali dazi doganali e specifiche imposte di frontiera. Per le PMI che già intrattengono relazioni commerciali con realtà britanniche, il macro-svantaggio sarebbe quello di doversi accollare costi più alti per ottenere i medesimi risultati. Da sottolineare è che questo vale sia per i canali tradizionali che per l’e-commerce.

2 – Barriere giuridiche

Così come accade per le merci o i servizi, anche per la circolazione delle persone esiste una differente normativa a seconda che si svolga tra paesi intra- o extra-comunitari. Al momento, ogni cittadino italiano può spostarsi a Manchester o a Liverpool munito di valido documento d’identità; se il Regno Unito uscisse dalla UE, ciò non sarebbe più sufficiente. Lo stesso dicasi per il processo inverso, ossia per i viaggi verso l’Italia di residenti in Inghilterra. Passaporto, visto e diversa documentazione sarebbero richiesti per i turisti, studenti, ricercatori, imprenditori, professionisti. È comprensibile come questo avrebbe degli effetti a livello economico potenzialmente rilevanti per molteplici tipologie di business.

3 – Proprietà intellettuale

All’interno dell’Unione Europea vige un sistema unificato che regola la registrazione e la protezione di marchi, brevetti e copyright dei suoi stati membri. Stimando le proprie aree di mercato, molte aziende italiane hanno depositato il proprio brand a livello europeo e non mondiale. Ciascuna di esse dovrà valutare se l’eventuale distacco della Gran Bretagna dalla UE potrebbe comportare un rischio a livello di proprietà intellettuale: il loro marchio continuerà infatti ad essere tutelato a livello europeo, i concorrenti con sede nel Regno Unito saranno liberi di “plagio”. La soluzione sarebbe passare ad un copyright internazionale, il che costituirebbe però un’ulteriore voce di spesa in bilancio.

4 – Sicurezza dei dati e cloud

Similmente a quanto illustrato nel punto precedente, il trattamento e la conservazione dei dati personali sono normati da una legislazione europea organica, stabile e coerente con le politiche comunitarie perseguite negli ultimi anni. Le PMI che, ad esempio, tengono dati ed informazioni riservate in ambienti di cloud localizzati nel Regno Unito dovranno tenere in considerazione che in un prossimo futuro questi potrebbero non essere più soggetti alle medesime leggi vigenti in Italia, bensì ad una disciplina elaborata autonomamente dal legislatore britannico.

5 – Competitività Italiana

L’eventuale aumento degli oneri nei rapporti commerciali con le realtà britanniche che abbiamo descritto presenterebbe anche un positivo rovescio della medaglia per le imprese italiane. Le difficoltà che le nostre imprese dovrebbero affrontare nei rapporti con l’Inghilterra sarebbero le medesime per le altre aziende dell’UE. Questo fa sì che, nel caso di concorrenza con la Gran Bretagna per un cliente tedesco, francese o spagnolo le PMI del nostro paese avrebbero un vantaggio competitivo da sfruttare, vale a dire quello di essere all’interno del MEC. Se da un lato gli affari delle nostre PMI da e verso il Regno Unito sarebbero quindi penalizzati, dall’altro quelli che esse intratterranno con gli altri paesi dell’UE potrebbero essere incentivati a svantaggio dell’isola della Regina.

6 – Pressione fiscale

L’Unione Europea, come ogni istituzione, ha bisogno di fondi. Per prendervi parte, infatti, ogni paese è chiamato a versare una somma di denaro nelle casse comunitarie: queste provvederanno poi a finanziare diversi provvedimenti o aiuti anche in ottica di risanamento (vedasi il caso della Grecia). L’ammontare di tale quota viene stabilita in funzione proporzionale al GDP o al PIL di ogni singolo stato: assieme a Germania e Francia, la Gran Bretagna è tra i paesi che registra il PIL più alto e, quindi, contribuivano in misura maggiore ai fondi europei. Nel caso in cui l’apporto economico del Regno Unito venisse a mancare, la sua quota spettante dovrà essere ripartita – sempre in misura proporzionale – sugli altri paesi. È chiaro come questo graverà in percentuale maggiore sugli oneri Germania e Francia, ma influirà di una certa parte anche su quello dell’Italia: ne deriva che gli stati rimanenti nell’EU potrebbero applicare una pressione fiscale maggiore sulle aziende.

7 – Investimenti esteri

Londra è da tempo riconosciuta come capitale europea dell’innovazione, catalizzatrice di ingenti investimenti per start-up, progetti di ricerca e aziende innovatrici in diversi ambiti. Non essendo più una capitale dell’Unione Europea, Londra lascerebbe un posto vacante come fulcro degli investimenti nel Mercato Interno. Ciò non significa che Londra perderà il suo pregio di essere una culla per l’innovazione e l’interscambio culturale, tuttavia lascerà maggiore spazio di affermazione all’interno del mercato unico ad altre città: Parigi, Dublino, Francoforte sono le prime città nella lista, ma Milano non è lontana. Già sede dell’Expo e popolata da industrie di respiro internazionale, se aiutata da una adeguata politica dello Stato finalizzata ad attrarre IDE potrebbe assurgere a nuovi onori e traguardi economici.

Conclusione

Come ogni cambiamento importante, l’eventuale conferma della scelta che sancisce l’uscita del Regno Unito dall’UE comporterebbe pro, contro e un inevitabile tempo di adattamento ai nuovi equilibri. Per quanto riguarda le ripercussioni sulle PMI italiane, va sottolineato come le aziende penalizzate non saranno solo quelle che commerciano prodotti fisici con la Gran Bretagna. Oltre all’import e all’export, ci saranno ripercussioni dirette anche sui fronti della proprietà intellettuale, della sicurezza dei dati e soprattutto nella mobilità dei lavoratori che intendono recarsi oltre la Manica o rientrare nell’Unione Europea.

A fronte di un tale scenario, però, le aziende comunitarie dovranno fronteggiare una minor concorrenza nel Mercato Unico, poiché quelle britanniche saranno penalizzate da dazi e rallentate da eventuali limitazioni giuridiche. Infine la Brexit potrebbe comportare un’auspicabile ridistribuzione degli investimenti esteri che da Londra potrebbero dirigersi verso città appartenenti al Mercato Unico. In che misura tutto questo influirà sul business internazionale dipenderà molto dagli accordi ai quali i vari stati giungeranno nei prossimi due anni di trattative.

 

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