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Direttore responsabile Alessandro Longo

il quadro

Ci sono 11,5 miliardi di euro per fare l’Agenda, ma non abbiamo imparato a spenderli

di Luca Gastaldi, Direttore dell’Osservatorio Agenda Digitale, Politecnico di Milano e Marco Nicolai, Professore di Finanza Aziendale e Straordinaria, Università degli Studi di Brescia

18 Dic 2015

18 dicembre 2015

Ecco tutto quello che bisogna sapere sulle risorse economiche disponibili al 2020. Le risorse sono sufficienti. Senza adeguate competenze e strumenti finanziari si rischia però di non usarle al meglio o, peggio, di non usarle affatto. Il primo passo concreto per attuare l’Agenda Digitale è nella direzione di un coinvolgimento attivo della comunità finanziaria

Una delle più grandi lacune conoscitive in merito all’Agenda Digitale riguarda l’ammontare delle risorse per finanziarne l’attuazione. Su quanto possiamo fare affidamento? Rispondere non è banale perché la progressiva compressione delle risorse allocate dallo Stato agli enti locali ha orientato questi ultimi a fare sempre più affidamento sui fondi comunitari. Il vantaggio delle risorse europee per i potenziali beneficiari è che poggiano su un solido impianto programmatorio pluriennale e che godono di una definizione finanziaria quantitativamente certa. Tuttavia occorre orientarsi tra più di un centinaio di Programmi e – anche dove si sia identificata la misura potenzialmente fruibile – saper candidare progetti credibili, innovativi e che realizzino collaborazioni pubblico–pubblico e pubblico–privato. 

L’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano ha censito le risorse messe a disposizione dalla Comunità europea dal 2014 al 2020 e fatto stime prudenziali sulle dotazioni che possono essere considerate impiegabili per l’attuazione dell’Agenda Digitale italiana. Complessivamente possiamo contare su 11,5 mld euro dal 2014 al 2020, pari a circa 1,65 mld euro l’anno. Tali risorse sono allocate su due diverse tipologie di fondi:

  • Fondi strutturali: gestiti dagli stati membri che, sulla base di Programmi Operativi (PO) e attraverso le loro amministrazioni centrali e locali, ne dispongono l’assegnazione ai beneficiari finali. L’analisi di tutti i codici di investimento dei 74 PO Nazionali (PON) e Regionali (POR) dell’Italia (60 dei quali sono già stati approvati dalla Commissione europea) ci ha consentito di stimare 1,27 mld € l’anno come disponibili per attuare le politiche nazionali di digitalizzazione.

  • Fondi a gestione diretta: gestiti direttamente dalla Commissione europea e assegnati agli utilizzatori finali previa partecipazione a bandi (come ad esempio quelli di Horizon 2020). Nella programmazione 2014–2020 i fondi disponibili per tutti i Paesi europei sono pari a circa 82 mld €, di cui è ragionevole pensare che l’Italia riesca a catturarne circa 7 mld € (l’8,5% del totale). Il 38% di questi fondi è stato verificato essere destinabile all’attuazione dell’Agenda Digitale, per un totale all’anno di circa 0,38 mld €.

I fondi europei strutturali e a gestione diretta potrebbero essere sufficienti a coprire le necessità di spesa pubblica in innovazione digitale che sono specificate nei due piani strategici redatti dall’AgID. Infatti: 

  • nella Strategia italiana per la banda ultralarga sono previsti 6 mld € di investimenti per la PA, a cui abbinare un cofinanziamento privato dipendente dalla propensione delle imprese di telecomunicazioni a investire in zone che attualmente presentano una bassa richiesta di connettività;

  • nella Strategia per la crescita digitale 2014–2020 il fabbisogno previsto è quantificato in 4,6 mld €, di cui 1,5 già stanziati e 3,1 da recuperare su risorse nazionali o fondi strutturali.

Complessivamente stiamo parlando di investimenti pubblici pari a 10,6 mld euro dal 2014 al 2020 (corrispondenti a 1,51 mld € l’anno). Se la determinazione delle risorse disponibili sembra complessivamente adeguata nella sua dimensione quantitativa va però precisato che:

  • i piani strategici dell’AgID non esauriscono gli interventi da effettuare per una completa attuazione dell’Agenda Digitale italiana ma rappresentano una serie di fattori abilitanti atti ad accelerare i processi di digitalizzazione in ambito privato e a livello locale; ricordiamoci che l’Agenda Digitale è molto di più della digitalizzazione della PA del nostro Paese;

  • anche con riferimento a quest’ultima, non è sufficiente che la dimensione complessiva degli investimenti da coprire corrisponda alla disponibilità di risorse finanziariamente acquisibili; è infatti necessario che i vincoli allocativi di tutti gli interventi che caratterizzano i fondi siano compatibili con i requisiti di tutte le tipologie d’investimento dell’Agenda Digitale; le risorse dei diversi strumenti d’intervento siano impiegabili nei tempi e nei modi previsti dagli investimenti dell’Agenda Digitale;

  • le stime effettuate a valere sui fondi strutturali ipotizzano l’impiego di risorse previste per altri Obiettivi Tematici rispetto all’OT2, esclusivamente dedicato all’attuazione dell’Agenda Digitale; in altre parole, per disporre della quota del budget complessivamente censito è necessario competere con altri operatori e settori per catturare risorse da destinare all’attuazione dell’Agenda Digitale;
  • la gran parte delle risorse relative ai fondi a gestione diretta sarà gestita dai privati ed è stato ipotizzato che i beneficiari finali italiani mantengano invariato il tasso di accoglimento delle loro proposte per tutto il settennio 2014–2020 anche se la competizione per ottenerle sta crescendo inesorabilmente;
  • anche per i fondi a gestione diretta è necessario candidare proposte che non si limitino a colmare gap di digitalizzazione, ma che realizzino obiettivi di attuazione dell’Agenda Digitale soddisfando altre priorità politiche. A questo si aggiunge la necessità di inquadrare problemi locali in iniziative e priorità che si abbinino a temi e collaborazione d’interesse internazionale.

Al di la dei numeri, emerge sempre più la necessità – sia a livello pubblico che a livello privato – di sviluppare competenze avanzate di ingegneria finanziaria per passare da una logica di finanziamento mono-risorsa, mono-erogatore e mono-prodotto (che ha caratterizzato gli scorsi anni) a una logica “blended funding”, che possa abbinare più prodotti, attingere a molteplici risorse (spesso europee) e che sappia valorizzare la collaborazione tra PA e privati oltre che al ruolo chiave della comunità finanziaria. E qui cominciano i veri problemi perché: 

  • la PA e le imprese italiane collaborano ancora troppo poco nell’attuazione dell’Agenda Digitale, sia nella fase di raccolta delle risorse che in un loro efficace impiego. È sufficiente pensare alle forme più innovative di procurement pubblico già contemplate nell’attuale ordinamento giuridico. È sintomatico che, delle 6.765 procedure di dialogo competitivo attivate dal 2012 ad oggi in tutta Europa, oltre il 65% sia stata effettuata in Francia e Regno Unito, mentre l’Italia ha attivato 84 procedure di cui solo 5 avevano come oggetto soluzioni relative all’attuazione dell’Agenda Digitale;
  • Nonostante la rilevanza degli investimenti per attuare l’Agenda Digitale non si registra in ambito finanziario l’evolvere di nuova strumentazione che colga la specificità di questi interventi e ne sappia soddisfare le esigenze come invece è avvenuto per altri segmenti (si pensi solo a titolo esemplificativo ai settori immobiliare, energetico, ambientale e del welfare).

Le risorse per sostenere la trasformazione digitale del nostro Paese ci sono. Senza adeguate competenze e strumenti finanziari si rischia però di non usarle al meglio o, peggio, di non usarle affatto. Il primo passo concreto per attuare l’Agenda Digitale è nella direzione di un coinvolgimento attivo della comunità finanziaria.

 

 

 

 

 

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