edilizia 4.0

Cosa frena la Building Intelligence in Italia: le norme disattese e ambigue

L’attuale quadro normativo è favorevole all’infrastrutturazione digitale degli edifici ma l’ambiguità delle disposizioni, la mancanza di competenze e sanzioni, oltre che di una chiara e vincolante certificazione, continuano a frenare le potenzialità della cosiddetta Building Intelligence. Ecco quante opportunità si perdono

Pubblicato il 26 Set 2018

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Obblighi disattesi in fatto di fibra ottica negli edifici e scarsa conoscenza o attenzione delle istituzioni e dei professionisti del settore all’evoluzione del settore sono il vero freno nell’auspicato salto di qualità verso gli edifici 4.0 e lo sviluppo della Building intelligence.

Che l’avanzare delle tecnologie “5G” (o “5G ready”) supporti l’offerta di servizi innovativi è quasi oramai una certezza sia in ambito Smart city che Smart Home. Basta guardare ai primi risultati delle sperimentazioni 5G autorizzate dal Ministero dello Sviluppo Economico nell’area territoriale di Milano e di Bari e Matera ed alla veloce crescita del valore di mercato delle Smart home, con un più 35% rispetto all’anno scorso, secondo i dati dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, sebbene ancora molto sembra potersi fare sia per facilitare l’istallazione di tali prodotti che sul piano della conoscenza.

Usabilità e semplicità della smart home

Appare, infatti, necessario andare oltre i meri risparmi economici e la capacità di tali applicazioni di notificare eventuali problemi: solo nel momento in cui la smart home sarà pienamente convincente sul piano dell’usabilità e della semplicità e si adotterà una visione di più lungo termine, basata su soluzioni di Intelligenza Artificiale e Big data e su una progettualità integrata delle varie infrastrutture, si avrà il vero salto di qualità, implementando soluzioni in grado di configurare servizi in tempo reale in funzione delle preferenze e dei comportamenti personali degli utenti.

La formazione degli installatori

Se telco, utility ed assicurazioni iniziano a proporre soluzioni smart home che si possano istallare in autonomia, la maggior parte degli utenti, per varie ragioni, si rivolge ancora a quelli che dovrebbero essere gli “specialisti del digitale” e cioè gli installatori specializzati, che in questa fase, in cui un grosso freno è rappresentato dalla stessa tecnologia e dalla persistenza di protocolli ancora eterogenei che ostacolano la convergenza e l’integrazione, svolgono un ruolo focale, ma spesso ancora in modo troppo inconsapevole ed inadeguato, non avendo forse un formazione adeguata per dare il giusto supporto al cliente e cogliere le opportunità di questo mercato. Ad oggi, infatti, più che un’opportunità ed un veicolo di diffusione delle soluzioni, gli installatori sembrano rappresentare una barriera a causa della scarsa formazione: la crescita delle competenze degli installatori è un passo necessario e non più differibile per far sì che la filiera evolva nel comparto residenziale dove l’installatore è il grande influenzatore delle decisioni dei consumers.

Smart building e riduzione di sprechi e inefficienze

Se, però, possiamo dire che l’evoluzione tecnologica ha in qualche modo raggiunto le abitazioni e le fabbriche, la tecnologia, invece, stenta ancora ad entrare negli edifici. Lo Smart Building è ancora il vero collo di bottiglia di uno sviluppo infrastrutturale che possa da un lato garantire un’adeguata concorrenza sui servizi e dall’altro rispondere ad una domanda sempre più crescente di connettività. Gli edifici cablati e sensorizzati sono in grado di offrire a proprietari, condomini, amministratori (se in grado di sfruttarli) un ammontare enorme di dati di valore per ridurre inefficienze e sprechi nei consumi ed ottimizzare la gestione dell’immobile, personalizzando la gestione dei servizi ed innescando anche meccanismi di autocorrezione o autoriparazione negli impianti. In un sistema di questo tipo che applica soluzioni di intelligenza artificiale e sfrutta le potenzialità del Cloud e dell’Edge Computing i record provenienti dai sensori sono in grado di essere inviati agli attuatori che decidono le azioni da intraprendere.

Cosa frena l’edilizia 4.0

Ma, a distanza di tre anni dall’entrata in vigore dell’art. 135 bis del T.U sull’edilizia, grossi dubbi permangano sulla qualità delle infrastrutture e delle tecnologie impiegate nel campo dell’edilizia e poco ancora appare essere stato fatto in tema di recupero urbanistico e riqualificazione degli edifici in senso innovativo e sostenibile, con l’obiettivo di una maggiore inclusione sociale e competitività del sistema Paese. Se da un lato manca un adeguato livello di investimenti, vista l’età media del patrimonio immobiliare italiano, il vero freno nell’auspicato salto di qualità verso un edificio 4.0 appare essere legato soprattutto alla scarsa conoscenza o attenzione delle istituzioni e dei professionisti del settore all’evoluzione in atto ed alle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie e dalle nuove soluzioni impiantistiche che costituiscono, invece, una grande opportunità di crescita professionale in un settore in forte espansione.

Una recente ricerca sulle Smart City, realizzata dall’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, dimostra, infatti, come il 63% delle iniziative avviate in tema di smart city siano ancora (ed a distanza di anni rimangano) in fase sperimentale e concentrate quasi unicamente su illuminazione intelligente o comunque su temi di risparmio energetico: pochissimi i progetti di ampio respiro di riqualificazione urbana e/o di recupero edilizio, diversamente da quanto accade, invece, nel resto dell’Europa e soprattutto in Cina e negli Stati Uniti. La sopracitata ricerca ha confermato come la situazione di stallo sia sostanzialmente legata ad una generale mancanza di competenze e, quindi, di governance.

Fibra ottica negli edifici, gli obblighi disattesi

Come noto (oppure rectius come forse dovrebbe essere noto) con il decreto legislativo n. 164/2014 –  cosiddetto Sblocca Italia – con particolare riferimento alle tematiche di cui trattasi, in sede di conversione del D.L n. 133/2014, è stato inserito con l’art. 6 ter, comma 2, l’art. 135 bis del Testo Unico sull’edilizia (DPR n. 380/2001) recante “Norme per l’infrastrutturazione digitale degli edifici”, con cui in sintesi è stato sancito l’obbligo – a partire dal 1° luglio 2015 – di prevedere, all’interno dei nuovi edifici o in caso di profonda ristrutturazione ai sensi dell’ art. 10, comma 1, lett. c), un’infrastruttura fisica multiservizi passiva costituita da adeguati spazi istallativi e da impianti di comunicazione elettronica ad alta velocità in fibra ottica fino ai punti terminali di rete. Tale obbligo con l’art. 8 del successivo decreto legislativo n. 33/2016 è stato esteso a tutti gli edifici esistenti che, laddove siano già dotati di un’infrastruttura fisica multiservizi, di cui diventano titolari, sono obbligati a fornire accesso agli operatori di rete che ne fanno richiesta, secondo termini e condizioni eque e non discriminatorie, anche con riguardo al prezzo. Nel caso in cui sorga una controversia, l’art. 9 del suddetto decreto legislativo prevede che ci si possa rivolgere all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, individuata quale organismo competente alla risoluzione delle controversie tra operatori di rete e gestori di infrastrutture fisiche o tra operatori di rete, che nel pieno rispetto del principio di proporzionalità adotta una decisione vincolante per risolvere la controversia anche in materia di fissazione di termini e condizioni equi e ragionevoli, incluso il prezzo, ove richiesto, secondo le procedure di cui alla delibera 449/16/Cons: l’Autorità non riveste, però, alcun ruolo consultivo in tale ambito.

Una certificazione per l’infrastrutturazione digitale

Tali norme – come più volte scritto – si inseriscono in un contesto normativo che sin dal 2002 dimostra come per il legislatore italiano (ma non solo) sia stato ritenuto indispensabile investire sulle reti (orizzontali e verticali) per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda digitale europea ed italiana. Ma se il quadro normativo è estremamente favorevole alla realizzazione delle infrastrutture, considerando anche l’intervenuta semplificazione degli oneri amministrativi ed economici (anche se di fatto anche tali normative appaiono disapplicate) e gli “incentivi” concessi, lo stesso appare scarsamente noto, nell’errata convinzione che forse servano norme o regolamenti applicativi a livello locale o forse per la scarsa prescrittività della stessa norma che non prevede alcun tipo di sanzione in caso di mancata applicazione. Giova forse ricordare che la disciplina dell’art. 135 bis che mira a garantire l’infrastrutturazione digitale degli edifici costituisce oggi solo un requisito di qualità del bene immobile che ne incrementa le potenzialità, ma non ha alcuna incidenza sulla disciplina dell’agibilità degli edifici, stante anche la piena commerciabilità di edifici non agibili, né i notai hanno un obbligo di verifica circa la sussistenza delle qualità del bene promesso in vendita, salvo forse un dovere di adeguata informativa all’acquirente. Sarebbe, quindi, auspicabile che anche sotto tale profilo si facesse un salto di qualità, rendendo obbligatoria l’etichettatura prevista dal citato art. 135 bis, alla stessa stregua delle certificazioni energiche.

I rischi per la libera concorrenza infrastrutturale

A distanza di tre anni non solo appare esservi una scarsa applicazione di tale previsione ma anzi una lettura distorta del quadro normativo vigente rischia di incidere negativamente sulla libera concorrenza infrastrutturale e sugli investimenti degli operatori, accentuando lo stallo e creando di fatto una situazione di monopolio a causa di inappropriate “rappresentazioni”, da parte dei soggetti che realizzano ed eserciscono tali impianti ad amministratori di condominio spesso ignari delle disposizioni normative vigenti. Una situazione che appare aggravata anche da una certa imperizia nella realizzazione dei diversi impianti, tale da potersi addirittura tradurre in potenziali rischi non solo per la sicurezza e l’integrità delle reti, ma anche per gli utenti e gli stessi installatori. I diversi impianti non solo non sono nativamente integrati tra loro ma spesso vengono progettati dal punto di vista architettonico per non poter essere integrati neppure a valle e cioè in casa dell’utente, con riflessi negativi poi sia per le smart cities che per le smart communities che “vivono” sulla condivisione dei dati. La precisione dei dati trasmissibili premette, infatti, la moltiplicazione dei servizi per la sicurezza e il benessere della persona che questi sia uno smart worker, un paziente, un cliente o un semplice residente. Poiché la convergenza delle infrastrutture braodcasting, tlc e multi utility è destinata ad aumentare in modo esponenziale con l’arrivo del 5G e la diffusione dell’Internet of Things, tale processo di convergenza non può più essere né ignorato né sottovalutato.

L’ambiguità della norma

Il ritardo accumulato nell’infrastrutturazione degli edifici oggi è dipeso anche dall’ambiguità di alcune disposizioni del citato art. 8 del dlgs n. 33/2016 che sembrano aver generato in questi anni comportamenti impropri, sia da parte di impiantisti ed amministratori di condominio che da parte degli operatori di comunicazione. Se una lettura sistematica del quadro normativo vigente indurrebbe a ritenere che ragioni di efficienza ed efficacia dovrebbero obbligare gli operatori ad utilizzare al meglio gli impianti ove esistenti, nel rispetto delle prescrizioni di cui al sopracitato decreto legislativo n. 33/2016, dall’altro lo stesso decreto legislativo riconosce all’operatore, laddove la duplicazione è possibile e se le condizioni economiche sono ritenute convenienti, il diritto di realizzare un proprio impianto facendo passare un cavo nel cavedio o nella canalina dell’immobile, ai sensi di quanto previsto dall’art. 8, commi 2-5, dimostrando, quindi, di avere la richiesta di un utente e riducendo al minimo l’impatto sulla proprietà, nell’ assoluto e necessario preservo e rispetto delle reti ed apparati altrui.

Nuove competenze e figure professionali per l’edilizia 4.0

Ancora una volta la chiave di volta di tale situazione è nella conoscenza e nell’integrazione a tutti i livelli. La sfida verso un’edilizia 4.0, per la quale si rendono necessarie nuove competenze e nuove figure professionali, che siano capaci di integrare negli edifici in modo strategico ed efficace le tecnologie innovative e le soluzioni intelligenti che evolvono sempre più rapidamente, non può essere frenata dall’utilizzo improprio degli spazi o da infrastrutture non “costruite a regole d’arte”. Problematiche che appaiono oggetto sempre più spesso di segnalazione alle amministrazioni e che certamente meritano un approfondimento ed una maggiore vigilanza nell’interesse sia dei cittadini che degli operatori di settore, ma anche del sistema Paese, in modo da ottimizzare la gestione degli impianti sin dalla fase realizzativa e fare in modo che il “Condominio a 7 stelle” non resti solo un sistema di classificazione degli immobili protocollato dal Politecnico di Milano per valutare la qualità e quantità degli impianti, dei prodotti, dei servizi, dei fornitori e degli amministratori di un edificio.

Stante le potenzialità della cosiddetta Building Intelligence non appare eccessivo oggi affermare che lo stato di salute di un Paese, di una città, di un quartiere passi anche dalla qualità dei propri condomini.

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