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Industry 4.0

Gigabit alle imprese per non perdere la leadership industriale italiana

La banda ultra larga, anche oltre 1 Gigabit, ci servirà a salvaguardare la nostra posizione nei tradizionali settori del made in Italy. Bisognerebbe concentrare gli investimenti in città/territori dove incentivare aziende e/o start up che svilupperanno servizi e/o prodotti coerenti con la nostra cultura manifatturiera

13 Lug 2015

Luca De Pietro , docente di E-government e E-democracy, Università di Padova


Non possiamo e non dobbiamo far finta di niente: non avere la banda ultra larga sarà un limite per la competitività delle nostre imprese e dei nostri territori che potrebbe mettere a “rischio” anche le nostre leadership riconosciute e ben più forti nei tradizionali settori del made in Italy (dalla moda, all’arredo, all’automazione, al food eccetera).

La possibilità di avere nelle nostre città (più o meno grandi) delle reti di accesso di nuova generazione- con velocità di accesso anche superiori al Gigabit – rappresenterà un limite per sviluppare e/o attrarre quella parte di aziende e/o start-up “creative” che fanno della iperconnessione ad internet una leva di vantaggio competitivo. Ma queste aziende che hanno bisogno di un Gigabit di connessione quali servizi svilupperanno, quali nuovi prodotti commercializzeranno? La risposta più comune a questa domanda è al momento generica e forse un po’ scontata: svilupperanno servizi di realtà aumentata, gestiranno i big data delle catene di negozi, elaboreranno software per la progettazione in 3D via cloud eccetera.

Leggendo queste risposte rimane sempre una sensazione d’incompletezza e di incertezza rispetto alla “reali“ potenziali delle reti di nuova generazione: declinare le potenzialità generate dalla reti superveloci solo attraverso nuovi e generici servizi e applicazioni tecnologiche non scioglie i dubbi sulla bontà e sull’utilità di questi investimenti. Tanto che spesso per avvallare la decisione di investire in queste nuove infrastrutture immateriali si precisa: non possiamo prevedere al momento quali servizi/prodotti potranno essere sviluppati con le reti di nuova generazione.

La precisazione è ovviamente corretta e condivisibile ma forse la domanda originale è mal posta. E se fosse questa la domanda: senza gli investimenti nelle reti di accesso di nuova generazione siamo sicuri di mantenere nei prossimi 10 anni gli attuali livelli di leadership mondiale nei tradizionali settori del made in Italy (ovvero nell’arredo-casa, nell’abbigliamento, nell’automazione e nel food) ? Ovvero senza questa nuova infrastruttura riusciremo a salvaguardare o addirittura incrementare le nostre quote di commercio internazionale di quei settori che l’anno scorso ci hanno garantito quasi 43 miliardi di surplus della bilancia commerciale? Solo il minimo dubbio di intaccare questi risultati – e quindi minare in qualche modo l’attuale asset industriale del Paese – dovrebbe spingere tutti – in primis la politica – a condividere e attuare questi investimenti. Magari – come avviene in altre nazioni – concentrando gli investimenti in reti di nuova generazione in città/territori dove incentivare aziende e/o start up che svilupperanno servizi e/o prodotti coerenti con la nostra cultura manifatturiera al fine di rinnovare gli attuali prodotti e/o cambiando modelli di business. Abbiamo bisogno di reti di nuova generazione ultraveloci a un gigabit per far fermentare e sviluppare le idee, i prototipi, i nuovi servizi delle nostre aziende manifatturiere e/o di nuove aziende in grado di integrare per esempio la realtà aumentata negli occhiali, piuttosto che la sensoristica avanzata nelle nostre case, la stampa 3D nelle scarpe e via dicendo.

Non si tratta di pensare alla banda ultralarga al servizio di un futuro generico e indistinto, che non ci possiamo permettere visto la scarsità delle risorse pubbliche: si tratta invece di finalizzare decisamente questa infrastruttura per sostenere e sviluppare quei settori in cui il mondo ci riconosce una leadership. Forse sembra facile e scontato, ma attuarlo significa scegliere le priorità: ovvero quello che una volta si chiamava semplicisticamente “avere una politica industriale”.