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Direttore responsabile Alessandro Longo

editoriale

Industry 4.0: salvare l’Italia è possibile (ma serve un passo in più)

di Alessandro Longo

26 Set 2016

26 settembre 2016

Molti applausi per un piano governativo che per una volta ci mette all’avanguardia. Solo sulla carta, però, per ora. Adesso è il momento della prova sull’economia reale. E chissà se se le nostre troppo piccole e culturalmente arretrate pmi riusciranno a cogliere la zattera della salvezza. Davvero l’ultima, per una Italia che procede rapida verso il declino industriale

Il migliore piano Industry 4.0 al mondo, per innovare l’industria italiana. Proprio nei giorni in cui si certifica che quell’industria sta calando a picco. Meno 22 per cento di produzione industriale dal 2007 al 2016 (dice l’Istat). La crisi, certo. Ma nessun Paese è andato così male. Scontiamo colpe antichissime, di Governi e imprenditori indifferenti o persino nemici del digitale. 

L’Italia non si cambia di colpo grazie a un piano. La prova della verità- se riusciremo o no a salvare il Paese da un destino di sotto sviluppo- verrà quindi dall’economia reale. Dalla risposta di sistema, da parte delle aziende. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare e con il piano il Governo ha messo- a detta di (quasi) tutti gli esperti- le carte migliori sul tavolo.

QUI IL PIANO

 

Un giudizio, estremamente positivo, che traspare anche dagli articoli che stiamo pubblicando. Traspare in verità anche qualcos’altro: qualche azienda tecnologica ed economista sostiene che non è abbastanza; l’Italia deve sforzarsi a spianare di più la strada all’innovazione, soprattutto combattendo la burocrazia e semplificando. Citiamo, tra le note negative, le incertezze burocratiche del nuovo Codice appalti; l’assenza (denunciata da Asstel) di regolamenti di semplificazione attesi da anni dall’industria (per la posa della fibra, per i limiti dell’elettromagnetismo; citiamo anche la lunga attesa dell’asta per le frequenze al fixed wireless broadband).

L’Italia non si cambia d’un fiato, si diceva, e questa inerzia affligge tutto: anche il legislatore e la politica; anche il burocrate che dovrebbe accompagnare il cambiamento (e invece spesso gli si resiste). Stesso quadro, stessa battaglia tra innovazione e retaggio anche nella riforma della pubblica amministrazione- in Forumpa.it abbiamo appena dedicato uno speciale al Codice dell’amministrazione digitale.

Sbagliato credere che tutto questo non c’entri con Industry 4.0, con il rinnovo industriale italiano, se davvero- come questo stesso Governo crede e ripete- la trasformazione PA può fare da volano. Ma gli inciampi e i ritardi in altri campi sono rilevanti anche perché denunciano quanto il Paese ancora non sia pronto e questo è un fattore che peserà- purtroppo- anche sull’implementazione del piano Industry. Del resto, anche i ritardi con cui lo stesso piano è stato varato- rispetto agli annunci e agli altri Paesi- sono figli della stessa questione.

“Il migliore piano Industry al mondo: per risorse allocate, 13 miliardi di euro, e per completezza delle misure”, ci dice Marco Taisch, docente del Politecnico di Milano. “Il piano rivoluziona i rapporti tra Stato e aziende. Invece di bandi, incentivi fiscali all’innovazione. Ossia: invece di obbligare le aziende a dire allo Stato in che cosa intendono investire, per poi attendere l’esito dei bandi, si permette loro di avere subito un sostegno diretto e automatico all’innovazione”, aggiunge Taisch, che con il suo Manufacturing Group ha partecipato alla cabina di regia per lo stesso piano..

Difficile trovare un esperto o uno stakeholder (da Confindustria in giù) che non sia stato coinvolto nel piano. E se questo da una parte è senza dubbio un bene, dall’altra pone il problema (epistemologico) di poter fare un’analisi critica “obiettiva”, con opinioni esterne e discordanti (problema che un giornalista- ma anche qualunque persona che abbia a cuore il metodo scientifico- ha il dovere di porsi, a prescindere dalla fiducia sulla competenza e onestà intellettuali delle fonti).

Ciò detto, è vero che per numeri e ampiezza della portata (a 360 gradi), il nostro è un piano sulla carta apparentemente più forte di quello degli altri. Che però sono partiti prima e hanno subito meno la crisi economica, quindi per prima cosa bisognerebbe chiedersi se il nostro piano sarà “abbastanza migliore” per farci recuperare il ritardo. 

Ma forse ormai non ha nemmeno senso chiederselo: lo scopriremo solo sul campo, il passato (e i suoi errori) non si cambiano. Adesso non resta che marciare per la migliore implementazione possibile di questo piano. “E’ quello che non dobbiamo sbagliare adesso: l’implementazione“, ci ricorda Taisch. 

Anche su questo fronte il piano mette sul tavolo le carte migliori (altrimenti non potrebbe essere un “buon” piano, del resto): nell’immediato sviluppare l’awareness delle tante pmi che sonnecchiano nell’analogico grazie a una strategia di comunicazione e al ruolo delle associazioni di settore; nel medio-lungo periodo, centri di competenza per dare all’Italia le risorse umane dell’innovazione, per competere sul mercato globale. Insomma, impulso (adeguato) nel breve periodo (incentivi, awareness); sostegno nel lungo. Subito una scintilla per la messa in moto della macchina, ma anche la benzina per farla viaggiare a lungo: correndo per recuperare le posizioni perse in questi anni (ricordiamolo).

La parola, adesso, al nostro tessuto imprenditoriale, che dovrà dimostrare di sapersi rinnovare quando le condizioni di contesto lo permettono. Ma la parola- anche e soprattutto- all’Italia tutta: per il ruolo dei media nel raccontare il bisogno di cambiare; delle famiglie, per il giusto indirizzo agli studi dei figli e alle scelte tecnologiche (la banda larga e ultralarga deve essere considerato un bene primario, di cui dotarsi). Ma, ancora, il ruolo delle istituzioni, per innovare l’Italia: non basta fare i bravi su Industry 4.0 se poi su altri fronti (come si è visto) prevalgono le vecchie logiche; se si pensa ancora per esempio di cambiare la PA “a costo zero”. E credere che si possa innovare a compartimenti stagni, strabici sul sentiero dell’innovazione, è uno degli errori prospettici più gravi da fare, nel mondo sempre più integrato dall’economia digitale.

 

 

 

  • Cesara

    I.4.0 Piano nazionale

  • rdv2009

    Non dubito che la dotta analisi sopra riportata, abbia il grande merito di analizzare alcuni degli elementi che stanno portando l’Italia verso il declino industriale, tuttavia,quando si parla di innovazione,miglioramenti, nuove strategie applicative ed invezioni, occorrerebbe andare ad indagare in ogni PMI italiana, meglio se microimpresa o anche impresa artigiana dove ogni operaio, almeno una volta nella vita, ha inventato qualcosa o ha migliorato un processo produttivo che se portato allo scoperto, potrebbe stimolare la crescita del PIL o più modestamente, potrebbe creare le condizioni di rientro per quei cervelli espatriati cui si rivolgeva il nostro ptesidente appena ieri.Tuttavia ciò non interessa a nessuno, infatti, a nessuno interessa che il DM 1° giugno 2016 Horizon 2020, dal prossimo 17/10/2016, consentirà agli aventi titolo, di presentare i propri progetti che non potranno avere importo inferiore a € 800.000 fino ad € 5.000.000! Ma chi sono gli aventi titolo? L’art.2 del predetto DM dice che esso serve a: “sostenere la valorizzazione economica dell’innovazione attraverso la sperimentazione e l’adozione di soluzioni innovative nei territori delle regioni meno sviluppate e delle regioni in transizione, il presente decreto disciplina, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 15 del decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, 8/03/2013, le procedure per la concessione ed erogazione delle agevolazioni in favore di progetti di ricerca e sviluppo di rilevanza strategica per il sistema produttivo e, in particolare, per la competività delle piccole e medie imprese”. Io poi vorrei vedere quale PMI ha la capacità economica di pagarsi un progetto da € 800.000 a 5.000.000 e quale microimpresa o impresa artigiana, potrà superare i paletti messi ad arte per conferire un mare di soldi ai soliti soggetti che poi non apportano alcunché al paese. Se si volesse fare seriamente, andrebbe valutata l’idea, magari facendo lavorare quelle istituzioni che oggi costano tanto ai contribuenti e contribuiscono ben poco allo sviluppo de paese per mancanza d’idee (anche per questo siamo gli ultimi a spendere i fondi europei).Poi, se l’idea viene valutata utile per lo sviluppo del paese(ma gli esaminatori si devono prendere la responsabilità delle loro valutazioni), si vedrà chi deve realizzarla ove in primis deve essere coinvolto il promotore (anche se ha i debiti con equitalia) in base alla sua capacità produttiva (in modo da poter crescere), avvalendosi anche di quelle ditte ben attrezzate che oggi imbrogliano pur di accaparrarsi i predetti fondi. Allora, potrebbero rientrare molti di quei giovani talenti fuggiti all’estero e potremmo vedere una vera ripresa da subito.

  • Michelle

    Buonasera
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    Grazie

  • Bruno Lodi

    Grazie ad Alessandro Longo per il buon articolo.
    Però,nell’ultimo capoverso, fra coloro che devono agire per “mettere a terra” anche in Italia “Industry 4.0”, credo dovrebbe essere citata anche la categoria manageriale nel suo insieme, categoria che è chiamata ad un ruolo di “mediazione culturale” fra le imprese e i nuovi paradigmi.
    Per giocare questo ruolo i manager dovrebbero padroneggiare entrambi i linguaggi, quello delle aziende e del business e quello delle nuove tecnologie: in che misura questo è vero? E quanto la categoria è pronta a cambiare sè stessa per poter assumere questo ruolo guida?

  • bazner

    Condivido tutto. E sono contento di leggere articoli, una volta tanto, legati al mondo reale invece che a mondi “commerciali” o “politici”…

    Purtroppo ho qualche dubbio che l’industria italiana sia pronta a questo passaggio. Non tanto per un problema di risorse economiche (e bene ha fatto il governo a mettere a disposizione gli incentivi economici) quanto per il suo stato di evoluzione. Processi sbagliati, macchinari obsoleti, automazione quasi inesistente, programmi di gestione da rinnovare… Ci sono ancora tante cose da fare nelle aziende italiane e non credo che il punto di partenza sia Industry 4.0. Certo, molte si muoveranno, forse, per quanto detto, anche a sproposito, ma la maggior parte credo abbiano problemi ben più gravi da risolvere. E non parliamo della cultura manageriale, anche li ci sarebbe parecchio da discutere.

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