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Direttore responsabile Alessandro Longo

Memory Squad - 137° PUNTATA

La fantascienza di Industry 4.0

23 Set 2016

23 settembre 2016

Cronache dal futuro (anno 2333), a cura del docente visionario Edoardo Fleischner per Agendadigitale.eu

Il dottor Annthok Mabiis, nell’anno 2333, ha annullato tutte, o quasi, le memorie connesse della galassia per mezzo del Grand Ictus Mnemonico. “Per salvare uomini e umanidi dalla noia totale, dalla Sindrome della Noia Assoluta”, perché le memorie connesse fanno conoscere, fin dalla nascita, la vita futura di ciascuno, in ogni particolare. La Memory Squad 11, protagonista di questa serie, con la base di copertura su un ricostruito antico bus rosso a due piani, è incaricata di rintracciare le pochissime memorie connesse che riescono ancora a funzionare. Non è ancora chiaro se poi devono distruggerle o, al contrario, utilizzarle per ricostruire tutte quelle che sono state annientate, se devono cioè completare il lavoro del dottor Mabiis o, al contrario, riportare la galassia a “come era prima”.

Prato a distesa. Seduti sull’aria. L’erba spettinata. Svolazzi di foglie. Gialle. L’autunno sincronizzato col pianeta terra. La colonia astrale numero 1011. Convenuti da tutta la galassia. Il podio al centro. Aggiornamento in corso.

“Dobbiamo cercarle dappertutto…!” recitava la comandante Khaspros. Ora si librava fra gli agenti. Il sole. Opaco. Gigante. Ampliato dalla cupola. Velava gli occhi. Assopiva le menti. Imponeva rispetto. La comandante Akila Khaspros aveva scelto il giallo paglierino. Le ricordava gli ultimi pomeriggi d’estate. Le chiacchiere in salotto di comando. Al settecentoquarantunesimo piano.

“Le memorie connesse sono il nostro obiettivo… da quando esistono le memory squad, cioè da quando c’è stato il grand ictus mnemonico, ne abbiamo in realtà scovate pochissime. Ma ora sappiamo che le memorie connesse recuperabili potrebbero essere molte, forse moltissime, infatti una informativa di queste ore ci dice che le memorie connesse sono state utilizzate per sostituire…”
“Lo sappiamo comandante, lo sappiamo, la voce è girata in un attimo… trovarle ora sarà facile… facilissimo, comandante! Dove ci sta un uomo o un umanide, ci può essere una memoria connessa!” petulava un agente.
“Non è così semplice, agente, non è così semplice… anzi non è esatto… le memorie connesse sono arrivate intorno al 2150… sono state sintetizzate come sinapsi di un cervello globale… una per ogni umano o umanide… in più una memoria connessa per ogni altro essere vivente… infine una memoria connessa per ogni robot del secolo precedente, per sostituirli tutti… fu quando si decise la pulizia etnorobotica… L’agente Magli vi illustrerà meglio… Agente a lei la parola, ma sia breve!“ Un gesto ampio. Passava sulle teste. Milioni di agenti. La spianata respirava.

“Quegli apparati erano degli specie di umanidi, ma molto primitivi…” narrava Stefano Magli l’agente di Memoria Antica della Memory Squad 11.
“Tutto si basava ancora sull’elettronica, sull’intelligenza artificiale, così la chiamavano, sui big data per le ottimizzazioni… che fosse un approccio, diciamo così, senza sbocco, destinato all’impossibilità di ulteriori passi avanti lo capirono molto tardi e quei pochi che lo avevano subito intuito non vennero presi sul serio… Intanto, oltre a quei robot antropomorfi, ogni cosa, ogni oggetto, ogni casa, apparato, venne, diciamo così, robotizzato… anche perché si portò avanti il programma che a quel tempo si chiamava internet-delle-cose, dove tutto, ma proprio tutto, era connettibile e connesso… ma tutto era ferraglia, diciamo così, e fu per questo che…” gli agenti astantavano. Appisolavano. Testachinavano. Le palpebre sbattevano. Torporevano.

“Grazie agente Magli, grazie mille… molto interessante!” la comandante Khaspros silenziava. Il sole acconsentiva. Il prato levigava. Lievigava. Livellava.

“Comandante, mi scusi, ma a cosa erano poi serviti tutti quei vecchi aggeggi, quei robot…?” una voce da spazzola.
“Caro agente, ora capiamo che fu una specie di moda frenetica… un’industria esplosiva della ferraglia, inarrestabile… poi superata, come sempre accade a tutte le storiche ondate di innovazioni sostitutive…”

“Comandante, mi scusi, come si chiamò quel periodo?” lo stesso agente. Lo stesso urlo di spazzola.
“Ricordo a tutti che in quel secolo era ancora dilagante la lingua inglese… si chiamava Industry 4.0…”

(137 – continua la serie. Episodio “chiuso”)

edoflei06@gmail.com

  • Attilio A. Romita

    Un tempo c’erano le schede perforate e le aziende più innovative pensavano di essere all’avanguardia perché riempivano i magazzini di cartoncini perforati.
    Poi vennero altre diavolerie sempre più piccole, sempre più veloci e capaci di utilizzare sempre più informazioni.
    Gli esperti cominciarono a pensare como usare tutta quella potenza elaborativa e tutti quei dati …kilo, mega, giga, tera, pico …tutti ne parlavano, nessuno ne capiva niente e tanti cominciarono a comprare idee che non sapevano poi mettere in atto.
    Dato che più facile aggiungere idee che costruire fatti si cominciarono a costruire modelli che le macchine sempre più potenti elaboravano secondo schemi che simulavano intelligenze superiori. Ma è come “voler cavare sangue da una rapa” e non è possibile ottenere una soluzione più intelligente con una macchina programmata da un uomo con il suo livello di intelligenza.
    L’uomo continuava, a parole, a sentirsi più forte perché il suo frigorifero mandava l’ordine di acquisto direttamente al supermercato.
    La signora si sentiva più libera di chiacchierare con le amiche mentre l’auto si guidava da sola.
    I bambini erano felici perché …avevano scoperto altri 2 pokemon.
    Le fabbriche ora si chiamano industry 2.0…3.0…4.0.
    Poi, come nella favola, il bimbo disse “il re è nudo” e si cominciò a cambiare un pezzetto per volta perché la meccanica usa per misurare m, cm e mm e l’informatica usa giga, tera, pica …per capirci 1tera minuti è uguale a 2000 anni.
    Si cominciò a capire che la velocità delle macchine utensili e dei computer erano distanti come i cm dai gigabyte e gli esperti delle chiacchere furono misurati realmente e …tutti vissero felici e contenti.

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