Le infrastrutture digitali nel PNRR: tutti i nodi che il nuovo Governo dovrà sciogliere | Agenda Digitale

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Le infrastrutture digitali nel PNRR: tutti i nodi che il nuovo Governo dovrà sciogliere

Come sarà completata la copertura in fibra delle aree grigie del paese; gli ostacoli sulla strada della rete unica; la necessità di dare nuovo impulso alle reti mobili: come velocizzare i lavori e reperire risorse aggiuntive

26 Feb 2021
Francesco Sacco

docente di management consulting all'Università Bocconi di Milano

Come il momento più buio della notte è poco prima di fare giorno, così la confusione regna sovrana prima di fare chiarezza nelle politiche per le telecomunicazioni del nuovo Governo. Perché sarà impossibile fare un Recovery Plan per le infrastrutture digitali senza sciogliere tutti i nodi del settore.

La buona notizia è che non si sarebbero potuti immaginare attori più competenti di quelli che ne hanno la responsabilità.

Asstel ritiene che servano almeno 10 miliardi di risorse aggiuntive rispetto alla prima bozza del PNRR. Il grosso dell’investimento è costituito dalle reti VHCN fisse e mobili ovvero il “Piano nazionale fibra” e il futuro della rete 5G. Ma per decidere come spendere queste risorse ed elaborare a ragion veduta i piani dettagliati che richiede la Commissione Europea, sarà necessario prima chiarirne tutte le premesse.

Gli ostacoli sulla strada della rete unica

Per la rete ultrabroadband in fibra servirebbe completare la copertura delle aree grigie del Paese, dove risiede il 45% della popolazione e le aree sparse ancora non coperte da nessuna tecnologia, che sono il 17,7% dei numeri civici. Non poco. Se l’orizzonte fossero i 6 anni di investimento del Recovery Fund, non sarebbe un problema. Ma il Paese intero chiede a gran voce di fare presto. Quindi non è importante soltanto dire che si farà, ma come si farà. E questo può cambiarne sensibilmente i suoi costi di realizzazione.

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La strada della rete unica al momento è ancora molto vaga e già in ritardo sui tempi annunciati. Anche se i dubbi sulla sua praticabilità sul piano regolamentare sono sempre più evidenti, secondo alcuni è la panacea per tutti i mali. Ma nessuno ha mai chiarito in dettaglio perché. Nel frattempo, i piani appena resi pubblici da FiberCop sembrano rendere impossibile anche il suo obiettivo più raggiungibile: evitare le duplicazioni delle infrastrutture.

Centralizzare la gestione dei grandi progetti nazionali d’investimento

In assenza della rete unica, la soluzione meno rischiosa e più rapida è quella di organizzare gare mirate con termini e penali più stringenti rispetto al passato. Ma se si sceglie questa strada, tramonta definitivamente la possibilità di fare una rete unica sotto il controllo di TIM, come aveva ipotizzato il precedente Governo. Sarebbe allora il Governo a dettare i tempi e a disegnare le gare per evitare le duplicazioni nell’infrastrutturazione.

Questo però potrebbe non bastare. Per dare un ulteriore impulso alla velocità dei lavori, andrebbe del tutto ribaltata la gestione dei grandi progetti nazionali d’investimento creando un’unica piattaforma nazionale per la gestione di permessi, documenti, gare e project management per tutti i grandi progetti infrastrutturali.

Centralizzando tutto, si avrebbe un aggiornamento in tempo reale per tutti i progetti e tutti i cantieri, si eviterebbero duplicazioni nella fornitura della documentazione, si avrebbe immediata evidenza dei ritardi, anche davanti agli occhi dei cittadini, un’unica impostazione interpretativa per le norme ma anche un’unica cornice per comminare sanzioni automatiche alle amministrazioni che ritardano arbitrariamente le risposte, per la gestione dei danni e del contenzioso. Non sarebbero più le imprese a doversi recare presso tutte le singole amministrazioni localmente ma tutte le amministrazioni a dialogare su una stessa piattaforma.

Una leadership pubblica intorno ad Open Fiber

In questo scenario, una leadership pubblica intorno ad Open Fiber, sotto la direzione di CDP, ad esempio, potrebbe anche farsi carico di dare nuovo impulso alla cablatura nelle aree non a mercato e avviare un nuovo sistema di remunerazione degli investimenti orientato alla RAB che permetterebbe di finanziare, senza impegnare ulteriori fondi del PNRR, il completamento anche in futuro delle case sparse ma anche delle nuove costruzioni, cosa che nessuno prima aveva previsto. Con la cooperazione dell’Agcom, si potrebbe anche fissare un markup minimo regolamentato sul prezzo all’ingrosso per remunerare la realizzazione dei verticali ma anche assicurare una redditività minima alle imprese di telecomunicazioni che soffrono da tanto l’erosione dei margini e dei ricavi.

Come reperire risorse aggiuntive

Inoltre, coordinando le regioni, come fu fatto per il piano Banda Ultralarga, sarebbe possibile ottenere altre risorse aggiuntive anche dai fondi della programmazione comunitaria 2021-2027. Da questi si potrebbero prendere altre risorse da destinare ai voucher per la banda ultralarga che, nel frattempo, andrebbero rapidamente riformulati e rimodulati prima di ricevere un richiamo da Bruxelles. Ricordiamoci che i voucher appena erogati diventano direttamente PIL. Concepirli in una forma semplice e facile da rendicontare è puro buon senso.

Un nuovo impulso alla copertura 5G

Fin qui la rete fissa. Ma quando usciremo dal lockdown, la rete mobile tornerà ad essere l’infrastruttura più importante. E in questo ambito sarebbe importante dare un nuovo impulso alla copertura della rete 5G dove c’è un problema simile a quello della rete fissa: tutti vogliono coprire le città più grandi e densamente abitate, dove risiede circa il 35% della popolazione italiana. Nessuno, se potesse, vorrebbe coprire il resto.

Per il 5G, però, sarebbe più semplice che con le precedenti generazioni di telefonia mobile creare una rete all’ingrosso nelle aree marginali da mettere a disposizione di tutti gli operatori. Si eviterebbero in questo modo inutili duplicazioni di infrastrutture e inutile inquinamento elettromagnetico. Inoltre, lo stesso wholesaler del mobile potrebbe anche avviare la realizzazione di una rete edge nazionale, per la quale al momento si sentono grandi proclami, si vede molto interesse ma non si fanno investimenti. Se fosse realizzata sfruttando Open RAN, sarebbe anche un’occasione per rilanciare la ricerca sulle piattaforme aperte in Italia, offrire servizi alla PA e mantenere l’Italia competitiva rispetto alle più grandi economie del pianeta.

SPC e cavi sottomarini

Infine, dato che si devono ripensare le infrastrutture di telecomunicazioni del futuro, ci sono due temi molto trascurati che varrebbe la pena di valutare alla luce del PNRR. Il primo è un aggiornamento o il definitivo accantonamento del Sistema Pubblico di Connettività (SPC), che fu pensato in un’epoca diversa rispetto alla Gigabit society che si prospetta nel nostro futuro. Il secondo, è la creazione di corridoi protetti per i landing point dei cavi sottomarini per le telecomunicazioni internazionali che arrivano nel nostro Paese. Trasportano il 90% delle informazioni che si muovono sulla Rete ma la frequenza dei loro tranciamenti ad opera di ancore di navi o di sabotaggi o altro ancora era in preoccupante aumento prima del lockdown. Non sarebbe un grande investimento perché interesserebbe soltanto le località già preposte a queste infrastrutture, in Sicilia e in Liguria, ma sarebbe un lungimirante aiuto alla resilienza dell’Italia nel lungo periodo.

Le cose da fare non mancano, anche se non sono mai mancate nel nostro Paese. Ma almeno questa volta si sono ingaggiate le persone più adatte alla sfida. In bocca al lupo!

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