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Direttore responsabile Alessandro Longo

L'ANALISI

L’Italia dei mille “divide”: le cause del ritardo digitale (e possibili soluzioni)

di Claudio Leporelli, DIAG Sapienza, Università di Roma e Cosimo Dolente, dottorando in Ingegneria Industriale e Gestionale, Sapienza, Università di Roma

24 Mag 2017

24 maggio 2017

Demografiche, culturali, geografiche, lavorative: nel nostro paese le divisioni sono molteplici e profonde. Non ci si può quindi stupire del digital divide che ci pone in coda alle classifiche europee in quanto a diffusione e uso di internet. Ed ecco perché serve intervenire sulla domanda

L’Italia è caratterizzata da divisioni, o per dirla all’inglese divide, molto profonde su diverse dimensioni: quella geografica (Centro-Nord vs Mezzogiorno, ma anche grandi centri vs piccoli centri); quella demografica, con un pronunciato invecchiamento della popolazione, laddove un numero elevato di anziani vivono soli o in coppia, mentre al contrario molti giovani in difficoltà economiche e lavorative sono costretti a restare a lungo con i genitori; ancora, quella educativa, che risente della bassa scolarità degli anziani, e vede ancora una bassa percentuale di laureati e diplomati anche tra i più giovani, e su cui pesa l’incomunicabilità tra le culture letterarie, giuridiche, amministrative, economiche e tecnico-scientifiche; quella culturale, in senso lato, che vede ampi strati della popolazione indifferenti alla lettura e alla fruizione di contenuti informativi, culturali ed artistici; quella del rapporto con la modernità, che registra forti resistenze all’adozione di comportamenti innovativi, non solo relativi al mondo digitale (si pensi ad esempio al diffuso analfabetismo in tema di servizi finanziari, gestione del risparmio, mezzi di pagamento, etc.); quella produttiva, tra imprese capaci di reggere la sfida della globalizzazione e dell’innovazione tecnologica e quelle più tradizionali, per collocazione settoriale, spirito imprenditoriale e scelte di management; quella nel mondo del lavoro, infine, diviso tra attivi ed inattivi, occupati e disoccupati, protetti e precari, tutelati e no dal regime pensionistico, attrezzati o no, per skill e formazione, alle future esigenze del mercato del lavoro.

Naturalmente molte di queste dimensioni si sovrappongono sinergicamente per definire un complessivo divario socio-economico, in cui la diseguaglianza diviene per molti esclusione e povertà, assoluta e relativa, aggravata da una bassissima mobilità sociale.

Molti di questi divide, anche nell’ipotesi ottimistica che l’Italia riesca a sfuggire ad un declino che ad oggi pare inarrestabile, sono superabili solo in tempi lunghi e questo renderà molto difficile il compito di qualsiasi governo. Politiche pubbliche di lungo periodo potranno svolgere un ruolo importante, sin qui mancato o fallito (per decenni in verità) su molte di queste dimensioni. Su altre, purtroppo, il progresso misurato dalle statistiche deriverà principalmente dal fatto che i più giovani gradualmente sostituiranno i più anziani, e non dal fatto che gli anziani cambieranno i loro comportamenti.

A nostro modo di vedere, il digital divide è, in Italia, soprattutto l’effetto di tutti questi preesistenti divide della società. L’elevata incidenza, soprattutto per le reti wired, dei costi di copertura del territorio rispetto a quelli incrementali di fornitura del servizio agli utenti crea certamente un circolo vizioso tra basso take-up, elevati costi per utente e, quindi, elevati prezzi di break-even. Il digital divide infrastrutturale è stato quindi causato innanzitutto da basse previsioni di domanda, in secondo luogo dall’assenza di minacce concorrenziali già in atto, in terzo luogo dall’asimmetria tra i costi sunk della rete dell’incumbent e i costi significativi di sviluppo di nuove reti.  Ma il punto di partenza resta comunque la domanda di connettività e la sua evoluzione.

È opinione condivisa su più fronti che parlare di domanda metta a rischio i grandi progetti di investimento.

Invece, ciò è importante, e progetti di stimolo della domanda sono altrettanto urgenti di quelli infrastrutturali, affinché le reti delle aree C e D non restino inutilizzate, e quindi inutili. Il rischio è quello di replicare gli errori fatti con tanti progetti di informatizzazione della Pubblica Amministrazione nei quali, esaurita la fase di spesa, si è esaurito l’impegno che sarebbe invece stato necessario per farli utilizzare e cogliere quindi i benefici attesi.

Ma intervenire sul lato della domanda è altrettanto difficile che intervenire su quello dell’offerta. Per non sprecare soldi occorre comprendere le cause dei comportamenti osservati, cogliere l’eterogeneità dei soggetti e delle loro motivazioni.

Eurostat, attraverso ISTAT per l’Italia, raccoglie dati molto ricchi sui comportamenti di individui e famiglie in relazione all’accesso ed uso di Internet. Per le famiglie, si raccolgono dati sul tipo di connessione e le motivazioni per l’assenza di connessione; per gli individui dati sulla frequenza di utilizzo, in vari luoghi ed in mobilità, sulle capacità di utilizzo, i servizi utilizzati e i motivi del mancato utilizzo.  Questi dati confluiscono i quelli pubblicati annualmente dall’OCSE.

Alcuni dati derivanti da queste indagini sono emblematici della specificità del problema italiano, che come si diceva è in larga parte influenzato dall’alto indice di vecchiaia della popolazione e dai bassi livelli di istruzione, particolarmente gravi per gli anziani, ma presenti anche tra i più giovani. Per quanto riguarda il primo, definito come il rapporto tra la popolazione con più di 65 anni e quella tra 0 e 14 anni, gli ultimi aggiornamenti disponibili (al 2015) mostrano un indice di 154,1 per l’Italia, secondo solo al 158,8 della Germania in tutta la UE-28 (media 118,6). Ciò implica che l’età media della popolazione italiana, e quindi degli utenti, è destinata a crescere col tempo. L’Italia ha quindi bisogno di incentivare l’uso di Internet anche da parte dei segmenti intermedi per età della popolazione, in modo da avere nei prossimi decenni una popolazione anziana altamente digitalizzata.

Rispetto al secondo problema, relativo ai tassi di istruzione, basti pensare che l’Italia si colloca ultima in Europa per quota di laureati nella fascia di età 30-34 anni (al 2015), con un valore di 23,8%, laddove i migliori paesi europei hanno tassi intorno al 50%, più del doppio di quelli italiani. Ancora, il nostro paese si colloca al quarto posto, tra i paesi UE, nell’infelice classifica degli adulti (25-64) con livello di istruzione non elevato (al massimo scuola media), con un valore del 40,7 %, laddove la media dell’UE-28 è del 24,0%. Questo segmento della popolazione, utilizza Internet al 43,0%, valore che scende ancora al 16,8% se si considerano solamente coloro con licenza elementare o nessun titolo, che in questa fascia di età sono circa 2,5 milioni.

Analizzando dunque i tassi di utilizzo di Internet all’interno della fascia più anziana della popolazione italiana, secondo i dati Eurostat/OCSE, si comprende perché l’Italia sia agli ultimi posti di tutta l’area OCSE, laddove i dati sono disponibili (si veda figura seguente).

Figura 1- Percentuale di persone di 55-74 anni che hanno usato Internet da casa (ultimi 3 mesi)

Fonte: OCSE (OECD.Stat). Anno di riferimento: 2013.

Se poi si analizza questo dato diviso per livello di istruzione, si nota che la penalizzazione di questa fascia di età in Italia deriva soprattutto dall’elevata incidenza della popolazione con il livello più basso, che mostrano un tasso di utilizzo del 12%, contro il 72% circa di coloro che hanno un livello di istruzione elevato. Questo rappresenta un ulteriore fattore di ritardo rispetto a paesi in cui la differenza di utilizzo tra livelli di istruzione, nella stessa fascia di età, è relativamente più contenuta.

Figura 2 – Percentuale di persone di 55-74 anni che usano Internet da casa, per livello di istruzione (ultimi 3 mesi)

Fonte: OCSE (OECD.Stat). Anno di riferimento: 2013.

Anche per quanto riguarda le persone occupate, il nostro paese risulta essere agli ultimi posti per utilizzo di Internet sul luogo di lavoro, come mostrato in figura seguente.

Figura 3- Persone di 25-54 anni che hanno usato Internet sul luogo di lavoro (ultimi 3 mesi)

Fonte: OCSE (OECD.Stat). Anno di riferimento: 2013.

 

Questo conferma che gran parte delle mansioni lavorative diffuse nel tessuto produttivo italiano non richiede l’uso di Internet.

Passando alluso da casa di tutta la popolazione, si può notare come la percentuale degli utenti risenta del tenore di vita della famiglia di appartenenza. I dati OCSE presentano una stima della percentuale di utilizzo da casa per quartile di reddito familiare. In tutti i paesi c’è una crescita nell’utilizzo al crescere del reddito, dal primo al quarto quartile. Tuttavia, il dato italiano è deludente anche nell’ambito del quartile migliore, per cui l’Italia occupa l’ultima posizione. Poiché il 25% più benestante della popolazione italiana non dovrebbe avere vincoli economici all’accesso da casa, ciò dimostra che anche tra i benestanti altri fattori limitano l’adozione.

Tabella 1 – Percentuale di individui che usano Internet (negli ultimi 3 mesi), per quartile di reddito della famiglia di appartenenza

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Paese1° quartile2° quartile3° quartile4° quartile
Islanda89979899
Danimarca78899699
Finlandia75839198
Svezia77899598
Lussemburgo83919698
Paesi Bassi86859497
Norvegia89929696
Belgio56678394
Slovenia37567694
Germania65728493
Spagna38597892
Ungheria32547492
Francia60737992
Estonia50698191
Lituania26457190
Lettonia38587390
Slovacchia45678390
Grecia38588188
Repubblica Ceca38508087
Austria62717986
Portogallo30406383
Polonia38536677
Italia32445770

Fonte: OCSE (OECD.Stat). Anno di riferimento: 2013.

Le differenze tra quartili, per tutti i paesi, non dipendono solo da un’eventuale vincolo economico all’adozione, ma dalla correlazione tra reddito e fattori culturali che determinano l’interesse e la capacità di utilizzare Internet. Ciò non toglie che il vincolo economico possa essere stringente per una quota non trascurabile della popolazione italiana. La differenza tra i livelli di adozione del primo e del quarto quartile è tuttavia molto più elevata in paesi caratterizzati da un reddito pro capite inferiore a quello italiano.

Si veda a tal proposito, di seguito, la distribuzione delle motivazioni della non adozione di una connessione Internet a casa, fornita dalle famiglie.

Tabella 2 – Motivi della non adozione da parte delle famiglie (percentuale di tutte le famiglie che non adottano)

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Mancanza di capacità e costi troppo elevati (esclusi i non interessati)Tra l’altro, per costi troppo elevatiSolo per mancanza di interesseSolo per altre ragioniSolo per mancanza di capacitàSolo per preoccupazioni riguardanti la privacySolo per costi troppo elevati
Austria2,4%12,0%57,4%4,0%5,2%1,1%2,1%
Belgio6,7%33,9%24,1%11,3%11,9%1,2%15,1%
Bulgaria12,7%38,5%21,6%4,5%20,6%0,1%14,1%
Croazia3,3%39,6%22,7%0,9%1,4%0,6%7,8%
Cipro9,0%51,9%15,4%3,1%6,9%0,2%17,1%
Repubblica Ceca6,0%34,1%38,1%3,1%5,4%0,1%12,8%
Danimarca2,9%13,0%24,5%12,1%14,1%1,5%7,4%
Estonia5,0%26,3%46,4%1,1%6,1%0,3%7,1%
Unione Europea (28 paesi)6,6%32,7%23,0%6,2%15,7%1,5%13,8%
Finlandia2,5%27,3%16,6%1,4%3,6%2,9%0,8%
Macedonia7,4%33,5%34,3%8,8%11,2%0,2%13,5%
Francia8,0%41,8%12,6%15,5%11,3%5,4%21,7%
Germania5,8%35,6%26,0%1,4%4,7%1,9%11,1%
Grecia9,3%24,5%14,3%5,1%40,5%0,8%12,4%
Ungheria10,0%60,0%13,5%3,9%2,9%0,0%10,8%
Irlanda4,8%20,8%26,9%8,2%23,8%0,1%9,7%
Italia4,0%21,3%16,6%5,0%35,0%1,7%14,5%
Lettonia7,1%26,7%29,3%1,8%7,5%0,0%9,1%
Lituania8,9%28,1%46,3%0,4%7,7%0,2%9,0%
Lussemburgo5,5%16,5%44,6%5,9%5,5%5,5%5,5%
Malta3,1%16,1%11,0%3,2%31,0%0,0%3,6%
Paesi Bassi2,5%26,1%34,8%13,0%9,8%2,8%1,9%
Norvegia0,0%21,3%24,2%27,0%2,0%6,5%13,0%
Polonia7,8%31,4%28,6%4,1%11,7%0,3%9,4%
Portogallo7,8%43,1%8,0%0,9%30,1%0,3%12,4%
Romania13,6%45,5%19,9%4,9%14,7%0,0%20,7%
Serbia2,0%32,6%46,3%2,7%3,4%0,2%12,3%
Slovacchia4,2%18,4%23,7%4,6%16,8%0,9%5,3%
Slovenia4,5%32,5%34,7%12,7%5,1%1,0%10,2%
Spagna4,4%33,5%31,1%3,2%6,9%0,2%14,2%
Svezia2,5%18,9%24,2%9,7%2,2%0,7%2,1%
Turchia5,5%41,3%19,4%0,6%10,0%0,4%16,1%
Regno Unito3,3%24,2%31,3%12,1%13,4%0,9%14,1%

Fonte: OCSE (OECD.Stat). Anno di riferimento: 2015.

Come si vede, il motivo principale in Italia è la mancanza di capacità (35% delle famiglie senza accesso ad Internet a casa), tuttavia molto elevata risulta essere anche la quota di famiglie che segnalano il fattore costo. Esso compare tra le motivazioni nel 21% dei casi, ed è una motivazione esclusiva nel 14,5%. Anche la mancanza di interesse gioca un ruolo importante, essendo segnalata come unico motivo di non adozione da parte del 16,6% delle famiglie senza accesso.

Le diverse variabili socio-economiche e demografiche principali sono tra di loro correlate, e quindi è ipotizzabile che esse influenzino congiuntamente l’uso di Internet. Utilizzando i microdati dell’indagine “Aspetti della vita quotidiana”, condotta da Istat su un campione di circa 50.000 individui e circa 20.000 famiglie ogni anno, si possono incrociare ad esempio le quattro variabili principali: età, titolo di studio, condizione occupazionale e posizione professionale. All’interno di ciascun segmento di popolazione individuato da ciascun livello di queste variabili, è allora possibile valutare il tasso di uso di Internet, riportato in tabella seguente.

Tabella 3 – Percentuale di utenti di Internet (almeno una volta a settimana) all’interno di ciascun segmento individuato da classe di età, titolo di studio, condizione occupazionale e posizione professionale

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Classe di età
15-2425-4445+
Titolo di studioTitolo di studioTitolo di studio
Laurea o DiplomaScuola media o menoLaurea o DiplomaScuola media o menoLaurea o DiplomaScuola media o meno
Condizione occupazionaleAttivoPosizione professionaleWhite collars93%73%92%72%82%59%
Mai lavorato91%83%81%33%58%21%
Blue collars88%73%74%49%57%29%
InattivoPosizione professionaleWhite collars100%74%55%42%20%
Mai lavorato79%26%50%19%33%6%
Blue collars72%37%58%34%34%7%

Fonte: Istat, Indagine “Aspetti della vita quotidiana”. Anno di riferimento: 2012.

È evidente come i segmenti più in ritardo, dal punto di vista della diffusione di Internet, sono anche quelli in cui si trovano più facilmente le condizioni di marginalità nella società: età medio-alta (oltre i 45 anni), titolo di studio basso, inattivi che non hanno mai lavorato o hanno svolto lavori manuali. Anche l’evoluzione dei tassi di utilizzo di Internet è molto più lenta in segmenti di questo tipo. Per esempio, di seguito vengono mostrati gli andamenti temporali della quota di utenti di Internet in alcuni segmenti specifici della popolazione.

Figura 4 – Evoluzione nella quota di utenti in alcuni specifici segmenti della popolazione, 2005-2012

Fonte: Istat, Indagine “Aspetti della vita quotidiana”. Anni di riferimento: 2005-2012.

Questi dati costituiscono il punto di partenza per una diagnosi del fenomeno, che tuttavia richiede ulteriori approfondimenti sul versante dei modelli di utilizzo di Internet. Analisi in corso di elaborazione, e che ci riserviamo di descrivere in un successivo intervento, mostrano profonde divisioni tra gli utenti che, nuovamente, sono spiegabili, almeno in parte, in termini di età, istruzione, inserimento professionale e condizione occupazionale.

Ciò dimostra che politiche di promozione della domanda sono strettamente necessarie per valorizzare gli investimenti infrastrutturali in corso e concretizzare un ingresso del paese nella società digitale. Queste politiche non possono limitarsi al sostegno economico, che pure può essere necessario per alcune famiglie (specie quelle più giovani e/o con figli), ma devono basarsi su un’attenta analisi delle motivazioni e dei vincoli di diversi segmenti della popolazione. In particolare, per le fasce medie di età, sembra importante accrescere l’interesse, ad esempio attraverso la fornitura di servizi pubblici online e la diffusione di applicazioni video, e supportare l’apprendimento degli skill digitali necessari. Perché la diffusione abbia riflessi sostanziali nel lungo termine sul sistema produttivo e la crescita economica, e non determini riflessi negativi sul versante culturale e della partecipazione sociale e politica, occorre però che alle giovani generazioni sia offerto un sistema educativo, formativo e di inserimento nel mondo del lavoro significativamente più ricco e orientato alla consapevolezza digitale di quello odierno.

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