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rapporto anitec-assinform

Mercato ICT, la crisi non è finita (davvero): ecco le sfide 2019

Il mercato ICT ha superato la fase acuta della crisi, ma dal Rapporto Anitec-Assinform 2018 emerge come la crescita in atto sia solo tattica: non fa parte cioè di una strategia complessiva di cambiamento, ma è spinta dalla necessità di non rimanere indietro rispetto ai competitor. Ecco perché questo deve far riflettere

08 Nov 2018

Paolino Madotto

consulente


Il mercato ICT italiano comincia a venire fuori dagli anni bui della crisi e ricomincia a crescere, ma con luci e ombre. Vediamo, a questo proposito, come dalla fotografia scattata dal rapporto Anitec-Assinform “Il Digitale in Italia 2018” – riferito ovviamente all’anno 2017 – emerga una crescita vistosa dei settori più innovativi quali IoT, blockchain, AI, e delle soluzioni ICT, i datacenter, il cloud ma resti invece abbastanza risicato l’incremento percentuale dei servizi di sviluppo e system integration.

Cosa ci dicono i numeri del mercato ICT

I dati del mercato ICT nel 2017 vengono indicati come molto positivi ed effettivamente, dopo gli anni bui della crisi, cominciano a venir fuori delle percentuali in crescita. Il mercato italiano, insomma, sta cominciando ad uscire dal momento più acuto e riprende a crescere,

La crescita dei settori più innovativi, cosiddetti enabler, quali IoT, blockchain, AI, e delle soluzioni ICT, i datacenter, il cloud  è l’indice che nel nostro paese le imprese stanno cercando di investire in nuovi ambiti digitali, nell’industria 4.0 (incentivata anche dalle spinte fiscali). Tuttavia leggendo i numeri salta agli occhi il dato dei servizi di sviluppo e system integration che chiudono l’anno con un dato positivo ma di appena l’1,3% a fronte di percentuali delle voci precedenti a due cifre o comunque molto maggiori all’1,5%. I servizi di consulenza invece si attestano all’1,5%, anche questi in positivo dopo anni di calo (come sviluppo e system integration) ma sotto la media delle crescite espresse dalle voci precedenti.

Nella voce software e system integration, presente all’interno della voce Servizi ICT, il rapporto comprende:

  • i servizi progettuali di sviluppo e systems integration (che includono la componente Sviluppo dei servizi di sviluppo e manutenzione della precedente tassonomia, la systems integration applicativa e infrastrutturale e il segmento dei sistemi embedded),
  • di consulenza,  formazione e Assistenza tecnica (precedentemente inclusi nel segmento Hardware opportunamente aumentati per includere i servizi relativi ai nuovi dispositivi),
  • Servizi di Data Center (housing, hosting, back-up, precedentemente inclusi nel mercato dei Servizi TLC),
  • Servizi di Cloud Computing Public & Hybrid (IaaS, PaaS, SaaS comprensivi dei servizi di Cloud-enablement),
  • Servizi di Outsourcing ICT (Full Outsourcing, Application Management, Infrastructure Management)[1] che sono una parte rilevante delle attività software e di integrazione.

Siamo di fronte ad un rapporto dove da una parte, ad esempio, il cloud cresce a livello del 22-23% e dall’altra la crescita non vede coinvolti i servizi di cloud computing: la spiegazione a questo dato è che il mercato evidentemente compra servizi cloud dai grandi player senza passare dal settore servizi. Così anche per le soluzioni software sempre più fornite in formato cloud o aggiornamenti di piattaforma che non richiedono grandi progetti di manutenzione evolutiva o riscrittura.

Crescono piattaforme e soluzioni software ma non i servizi

Potremmo dire che il settore ha sì ricominciato a crescere ma lo fa sui settori innovativi in termini di piattaforme e soluzioni software ma poco in termini di servizi, ovvero progetti. E invece dopo anni di percentuali negative mi sarei aspettato che proprio il segmento dei servizi software e system integration avesse un rimbalzo.

In particolare proprio nelle attività di sviluppo e manutenzione con una forte spinta a rivedere il portafoglio applicativo delle aziende, razionalizzarlo ma soprattutto riscriverlo in larga parte ed evolverlo per interconnetterlo con i progetti in atto sul fronte delle tecnologie “enabler” di cui sopra. E invece non sta avvenendo questo. Lo stesso rapporto afferma che solo il 37% delle aziende italiane ha piani di digital transformation, un altro segnale che i progetti e la spinta in atto non fanno parte di una strategia complessiva di cambiamento ma sono determinati dalla necessità di non rimanere indietro nel confronto con i competitor o con le aspettative dei clienti. Una spinta “tattica” che appare insufficiente per recuperare il gap negativo accumulato nella lunga crisi che ancora ci attanaglia.

Quanto cresce (poco) l’Europa del digitale

L’Europa del digitale cresce del 1,8% mentre tutte le altre aree del pianeta crescono intorno al 3%, un altro brutto segnale. Certo l’Europa non è un’unica area ma presenta enormi differenze tra paese e paese, area geografica e area geografica. Tuttavia in generale è evidente che gli sforzi messi in campo a Bruxelles e a livello intergovernativo non stanno centrando l’obiettivo di avere una Ue competitiva con le altre aree mondiali. La nostra cara Europa rischia di trovarsi sempre più legata a settori tradizionali che sono sempre più minacciati dalle nuove tecnologie, per citare un esempio l’industria elettrica dell’automobile molto forte negli USA e quasi inesistente in Europa.

Dunque il mercato ICT è in buona salute, ha passato la fase acuta degli anni scorsi ma il rapporto ci consegna una serie di riflessioni utili sia a chi si trova ai vertici aziendali, sia a chi sta lavorando alle politiche pubbliche nazionali e europee.

Il nostro paese da una parte sta mettendo in campo nuovi progetti su settori più innovativi ma continua a soffrire in termini di investimenti sui servizi ICT che mettono in atto il cambiamento. Non sono stati ancora avviati i progetti di sviluppo software e consulenza necessari a ridisegnare i processi e il modo di operare delle imprese, a ridisegnare il portafoglio applicativo per renderlo integrato con i nuovi progetti e in grado di imprimere accelerazione al business aziendale. Progetti innovativi piccoli per dimensione rispetto al ridisegno complessivo necessario ai portafogli applicativi delle imprese.

I dati positivi descritti nel rapporto sembrano più guidati dalla necessità di recuperare un ritardo (per esempio sulla sicurezza) o di aggiornare le soluzioni applicative, che di ripensare le aziende. Eppure questo è ciò di cui abbiamo bisogno, i nostri concorrenti internazionali, a partire da molti stati europei, stanno fortemente spingendo per diventare leader in alcune aree ICT, per integrare l’ICT nei settori tradizionali in modo disruptive.

Perché non basta investire in tecnologie enabler

È necessario più che mai non solo investire in nuove tecnologie e progetti “enabler” (es IoT e blockchian) ma cominciare a mettere in cantiere grandi progetti di riscrittura del software già presente in azienda da molti anni, ripensare i processi, utilizzare i nuovi paradigmi architetturali e le tecnologie di sviluppo per costruire un parco software in grado di integrarsi con i progetti innovativi e trarne il massimo del beneficio.

La sfida che dovrebbe vederci tutti al lavoro è quella di analizzare il parco software presente in azienda e ridisegnarlo dove serve, analizzare come si lavora e ripensarlo totalmente nell’era digitale.

Gli anni più acuti della crisi hanno fermato se non ridotto la spesa ICT ma nel frattempo c’è stata una impressionante rivoluzione ancora in atto. I dati ci dicono che non stiamo facendo abbastanza per proiettarci nel futuro, per costruire le aziende solide di domani. Il 2019 potrebbe essere un buon momento per cominciare.

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  1. Rapporto Anitec-Assinform “Il Digitale in Italia 2018”, Netconsulting.cube

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