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Piattaforme software sovrane: cosa aspettarci nel 2027


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Diritto europeo, governance, finanziamenti e codice aperto sono le quattro dimensioni che definiscono una piattaforma software sovrana. La vera accelerazione, però, dipenderà dalla domanda delle grandi imprese private

Pubblicato il 2 nov 2026

Gianluca Marcellino

Demand Officer, Comune di Milano



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Sovranità digitale al tramonto ევროპિયન




Dal 2024 siamo sempre più attenti ai rischi di sovranità dei servizi digitali. Per mitigarli servono innanzitutto piattaforme software sovrane. Cosa sono? Chi le sta già adottando, in particolare tra le grandi e grandissime imprese private? Ecco a che punto siamo, e cosa aspettarci per il 2027.

Indice degli argomenti

Cos’è una piattaforma sovrana e perché è importante

Possiamo considerare “sovrane” le soluzioni tecnologiche che massimizzano le possibilità di scelta, le possibilità di manovra di chi le usa: cambiare componenti e soluzioni con altre tecnicamente migliori, o commercialmente più vantaggiose, o più accessibili quando quelle in uso lo diventano meno.

Ridurre la vulnerabilità a leggi di altri paesi, e a provvedimenti amministrativi e giudiziari, persino a semplici pressioni politiche di comunità e sistemi legali con interessi e valori diversi, come quelle che hanno schiantato Autistici/Inventati, è l’elemento più appariscente della sovranità, importantissimo, ma non il solo. Lo stesso vale per la conformità a norme della propria comunità, quelle con le quali i regolatori incentivano o costringono le organizzazioni a impegnare le risorse necessarie per ampliare la propria libertà di scelta. Quando gli investimenti si concentrano in un ambiente economico specifico, come oggi gli Stati Uniti per le tecnologie digitali, negli altri paesi diventa importante anche la componente economico-finanziaria della sovranità: indirizzare i propri investimenti verso la comunità e il sistema legale ai quali si appartiene – o verso comunità open source globali presenti in quella comunità – diventa l’unico modo concreto per farvi convergere le risorse necessarie a sviluppare alternative agli operatori della comunità finanziaria dominante.

A breve termine, l’Unione Europea ed eventualmente l’Italia dispongono di soluzioni digitali sovrane quasi esclusivamente in ambito software. Solo su queste possiamo indirizzare quindi i nostri acquisti per sostenere un ecosistema “nostro”. Questa pagina si concentra quindi sulle piattaforme sovrane software. Una piattaforma software si può considerare tanto più sovrana quanto più possiede quattro caratteristiche:

  1. Diritto (law): l’organizzazione che la gestisce è sottoposta al diritto europeo e di un paese dell’Unione Europea, quindi tutte le sue attività e i suoi prodotti si conformano a questo diritto e ai relativi regolamenti dalla nascita, anziché adeguarvisi successivamente.
  2. Governo (governance): responsabili e collaboratori dell’organizzazione che gestisce la piattaforma sono cittadini di paesi dell’Unione, con interessi significativi in quei paesi. Nei casi più spinti, la forma legale dell’organizzazione è tale da rendere difficile l’acquisizione, o mantenere il governo dell’organizzazione indipendente dalla sua proprietà.
  3. Finanza (funding): gli investitori che sostengono l’organizzazione sono di diritto e governo europeo, così che i ricavi e profitti delle piattaforme contribuiscono almeno in parte ad alimentare l’ecosistema sovrano europeo.
  4. Codice aperto (open source): la caratteristica che spariglia le letture nazionalistiche della sovranità.
    Se una piattaforma è open source e ha una comunità di sviluppatori attiva e globale, infatti, si può continuare a svilupparla e gestirla anche se chi lo fa oggi si scioglie, viene acquisito da operatori ostili, o cambia semplicemente politica di offerta. Questa possibilità evidentemente rafforza la libertà di scelta e quindi la sovranità di chi usa il software, dovunque si trovi.
    In altre parole, sostenere comunità open source globali, adottandone le soluzioni, aumenta la sovranità digitale di tutti, in qualsiasi comunità legale e geografica si trovino.

Naturalmente, tutte queste caratteristiche si realizzano in misura variabile da caso a caso, e solo in situazioni particolari (difesa, pubblica sicurezza, funzioni chiave del governo) ha senso perseguirle nelle misure più elevate.

Per chiarire concretamente come questi punti si possano applicare ciascuno a livelli diversi, e insieme si completino l’un l’altro, vale la pena di considerare un caso di riferimento: quello di SAP, il grande fornitore di software internazionale con radici europee.

SAP è una grandissima azienda, nata in Germania e ora di diritto europeo, con alle spalle decenni di successo a livello globale. La sua capacità di adottare tecnologie e soluzioni di avanguardia (dalle architetture client/server degli anni Novanta ai database multimodello in memoria, al cloud, all’intelligenza artificiale) anche alla scala delle organizzazioni enterprise più grandi del mondo dimostra che l’industria digitale europea può raggiungere e mantenere posizioni di assoluta avanguardia mondiale del tutto equivalenti a quelle dei grandi operatori americani.

D’altra parte, alcune scelte strategiche dell’azienda, come:

deviano significativamente dai punti 3 e 4 della definizione di piattaforma software sovrana sopra.

Insomma, il più solido esempio di operatore europeo dell’ecosistema del software mondiale, uno dei modelli imprescindibili per lo sviluppo di un ecosistema sovrano europeo, ha scelto di sviluppare la propria sovranità soprattutto su alcune dimensioni, e verosimilmente deve anche a questa scelta il proprio successo. Quale migliore dimostrazione del fatto che la sovranità digitale è un obiettivo complesso, che ciascuna organizzazione può perseguire solo evolvendosi su più dimensioni insieme, facendo scelte anche diverse tra una dimensione e l’altra?

Qual è il prossimo passo? La domanda delle grandi imprese

Oggi nell’Unione Europea il processo di sviluppo di una sovranità digitale a partire dalle piattaforme software è in qualche modo avviato:

  • Fornitori locali e globali annunciano piattaforme sovrane, e trovano molta più attenzione di prima
  • Governi nazionali e locali e organizzazioni internazionali annunciano e in parte avviano migrazioni anche estremamente complesse e ambiziose

Cosa manca per rendere sostenibile e sostenuto un movimento di adozione e sviluppo di piattaforme software sovrane, aumentandone le quote di mercato in Europa e nel mondo? Chi scrive abbraccia in pieno un’indicazione dell’efficace gruppo informale di volontari EuroStack, che forse per primo lo ha evidenziato: il fattore chiave oggi per lo sviluppo di una pila (stack) sovrana europea, a partire dalle piattaforme software, è la domanda delle imprese private, che rappresentano in Europa almeno l’80% del PIL e ancora oggi fanno pochissimi annunci pubblici su come adottino piattaforme software sovrane.

In particolare, le grandi e grandissime imprese, quelle che per decenni hanno guidato l’adozione di tecnologie e piattaforme nuove, dall’ERP al CRM, all’e-commerce; dal PC al client/server, a internet, al cloud, all’intelligenza artificiale generativa, aprendo per ciascuna di queste il mercato delle imprese medie e piccole e dei cittadini, sulle piattaforme sovrane tacciono quasi tutte.

Chi scrive ne ha contattate direttamente e indirettamente alcune decine, ottenendo solo tre risposte articolate e molti cortesi dinieghi. I motivi principali per declinare di condividere le proprie attività sulle piattaforme sovrane sono due:

  1. Migrare servizi da una piattaforma all’altra è fattibile ma complesso e costoso, in qualsiasi caso e per qualsiasi motivo. Naturale quindi prepararsi ma rinviare il più possibile, magari alla prossima scadenza di versione o imposizione normativa. Per la sovranità, poi, il beneficio principale è una riduzione di rischi, gravi ma creduti ancora remoti, e non una ben più motivante crescita di profitti o quote di mercato.
  2. Fa paura la possibile reazione degli operatori globali dai quali oggi dipendiamo, e vorremmo migrare.
    Pochi lo ammettono esplicitamente, alcuni vi alludono: basta per leggere la preoccupazione anche nelle risposte di tanti altri.

I tre casi approfonditi nella prossima sezione: Airbus, RCS Media Group e un gruppo di servizi finanziario anonimo, permettono di ricavare conclusioni che aiutano a immaginare come le imprese europee cominceranno a migrare a piattaforme software sovrane nel 2027.

  • Alcuni, soprattutto tra i grandissimi, sostengono ancora che le piattaforme europee a loro non bastano: troppo frammentate, troppo poco potenti, troppo indietro nelle prestazioni e nelle caratteristiche.
    Possibile? Dipende tutto da quanto si valuta il rischio, estremo, di blocco commerciale. È come la preparazione alle pandemie nel 2019.
  • I pochi che parlano, parlano di aggiungere piattaforme sovrane europee senza togliere da quelle globali.
    È un primo passo che costruisce esperienza e competenza, abilita passi successivi e quindi costituisce un contributo netto positivo alla sovranità di ciascuna organizzazione.
  • Diversi, anche tra chi preferisce tacere, hanno avviato una moratoria di fatto all’aggiunta di nuovi carichi di lavoro alle piattaforme globali: almeno in certi ambiti svilupperanno su piattaforme software europee o comunque sovrane tutti i nuovi servizi.

Cosa potrebbe succedere alle piattaforme software sovrane nel 2027

Ecco gli sviluppi più probabili che possiamo aspettarci per l’anno che verrà in termini di sovranità digitale delle piattaforme software:

  1. Fin dal primo giorno, perché già è in corso, continuerà la migrazione a piattaforme più aperte e a prezzi più bassi di quelle dei grandi operatori globali con problemi di lock-in evidenti – si pensi a piattaforme di virtualizzazione open source come Proxmox, o a modelli linguistici open source e a pesi aperti, che alcuni operatori già citano nella loro prospettiva per questa pagina.
    Queste piattaforme aumentano la libertà di scelta, quindi sono anche più sovrane, e in più migrarvi offre un ritorno economico certo, oltre a mitigare un rischio remoto.
    Magari la novità sarà che chi le adotta comincerà a evidenziarne i benefici di sovranità, oltre al ritorno economico, cosa che oggi tra le imprese private non avviene. Sempre più operatori troveranno conveniente sottolineare quanto delle loro piattaforme attuali sia già sovrano, europeo o globale, almeno in una certa misura. Per esempio, chi già adotta estesamente e sa gestire uno degli ambienti Linux enterprise, come quelli di Red Hat e SUSE, una delle piattaforme cloud a container, o applicativi anche a codice chiuso ma gestiti da fornitori locali, potrebbe già oggi vantare un certo livello di sovranità digitale, e basi di competenze per espanderlo.
  2. Già nel primo trimestre, il cuore dell’inverno dell’emisfero occidentale, gli sviluppi della situazione geopolitica internazionale potrebbero portare alcuni governi e imprese ad annunciare obiettivi e percorsi più ambiziosi, e a farlo pubblicamente. Per le grandi imprese quotate, molto dipenderà da quando gli investitori cominceranno a premiare questo comportamento. Se tra queste ci fossero una grande banca continentale, o un operatore di telecomunicazioni, molti potrebbero seguirle.
    Questo aumenterebbe l’attenzione dei mercati, e il numero dei prototipi e prime fasi di adozione di piattaforme software sovrane, che forniranno ai mercati dati concreti sulle difficoltà da affrontare.
  3. Nel corso dell’anno almeno alcune della “maggioranza” di aziende private che secondo Cloud Temple hanno già lanciato consultazioni di mercato e “non sono mai state così vicine a cambiare” lancerà una gara. Qualcuna di quelle che per Gaia-X hanno lanciato gare private e aspettano il risultato per annunciarlo in pubblico, magari una di quelle citate in forma anonima da Hyve Managed Hosting, assegnerà la gara e annuncerà il risultato pubblicamente. Ne leggeremo anche su queste pagine, faranno notizia!
    Tra questi annunci a cose fatte, una buona parte sarà proprio per servizi di intelligenza artificiale, che tanti stanno realizzando con grande attenzione al controllo dei dati e della proprietà intellettuale.
  4. A fine anno, avremo finalmente le prime indicazioni di quanto le piattaforme software sovrane sono adeguate per i servizi più pesanti e complessi, e quanto è difficile migrare verso di loro (compreso quanto pesa la maggior frammentazione dei fornitori europei rispetto ai globali). Airbus e diversi governi locali e regionali hanno infatti dichiarato pubblicamente obiettivi entro l’anno.
  5. E intanto, un giorno qualsiasi, forse arriverà il cigno nero: come la digitalizzazione lenta e progressiva degli anni 2010 ha reso la catastrofe del COVID tragica ma superabile, permettendo a tante organizzazioni di avviare in poche settimane o mesi il lavoro da remoto, così l’attenzione e la preparazione alla sovranità digitale di questi ultimi anni potrebbero aiutarci ad attutire in qualche mese un blocco commerciale o legale dell’accesso a molti servizi statunitensi – non certo tutti!

Insomma: il 2027 porterà sicuramente progressi importanti nella sovranità digitale europea e globale, soprattutto per le piattaforme software, dove questa è più vicina. Una svolta potrebbe essere la scelta di più grandi imprese private di rendere pubblici i loro progetti. Quanto tutto ciò sarà sufficiente ad affrontare le sfide che ci aspettano, dipenderà ancora più dalla potenza delle sfide che da quella delle piattaforme, purtroppo.

La domanda delle grandi imprese

Airbus: uno dei primi esempi nel settore privato di gara aggiudicata e progetto avviato per la migrazione al cloud sovrano di soluzioni critiche

Airbus, la grande impresa aerospaziale europea, è forse l’unica tra le aziende private di grandi dimensioni d’Europa ad avere descritto pubblicamente con molti particolari il suo programma di adozione di piattaforme digitali sovrane europee. Anche diversi operatori descritti nella sezione successiva hanno citato proprio Airbus come esempio principale di grande azienda che già oggi sta adottando concretamente questo tipo di soluzioni. Ad ottobre 2026, le piattaforme delle quali ha annunciato l’adozione sono:

Ciascuna di queste scelte si inserisce in una strategia di sviluppo della propria sovranità digitale, e sostegno alla sovranità digitale europea, pubblicata a giugno 2026.

Proprio per questo articolo, Airbus ha fornito diverse indicazioni che arricchiscono quelle dei comunicati stampa richiamati sopra e le dichiarazioni precedenti ad alcune testate internazionali.

Per offrire servizi digitali all’avanguardia e mitigare i vari tipi di rischi, Airbus aveva già realizzato un’architettura multicloud ibrida, con una combinazione di cloud pubblico e privato, servizi di hyperscaler e altri operatori europei e globali. In questa architettura, le applicazioni più critiche per la continuità operativa (business continuity) sono oggi, in grande maggioranza, on premise, in data centre controllati direttamente da Airbus. Per migliorare ancora la diversificazione delle piattaforme operative e la continuità operativa, e ridurre ulteriormente il rischio di lock-in dei fornitori, il passo successivo è stato introdurre soluzioni cloud sovrane con tre caratteristiche principali:

  • la capacità di assicurare totale immunità da leggi extraterritoriali rispetto all’UE
  • un ampio catalogo di servizi capaci di soddisfare gli standard tecnici di Airbus e
  • un percorso evolutivo (roadmap) interessante e promettente.

Il processo di gara che ha portato alle scelte finali è stato molto rigoroso e dettagliato, basato su centinaia di requisiti, comprese condizioni molto restrittive in ambito legale, tecnico, di livelli di servizio e di praticabilità economica. L’offerta di Scaleway (operatore cloud del gruppo Iliad, basato in Francia e da marzo 2026 attivo anche in Italia) ha soddisfatto i requisiti di maturità dei servizi cloud, trasparenza dei costi e velocità di evoluzione prevista, mentre le verifiche tecniche hanno confermato che è capace di fornire infrastruttura ad alte prestazioni in grado di funzionare su scala elevata pur all’interno dei criteri di conformità europei. Un processo analogo ha portato alla scelta di RISE with SAP su piattaforma SAP Sovereign Cloud Infrastructure.

Per quanto riguarda i costi, una volta scartati i fornitori che non soddisfacevano questi requisiti, Airbus ha messo a confronto quelli degli operatori selezionati con quelli dei fornitori di servizi cloud pubblici già in uso: costi e funzionalità degli operatori sovrani si sono dimostrati fortemente concorrenziali.

Le prime applicazioni ad usare i servizi cloud pubblici sovrani più infrastrutturali, che Airbus chiama “Trusted Cloud” e per i quali ha scelto Scaleway, saranno applicazioni critiche per la continuità oggi gestite on premise. In particolare, Airbus ha descritto come primo obiettivo migrare su Scaleway 70 di queste applicazioni critiche, commerciali o tecniche, come ad esempio:

  • in ambito ingegneristico, la gestione dei dati di progettazione degli aeromobili
  • in ambito amministrativo, la gestione del collaudo degli aeromobili
  • per i servizi ai clienti, le piattaforme di gestione dei centri di addestramento
  • per i gestionali, la soluzione di gestione strutture (facility management)

In prospettiva, il parco applicativo complessivo che potrebbe migrare a infrastrutture Trusted Cloud potrebbe arrivare a 700 applicazioni: quelle che gestiscono dati relativi a progetti e processi di produzione critici, tecnologia protetta da proprietà intellettuale, tecnologia soggetta a controlli sulle esportazioni, applicazioni per la difesa nazionale e simili. Si tratta di una maggioranza delle applicazioni oggi gestite on premise. Nel frattempo, tutte le nuove applicazioni critiche che verranno progettate e realizzate, verranno installate sullo stesso Trusted Cloud.

Analogamente. l’implementazione Airbus di RISE with SAP su SAP Sovereign Cloud Infrastructure potrebbe raccogliere gran parte delle applicazioni SAP oggi basate altrove.

Oggi il progetto di migrazione delle prime applicazioni, in particolare quello verso il Trusted Cloud Scaleway, è nella fase di pianificazione del futuro dispiegamento sulla nuova infrastruttura (deployment planning). La prossima scadenza sarà la definizione di come queste soluzioni sovrane si integrano nel panorama applicativo complessivo di Airbus. In attesa delle difficoltà che è naturale prevedere per la fase di realizzazione, oggi le priorità, secondo Airbus, sono: ingaggiare tecnici specializzati da un mercato delle competenze molto competitivo, e progettare le principali tipologie di architetture cloud di destinazione delle diverse applicazioni (foundational landing zones). L’obiettivo è completare con successo la migrazione dei primi carichi di lavoro entro la fine del 2027.

RCS Media Group: editore multimediale internazionale, sviluppa molte nuove progettualità AI su cloud sovrano

Questo storico, grande editore italiano ha canali digitali maturi che gli permettono di gestire la crisi storica del settore (lettori e pubblicità) con grande attenzione. Oggi, riferisce Michele Lancellotti, Chief Data & AI Officer, si prepara ad affrontare un rischio di sovranità ben chiaro ma probabilmente non incombente.

In questa prospettiva, realizzano su piattaforme europee sovrane (diverse, con una prevalenza oggi del cloud pubblico Scaleway) quelli tra i nuovi servizi digitali con una forte componente di AI che non richiedano duplicazione o trasferimento di grandi quantità di dati storici dai cloud globali che avevano adottato negli anni scorsi. Questo permette loro di prepararsi progressivamente per quando avesse senso migrare carichi di lavoro dagli uni agli altri, sviluppando dimestichezza con le nuove piattaforme e verificandone capacità e limiti. Per esempio, spiega, “nell’ambito della creazione delle creatività pubblicitarie, possiamo offrire dalle piattaforme nuove i servizi di AI con i quali i clienti interni configurano in autonomia le proprie campagne pubblicitarie. Quando invece progettiamo le analisi dei clienti, sulla base dei dati di comportamento storico loro e di aziende simili, lo facciamo sulla piattaforma cloud globale dove questi dati già si trovano”.

Un altro criterio che si sono dati è di sviluppare in modo incrementale i propri servizi AI nuovi su Large Language Model open source o europei, come ad esempio Mistral.

Tutto questo, secondo Lancellotti, può avvenire con costi pari o inferiori a quelli delle piattaforme cloud globali, e con funzionalità equivalenti o comunque adeguate alle esigenze di RCS. Il vero investimento sarebbe la migrazione di applicazioni già in cloud globali o on premise, che in questo momento l’azienda non ritiene giustificato. Questa valutazione cambierà, naturalmente, o quando ciascuna applicazione arrivasse a dover essere sostituita, per obsolescenza o per un cambio di versione, o quando la Commissione Europea e i governi nazionali stanziassero fondi sulla base di considerazioni di opportunità per l’autonomia strategica dei sistemi paese e Unione.

Si tratta quindi di un’impostazione concretamente del tutto equivalente a quella di Airbus, almeno a medio termine, al di là della differenza di tono nelle affermazioni strategiche.

La scelta di un grande operatore di servizi finanziari europeo, con radici italiane

I principali operatori di questo settore, fortemente regolato a livello nazionale e dell’Unione, hanno gestito per decenni, direttamente o con l’aiuto di operatori specializzati, alcuni dei data centre più potenti e meglio organizzati e finanziati del mercato. Naturale che siano stati tra i primi, già nello scorso decennio, ad adottare il cloud pubblico, allora offerto solo da operatori statunitensi, integrandolo in un cloud ibrido con le risorse private dei propri data centre.

Ancora oggi, le maggiori compagnie di assicurazione e ancor più le maggiori banche si considerano tra i più grandi gestori e consumatori di servizi digitali estremamente complessi, e sottoposti a norme particolarmente attente ed esigenti (si pensi a DORA). La loro importanza sistemica è tale da spingerli a confrontarsi non solo con il regolatore nazionale e quello europeo del proprio settore, ma con agenzie della sicurezza e governi dei paesi dove operano, come le grandi aziende di telecomunicazioni, o di produzione e distribuzione di energia, o della difesa. Naturale quindi rivolgersi a loro per capire che strada sta prendendo la domanda di servizi digitali sovrani delle imprese più grandi.

Una delle prime osservazioni che molti fanno è che in ogni caso gran parte della pila software e hardware ha origini statunitensi, quindi anche i data centre “di proprietà” e gestiti in autonomia durerebbero poche settimane, forse mesi, di fronte a un drastico aumento di prezzo o a un blocco del supporto e degli aggiornamenti di sicurezza.

Al momento, inoltre, sembra di capire che su questo tema i regolatori dei settori specifici abbiano formulato “consigli” o comunque raccomandazioni non vincolanti, su come gestire i rischi di sovranità.

Per questo articolo, chi scrive ha avuto occasione di raccogliere la prospettiva di chi è stato responsabile della migrazione al cloud delle applicazioni in una di queste grandi organizzazioni. Ecco alcuni punti chiave della loro situazione, probabilmente molto simile a quella di altri:

  1. Avevano progettato e realizzato una prima migrazione al cloud ibrido a partire dall’inizio di questo decennio, quando i gestori di servizi cloud di diritto e cultura americani erano sicuramente gli unici a offrire i servizi più nuovi e potenti necessari, e si considerava buona pratica consolidare sugli stessi operatori anche servizi meno di avanguardia, che pure si sarebbero potuti ottenere da un ventaglio di operatori molto più ampio.
  2. Quando è venuto il momento di riesaminare i contratti per rinnovarli o sostituirli, tra il 2022 e il 2024, il tema della sovranità digitale dei paesi europei era già all’attenzione di operatori, regolatori e governi. Hanno quindi valutato attentamente alternative europee sovrane ai fornitori globali di radice statunitense.
  3. In particolare, questo operatore ha considerato tre possibili scenari
    1. Tornare a un cloud sostanzialmente privato “on premise”, in data centre sotto il proprio controllo.
      Questo richiede investimenti in conto capitale dell’ordine delle centinaia di milioni di euro e un impegno organizzativo nello sviluppo di infrastrutture fisiche paragonabile a quello che oggi gli hyperscaler compiono per allestire un data centre dei più grandi in Italia. Entrambi gli impegni sarebbero entrati in conflitto con altre priorità dell’operatore.
    2. Proseguire in un modello ibrido “bilanciato” nel quale la componente cloud e quella on premise rimangono sostanzialmente al livello precedente al rinnovo (ad esempio 60-40% o 70-30%)
    3. Un’ulteriore spinta verso il cloud, riducendo ulteriormente l’on premise fino al 10% circa (realisticamente il minimo possibile con un portafoglio di servizi così complesso e interdipendente con tanti altri operatori internazionali), e con l’occasione diversificando gli operatori cloud coinvolti fino a due o tre (e potenziando la capacità di spostare carichi dall’uno all’altro)
  4. Nel frattempo (parliamo quindi del 2026), la comparsa di strumenti di rilevazione (e sfruttamento) delle vulnerabilità di sicurezza basati su modelli AI particolarmente evoluti (a partire da Mythos di Anthropic e dal progetto Glasswing che questa annunciava) portava l’intero settore a mettere in discussione pratiche consolidate di gestione degli aggiornamenti hardware e software e del loro costo, introducendo nuove esigenze di upgrade rapido e applicazione veloce delle patch di sicurezza per le infrastrutture gestite in proprio. Ancora una volta, l’impegno necessario sarebbe stato molto significativo, un incentivo ulteriore ad affidarsi agli operatori cloud.

In questo contesto che, di nuovo, è probabilmente simile a quelli di tanti dei maggiori operatori europei anche in altri settori regolati, il confronto tra operatori americani ed europei ha portato a privilegiare di nuovo gli americani, nonostante il rischio di sovranità ben più chiaro oggi che in passato.

Due osservazioni significative a consolidare questo risultato:

  • Nel caso di questa organizzazione, sarebbero stati gli stessi operatori cloud europei contattati a dichiarare, o a riconoscere, la difficoltà per loro di gestire i requisiti di operatori così grandi
  • Data l’importanza di queste grandi organizzazioni finanziarie per il sistema paese, anche le istituzioni italiane competenti sono state coinvolte nella valutazione, e avrebbero sostenuto o almeno accettato la scelta.

Dov’è la domanda? Dove va? Le voci degli operatori del mercato

Le aziende private, quindi, tacciono ancora quasi tutte su progetti e obiettivi di sovranità, mentre i governi stanno assegnando gare per piattaforme software sovrane e avviando progetti, ma ancora in misura piccola rispetto al valore dei servizi cloud che acquistano, in maggioranza, da operatori globali di radice americana. Tocca ai fornitori di piattaforme sovrane cercare di colmare il divario parlando loro. Ben quindici hanno proposto contributi per questo stesso articolo.

Tra questi, oltre agli europei, ci sono diversi fornitori globali. Forse uno dei più grandi successi della discussione sulla sovranità, infatti, è stato di aver stanato tanti operatori globali costringendoli a prendere posizione sul tema, che ancora pochi anni fa molti di loro preferivano ignorare, liquidandolo come nostalgico mercantilismo o utopia irraggiungibile da un’Europa ormai priva di tecnologie proprie. Oggi la maggior parte riformula il concetto di sovranità in un contesto più ampio, di resilienza e sicurezza per mitigare rischi in generale. Tutti quelli che adottano un modello di business a codice aperto (open source), ovunque siano basati, in più rivendicano la scelta open source come un pilastro della sovranità.

Cloud Temple: operatore cloud sovrano francese, serve grandi clienti pubblici, vede già i privati passare dagli annunci alle gare

Questo operatore cloud gestisce anche i sistemi informativi critici di grandi organizzazioni che “non possono permettersi di sbagliare”, come dice Sébastien Lescop, il CEO. Li gestisce “con tecnici propri”, cittadini europei, dall’Europa. Come esempi cita “le forze armate [francesi], Banque de France [la banca centrale], alcune aziende della difesa e aziende sanitarie, SNCF [le ferrovie nazionali] e, in ambito bancario, l’intero sistema informativo di Monte Paschi Banque.” Per dare un’idea della scala, osserva: “La nostra infrastruttura gestisce più di 200 petabyte di dati sensibili […], equivalenti a un referto medico con immagini per ognuno dei 450 milioni di cittadini dell’Unione Europea.” Conferma quindi implicitamente che i suoi clienti più grandi sono ancora oggi nel settore pubblico ma, osserva, l’infrastruttura che sostiene forze armate e banche centrali è, per costruzione, adeguata alle esigenze più critiche del settore privato.

“La domanda”, conferma anche Lescop, “è sicuramente aumentata negli ultimi due anni, compresa quella pubblica, dove prima vedevamo tanti annunci e pochissimi fatti. I fatti sono finalmente arrivati:

  • In aprile 2026 la commissione Europea ha aggiudicato a quattro fornitori europei un appalto di cloud sovrano da 180 milioni di euro, il primo nella sua storia a imporre criteri di sovranità espliciti
  • Tre mesi prima, Airbus aveva aperto una gara per migrare ERP, MES, CRM e soprattutto il suo PLM verso un cloud europeo, con un contratto che può arrivare a dieci anni.”

“Ogni grande azienda”, prosegue, “sta pensando alla propria indipendenza digitale, almeno per una parte dei suoi sistemi informativi, e la maggior parte ha già lanciato almeno una consultazione sulla sovranità; nella maggior parte dei casi un’indagine di mercato, sempre più spesso una gara su un perimetro definito” (tutte le evidenziature sono di chi scrive). Queste imprese restano dipendenti dagli hyperscaler quasi quanto prima, per ora, ma “non sono mai state così vicine a cambiare”.

Organizzazioni così, nell’esperienza di Cloud Temple, hanno già svolto le loro analisi e identificato gli operatori tecnicamente capaci. Ora, osserva Lescop, “stanno scegliendo quali ambiti portare su piattaforme sovrane, in alcuni casi perché è tecnicamente possibile spostarli senza grandi modifiche, in altri perché i dati sono particolarmente sensibili e vanno protetti.” Oltre alla sovranità, le aziende stanno affrontando un corpus di regolamenti europei (come NIS2 e DORA) in espansione e “affidarsi a fornitori certificati rende semplicemente più facile mantenersi conformi”. Resta l’ostacolo che Airbus ha reso pubblico aprendo la sua consultazione: le offerte europee si fermano troppo spesso allo IaaS. “Nel 2027, la domanda non sarà più dove sono i miei dati, ma chi controlla il software che li elabora”, sostiene Lescop. “Cloud Temple è stato il primo operatore francese a ottenere la qualificazione SecNumCloud su un’offerta PaaS e non solo sullo IaaS.”

Quel che le grandi e grandissime imprese private cercano, anzi esigono, sottolinea Lescop, “non è una lista di caratteristiche, ma la reversibilità totale, una storia di rispetto degli impegni di servizio presi e le certificazioni di sicurezza più alte disponibili sul mercato”. “Noi”, conclude, “abbiamo uno dei portafogli di qualificazioni più completi d’Europa, con SecNumCloud 3.2 e HDS in Francia, il quadro C5 in Germania e il Gaia-X Label Level 3, che siamo stati i primi in Europa a ottenere.” Sul mercato italiano l’operatore ha avviato il percorso di qualificazione presso ACN; conta di raggiungere il livello 2 dei servizi cloud entro il 2027, per poi qualificarsi per il livello 3.

Fortinet: sovranità e cybersecurity sono aspetti complementari della resilienza a lungo termine

Questo grande operatore della cybersecurity, tra i primi del mercato in diverse aree a partire dalla sicurezza di rete, è, con Liferay e Red Hat più oltre, un utile esempio di come tanti fornitori di software globali si impegnino per inserire la sovranità nel contesto della gestione dei rischi, per andare oltre l’aspetto della nazionalità legale e culturale. Fanno così perché hanno nazionalità extraeuropea, certo, e però ci aiutano a ricordare che l’aspetto geografico della sovranità può essere un limite alla libertà di scelta almeno quanto il dogma dell’apertura globale dei mercati.

Alessandro Liotta, EMEA Regulatory Affairs Lead, invita a partire proprio da qui: chi cerca sovranità, chiede “controllo, resilienza e autonomia strategica nel lungo periodo. [Cerca] la certezza che le scelte tecnologiche di oggi possano rimanere conformi e sostenibili anche con l’evoluzione futura del quadro normativo”.

“Il panorama regolatorio rimane frammentato”, spiega. “In Europa e nel Regno Unito stanno emergendo approcci diversi rispetto alla sovranità digitale, alla sicurezza del cloud, alla cyber resilience e alla governance dell’intelligenza artificiale. A livello UE, inoltre, nuove iniziative in materia di cloud sovrano e infrastrutture digitali si aggiungono a un quadro già complesso. Per le organizzazioni che operano in più paesi, quindi, la sovranità digitale rimane un obiettivo in movimento, più che un insieme unico e armonizzato di regole.” Molte organizzazioni, secondo Liotta, stanno quindi adottando un approccio che si potrebbe definire future-proof by design: invece di cercare di prevedere quale sarà l’assetto normativo definitivo, integrano i requisiti di sovranità direttamente nella selezione dei fornitori e nella governance tecnologica. “I clienti”, prosegue, “valutano sempre più i partner in base alla loro capacità di garantire trasparenza nella gestione dei dati, supportare diversi modelli di implementazione, consentire la portabilità dei dati, evitare forme non necessarie di vendor lock-in e dimostrare una solida governance della cybersecurity lungo l’intero ciclo di vita di prodotti e servizi.” Sono tre dei quattro criteri proposti nella prima sezione di questa pagina.

La cybersecurity, in particolare per gli operatori di infrastrutture critiche, “sta diventando un elemento fondante della sovranità digitale, non un esercizio di compliance separato. Un’infrastruttura digitale sovrana non può essere resiliente senza una cybersecurity solida.” Allo stesso tempo, osserva, “una cybersecurity realmente resiliente richiede partner capaci di rispondere continuamente sia all’evoluzione delle minacce, sia a quella della regolamentazione.” Insomma, conclude Liotta, “le organizzazioni cercano partner che le aiutino a ridurre il rischio normativo e operativo nel lungo periodo, non semplicemente a soddisfare le necessità immediate di compliance. In un contesto regolamentare in rapida evoluzione, la capacità di adattare nel tempo governance, modelli di implementazione e strumenti di sicurezza sta diventando una delle caratteristiche più importanti di un’organizzazione.”

Gaia-X: perno di un ecosistema aperto per la condivisione controllata di dati

Questa associazione nata tra imprese francesi e tedesche ormai cinque anni fa, meglio descritta in questo articolo del 2024, ha progressivamente coinvolto anche in Canada, Corea del Sud, Giappone e altri paesi imprese erogatrici e consumatrici di dati, governi e fornitori di servizi digitali in un ecosistema per condividere informazioni in maniera aperta e standardizzata, portabile tra fornitori, lasciando a chi le condivide il controllo di come vengono usate. Sono quindi in una posizione unica per stimolare e osservare l’evoluzione della domanda e dell’offerta del mercato di fronte al crescere dei rischi di sovranità.

Secondo Ulrich Ahle, CEO, i tre livelli di qualificazione che Gaia-X propone ai suoi membri per dimostrare volontariamente che rispettano questi standard aperti di condivisione, quando li si applica a erogatori di servizi digitali europei, sono sostanzialmente equivalenti ai tre più elevati tra i quattro livelli di certificazione di sovranità del Cloud and AI Development Act (CADA). In altre parole, CADA sta contribuendo a rendere obbligatori, per gli operatori dell’Unione più qualificati, dei requisiti di autonomia e standardizzazione analoghi a quelli che Gaia-X propone da tempo come criteri volontari.

Per Ahle, le grandi e grandissime aziende della domanda cominciano ormai ad acquisire servizi digitali sovrani europei anche in sostituzione di quelli di operatori extraeuropei. Tra i principali esempi pubblici:

  • La RFP di Airbus per servizi digitali sovrani, che ha usato per la selezione dei concorrenti proprio le categorie di Gaia-X, vinta da Scaleway.
  • La partnership di KPN, telco europea e incumbent per l’Olanda, con Schwarz Digits (erogatore di servizi cloud tedesco, parte del gruppo che controlla i supermercati Lidl) per fornire un servizio cloud sovrano nei Paesi Bassi.

Anche per Ahle, come per altri commentatori, “varie altre grandi imprese stanno facendo valutazioni simili, ma preferiscono aspettare l’esito finale prima di annunciarle pubblicamente”, diversamente dai governi che spesso annunciano i propri obiettivi e le proprie iniziative di sovranità digitale fin dalla concezione e dalla messa in programma.

Il livello di interesse al tema della sovranità, ricorda, dipende anche dalla distribuzione geografica di ciascun mercato. Quello della produzione di automobili, per esempio, dove si sono sviluppate alcune delle principali iniziative di Gaia-X, è particolarmente globalizzato. “In questo ecosistema”, osserva Ahle, “l’interesse per una sovranità locale o regionale è limitato, ma diventa chiave in particolare la resilienza a livello globale rispetto a strozzature nelle catene di fornitura”, e quindi l’interoperabilità tra operatori dell’ecosistema che è uno degli obiettivi originali di Gaia-X.

Sia nei contesti più attenti alla sovranità, sia in quelli dove si fa più attenzione ad altri fonti di rischi, l’attenzione alla scelta di fornitori di servizi digitali particolarmente qualificati – e alla facilità di cambiare fornitori quando necessario – rendono particolarmente rilevante un’altra capacità che Gaia-X ha maturato negli anni e che ora promette di diventare rilevante per organizzazioni pubbliche e private: automatizzare i controlli di conformità ai requisiti di una piattaforma digitale, e renderli oggettivi.

Hyve Managed Hosting: la domanda europea di infrastrutture sovrane vista dal Regno Unito

Come la grande maggioranza degli operatori citati in questa pagina, anche questo gestore globale di infrastrutture cloud con quartier generale nel Regno Unito e attivo in Europa, meglio descritto in questo articolo precedente, vede le grandi e grandissime imprese progressivamente più sensibili ai rischi di sovranità, ma ancora lontane dall’attenzione che vi prestano le pubbliche amministrazioni e, in molti paesi, le stesse PMI. Anche per Hyve, sono i settori regolati come i servizi finanziari e la sanità ad essere più attenti. In Germania, per esempio, Hyve sta lavorando con una grande banca di livello nazionale e con un’azienda di telecomunicazioni. È da un paio d’anni, segnala Charlotte Webb, Marketing Director, che questi clienti hanno cominciato a chiedersi dove si trovano l’infrastruttura di erogazione del servizio e quella di disaster recovery, chi le gestisce, dove si trova il team di supporto, chi sono i proprietari di queste organizzazioni e quali esposizioni legali extraterritoriali possano avere, invece di accontentarsi della residenza dei dati. Alcune grandi organizzazioni europee, che Webb preferisce non nominare, stanno già rivalutando i carichi di lavoro affidati agli hyperscaler e di migrare i più sensibili verso ambienti che offrono un controllo migliore.

Guardando al 2027, dichiara, “sono convinta che questa tendenza diventerà ancora più importante via via che le imprese accelerano l’adozione dell’IA: ogni azienda dovrà trovare un proprio equilibrio tra le capacità delle piattaforme IA globali e l’esigenza di mantenere il controllo sui dati sensibili, e sulla propria proprietà intellettuale.”

“Per gestori di infrastrutture come Hyve”, continua Webb, “che offrono cloud privati dedicati, infrastrutture e competenze all’interno delle diverse regioni, e supporto concreto alla gestione quotidiana dei sistemi, questa evoluzione è un’opportunità significativa. Queste caratteristiche possono offrire alle imprese più controllo e una maggiore resilienza pur mantenendo la flessibilità e i vantaggi dei servizi cloud.”

Per quanto riguarda le PMI, afferma Webb, la situazione è diversa da paese a paese. Per esempio “Le PMI del Regno Unito si comportano in maniera simile a quelle italiane: la sovranità diventa una priorità solo quando la chiede un cliente, un regolatore o magari l’assicuratore. La Germania, invece, è probabilmente il nostro mercato più attivo, perché la protezione dei dati è intrinseca nella cultura delle imprese, anche piccole. Qui spesso le PMI chiedono spontaneamente informazioni su data centre in Germania, supporto in lingua tedesca e certificazione BSI C5, prima ancora che li proponiamo noi. Attenzione, però”, conclude la Webb: “la conformità non è certo l’unica spinta; molte imprese si rivolgono alle infrastrutture sovrane in cerca di costi più prevedibili e di un supporto migliore, che spesso non riescono ad ottenere dagli hyperscaler. Altre, infine, si affidano a un erogatore di servizi gestiti perché faticano a gestire l’infrastruttura da soli, quando le esigenze diventano più complesse.” È la stessa situazione che si osserva con operatori infrastrutturali sovrani locali italiani, come più oltre Planetel e Seeweb.

Liferay: piattaforma open source globale per portali e applicazioni web

Questa piattaforma open source per “Digital Experience”, come portali e applicazioni web, è sviluppata da un operatore globale basato negli Stati Uniti. Il loro messaggio è che, per la sovranità, l’origine geografica del software conta meno della libertà di architettura, della trasparenza del codice e della riduzione del lock-in, che soluzioni open source come Liferay sono in grado di sostenere. Molto in comune, quindi, con Fortinet e Red Hat. Gli altri operatori globali descritti rispettivamente sopra e sotto. Rispetto a Fortinet, che ha scelto un modello di sviluppo a codice chiuso, Liferay presenta alcune differenze cruciali che confermano l’importanza e l’impatto per la sovranità di scelte open source e architetturali impegnative.

Come spiega Matteo Mangiacavalli, Sales Manager per l’Italia:

“Negli ultimi sei mesi stiamo assistendo a una svolta epocale”, spiega Mangiacavalli. “Se prima la gestione del software e della compliance (come il GDPR) era delegata al dipartimento IT, alla ricerca di soluzioni ‘smart’ o a basso costo, oggi normative come la NIS2 spostano la responsabilità direttamente sui vertici aziendali: AD, CEO e Consigli di Amministrazione. Quando il mancato rispetto della sicurezza impatta il fatturato (nel privato) o configura un rischio di danno erariale (nel pubblico), la sovranità digitale smette di essere un tecnicismo e diventa strategia d’impresa.” La piattaforma software non è più un costo operativo, ma un asset strategico al pari di un immobile o di un’infrastruttura critica, la cui interruzione blocca l’intera operatività aziendale.

Per le grandi organizzazioni private (banche, assicurazioni, manifattura) e pubbliche, la sovranità si declina allora, secondo Mangiacavalli, in tre aspetti fondamentali:

  1. Proprietà dei dati e trasparenza: il codice open source garantisce la totale ispezionabilità, azzerando il rischio di black box, tracciamenti nascosti o riutilizzo dei dati dei clienti per addestrare modelli AI proprietari.
  2. Totale libertà di Deployment (Exit Strategy): il software offre identica architettura e funzionalità sia on premise, sia su cloud privati e pubblici locali e regionali, sia su hyperscaler globali. La sovranità consiste nell’avere una reale exit strategy ed essere in grado di migrare l’infrastruttura in 24-48 ore senza impatti negativi.
  3. Continuità e protezione dall’obsolescenza: mantenere un software aggiornato in modo semplice è la prima difesa contro gli attacchi cyber. La piattaforma facilita l’evoluzione tecnologica mantenendo la compatibilità con le personalizzazioni esistenti.

Sulla questione della matrice statunitense, Mangiacavalli sottolinea: “Liferay è un’organizzazione globale ed estesa con oltre 20 uffici nel mondo. Le filiali europee non sono meramente commerciali, ma centri operativi che contribuiscono direttamente allo sviluppo del codice. Inoltre, la transizione dal modello community al Free Tier [versione gratuita con codice gestito direttamente da Liferay] punta a garantire standard di sicurezza elevati fin dai primi livelli di adozione, per poi accompagnare i clienti verso il modello Enterprise.”

Secondo Mangiacavalli sia il mercato pubblico, sia quello privato rispondono positivamente a questa impostazione.

  • L’esempio più evidente arriva dal mondo accademico, dove, afferma, negli ultimi mesi si è registrata una vera e propria svolta perché molte università stanno abbandonando le soluzioni tradizionali, basate sulle Community Edition di Liferay, per poter avere garanzie ufficiali. Operando a tutti gli effetti come organizzazioni complesse, legate a metriche di business, certificazioni ISO e stringenti vincoli di compliance, gli atenei hanno maturato la consapevolezza di non potersi più affidare a strumenti privi di supporto formale. La priorità è diventata il passaggio alla versione Enterprise di Liferay per poter avere garanzie contrattuali, sicurezza certificata e tempi certi di reazione, spinti anche da una stretta esigenza di tutela reputazionale e dalla necessità di attrarre docenti, studenti e finanziamenti.
  • Un’evoluzione analoga sta interessando la pubblica amministrazione. Nell’impostazione dei contratti a lungo termine, come nei progetti con orizzonte 2027-2028 per grandi enti pubblici che si affidano a Liferay ormai da diversi anni, l’approccio è mutato radicalmente; i capitolati non si fermano agli aspetti funzionali, ma pongono quesiti specifici, approfonditi e stringenti sulla residenza dei dati, sulla governance e sui meccanismi di Exit Strategy.
  • Infine, conclude Mangiacavalli, nel settore bancario e assicurativo, le grandi istituzioni finanziarie che valutano l’adozione di Liferay affrontano la discussione partendo da un’analisi preventiva dei rischi strategici piuttosto che dalla trattativa commerciale. In questi contesti, il valore della piattaforma va al di là di costi e benefici di un software da acquistare; i clienti vi trovano l’abilitatore di una vera e propria continuità operativa. La domanda chiave sui tavoli decisionali non è più quanto costerà la piattaforma, ma quali siano le garanzie di continuità e con quale velocità l’organizzazione sia in grado di ripartire o spostare la propria infrastruttura in caso di crisi, ponendo la resilienza al centro di ogni scelta d’acquisto.

Per chi scrive, l’esempio di Liferay indica come operatori e soluzioni open source globali possano aiutare a riconciliare l’idea di “sovranità” riferita a un luogo o a una comunità sociale, che inevitabilmente contrappone paesi e regioni l’uno all’altro, con quella di apertura e diffusione globale, dalla quale nascono le stesse comunità open source. Dove le due prospettive restano distinte è nella provenienza degli investimenti e nella destinazione dei profitti, che ancora oggi per molti operatori globali, anche open source, rispettivamente partono e arrivano dagli Stati Uniti – ma questa è una questione di mercati dei capitali, più che di governance dei servizi digitali.

Nextcloud: continuità con gli ultimi anni, ora ingaggiare le grandi imprese tramite i grandi partner che già le seguono

Nextcloud è un fornitore di soluzioni open source balzato all’attenzione della politica e del mercato europei, soprattutto delle pubbliche amministrazioni e delle piccole e medie imprese, via via che queste negli ultimi anni sono diventate sempre più sensibili ai rischi di sovranità. Nati offrendo soluzioni di condivisione archivi sicura e sotto il controllo di ciascun individuo e organizzazione, si sono presto proposti come piattaforma per applicazioni di collaborazione di terzi (soprattutto Collabora Productivity, e recentemente Euro Office, con apertura a molti altri) e come piattaforma sovrana per sviluppi applicativi. Tra le loro caratteristiche distintive:

  • la scelta di non erogare servizi in proprio, per lasciare i clienti liberi di gestire il servizio in totale autonomia o di affidarsi a partner di hosting, come preferiscono.
  • il forte legame con una comunità europea e globale di sviluppatori volontari, oltre a quelli sostenuti da Nextcloud stessa e da suoi partner, appassionata e con un contributo ragguardevole al codice sviluppato: nell’ultimo aggiornamento trimestrale dei prodotti, presentato a settembre 2026, più di metà delle migliorie ai servizi di Agenda (Calendar), Posta e Contatti venivano da membri della comunità.

Per Oliver Blind-Galties, Vicepresidente per le vendite, i nodi di oggi restano quelli degli ultimi anni, da quando la Commissione Europea e molti stati dell’Unione hanno finalmente posto il rischio di sovranità digitale al centro dell’attenzione.

Il primo che cita, che l’intero ecosistema sta affrontando con una comunicazione sistematica e puntuale a tutti i livelli, è quello del sovereignty washing, la proposta “sovrana” dei grandi operatori globali, formalmente conforme ai più elementari tra i criteri che i regolatori hanno finalmente stabilito. Secondo Blind-Galties è verissimo che l’obiettivo di una sovranità sull’intera pila delle risorse digitali a partire dallo hardware resta remoto, come gli hyperscaler ci ricordano spesso e volentieri, ma quelli intermedi di una piena sovranità anche economica su diversi livelli software e gestionali, compresi quelli che Nextcloud e i suoi partner di hosting presidiano, sono ormai raggiungibili da chiunque, e portano benefici concreti a breve termine.

Certo, in un mercato dove gli operatori globali si sono guadagnati, anche con indubbi meriti, una posizione dominante, raggiungere questi obiettivi intermedi richiede di migrare dai loro ambienti ad altri, e questo è difficile, ma tutto il mercato ICT sa benissimo da come organizzare e condurre migrazioni di successo da una piattaforma anche molto diffusa ad altre, tanto più quando si tratta “semplicemente” di comunicazione, condivisione e collaborazione.

In realtà un nodo da sciogliere più nuovo si sta profilando ora, osserva Blind-Galties, ed è anche un’opportunità di coinvolgere attori nuovi, anche utenti con competenze tecnologiche limitate, nello sviluppo delle piattaforme sovrane e soprattutto di nuove applicazioni che vi si appoggino. Questa novità è l’uso del vibe coding, sviluppo di software con il supporto potente ed efficace degli strumenti di intelligenza artificiale generativa. Qui il fattore critico è mantenere elevata la qualità del software di fronte a contributi anche molto eterogenei – e questo le comunità open source lo sanno fare da sempre – e insieme aumentare la qualità della sovranità sull’IA, permettendo a chi sviluppa di scegliere e usare modelli IA sovrani di propria scelta, come fa Nextcloud stessa per l’ambito della sua piattaforma.

E le grandi imprese private? Qui Blind-Galties concorda: mentre per le grandi pubbliche amministrazioni locali e centrali Nextcloud, con i propri partner commerciali e progettuali, si considera ormai esperta nel rispondere anche alle richieste più grandi e complesse, e persino nel farne emergere di nuove, le grandi e grandissime imprese private sono un mercato completamente diverso. Queste organizzazioni decidono se e quando cambiare piattaforme importanti con processi e criteri ben diversi da quelli delle PA. Qui Nextcloud conta sul ruolo chiave dei suoi partner più grandi, di system integration e di servizi cloud gestiti: sono loro che già da tempo affiancano questi clienti nelle grandi trasformazioni, e che oggi sostengono, con il supporto dei mercati finanziari, gli importanti investimenti in infrastrutture necessari per porsi come alternativa agli hyperscaler. Lo stesso Blind-Galties cita, come esempio di cosa occorre, il nuovo data centre di Schwarz Digits, operatore di infrastrutture del gruppo Schwarz (marchio Lidl in Italia). Il ruolo più utile che Nextcloud possa svolgere su questo mercato è quindi di sostenere questi grandi partner nello sviluppo delle opportunità. Secondo Blind-Galties, molte grandi imprese private cominceranno presto a adottare soluzioni come quelle di Nextcloud:

  • o come servizio di riserva in caso di difficoltà con quelli degli operatori globali, per poi estenderne progressivamente l’uso,
  • oppure per gestire contenuti particolarmente critici e riservati in casi d’uso circoscritti.

Nextcloud conta già tra i propri partner alcuni dei principali CSP dei più grandi paesi europei, compresi in alcuni casi la telco di riferimento, che conoscono e gestiscono bene i processi decisionali e di acquisto di operatori a tutti i livelli del mercato. Blind-Galties è quindi convinto della capacità dell’ecosistema di soddisfare anche le esigenze di questo segmento di mercato via via che si svilupperanno.

Per chi scrive, la percezione è che Nextcloud abbia già affrontato negli ultimi uno o due anni la svolta che altri operatori affrontano oggi, e proceda quindi in sostanziale continuità con i successi finora ottenuti, in particolare quelli in alcune grandi PA locali dell’Europa centrale.

Planetel: un operatore di telecomunicazioni nato nel Nordest che potenzia la propria offerta di infrastrutture sovrane

Come molte delle imprese che nacquero per offrire connettività a internet, prima su linee telefoniche tradizionali, poi con fibra ottica propria, Planetel ha ampliato la propria offerta verso la fornitura di servizi infrastrutturali. Sta realizzando un primo data centre di proprietà, a Padova, dove espandere i propri servizi e consolidare quanto ora gestisce presso colocator terzi. Stefano Quadrio, Direttore Commerciale IT, Cloud e Cybersecurity lo presenta come “edge” soprattutto perché è fortemente integrato e connesso con il tessuto produttivo del Nordest. Con una potenza elettrica totale di un megawatt, capacità fino a 120 armadi (rack) e una prima vasca per il raffreddamento a liquido per immersione delle macchine più potenti, è “piccolo” tra le realizzazioni di oggi, ma fino a pochi anni fa lo avremmo considerato medio.

Se il nuovo data centre è l’occasione per proporsi come cloud service provider sovrano, già da un anno o due il mercato sta accogliendo con interesse la loro offerta sovrana, basata innanzitutto sulla piattaforma di virtualizzazione open source Proxmox, che molti scelgono come alternativa a VMware, sempre più costoso dopo l’acquisizione da parte di Broadcom giusto tre anni fa. “Già alcune decine dei nostri circa 300 clienti cloud lo hanno adottato, e con molti stiamo progettando migrazioni delle architetture più complesse. Alcuni sono vincolati dal fatto che le applicazioni che usano sono certificate solo per VMware, ma molti ISV stanno affrettandosi a colmare la lacuna, certificando anche su Proxmox i propri prodotti”, spiega Quadrio. A questi clienti Planetel offre anche servizi di migrazione e di esercizio, e soprattutto una propria piattaforma di gestione delle macchine virtuali che supporta diversi hypervisor, realizzata in autonomia a partire da strumenti open source.

Al di là della piattaforma di virtualizzazione, prosegue Quadrio, un altro fattore che spinge i clienti a migrare verso cloud come quello di Planetel è l’aumento dei costi dello hardware, e della sua scarsità, negli ultimi due o tre anni. Questi aumenti colpiscono in particolare le medie imprese quando le macchine che avevano acquisito arrivano alla fine del loro ciclo di manutenzione e ammortamento: “spesso un’impresa che voglia rinnovare un parco macchine di cinque anni prima si trova a dover spendere anche il triplo o il quadruplo di allora.” In questi casi diventa naturale, spiega, affidarsi a operatori specializzati nel gestire e sfruttare al meglio macchine ad alte prestazioni, anche per quei clienti che hanno in casa le competenze di esercizio e quindi poi continuano a gestire da soli le macchine migrate come IaaS nel cloud di Planetel.

Per quanto riguarda altri componenti sovrani della piattaforma, afferma Quadrio, “Circa il 70% delle macchine virtuali che gestiamo usano Linux come sistema operativo”. Anche nel caso del 30% che usa Microsoft, Planetel sta cominciando ad offrire soluzioni alternative europee per ruoli puntuali, ad esempio per l’autenticazione multifattore.

Red Hat: la piattaforma Linux enterprise “sovrana globale”.

Delle diverse piattaforme software infrastrutturali basate su Linux, e quindi in un modo o nell’altro fortemente basate su software open source e sui modelli di business relativi, Red Hat si può considerare tra le più qualificate per soddisfare le esigenze complesse e impegnative di grandi organizzazioni “enterprise”, e tra le più globali: la prima ad essere quotata al NASDAQ, e poi acquisita da IBM – che ne ha sistematicamente ribadito l’autonomia organizzativa e culturale, e l’impegno persistente verso l’open source, compresa la disponibilità delle soluzioni Red Hat enterprise sui cloud di tutti i principali operatori mondiali, anche diversi da IBM, e su piattaforme hardware di proprietà del cliente.

Come sottolinea Julio Guijardo, EMEA Field CTO, questa scelta comporta che i clienti di Red Hat sono proprietari del software, che quindi controllano completamente, mentre da Red Hat e dal suo ecosistema di partner, a partire dai servizi di IBM Consulting, acquistano “solo” servizi a supporto, importanti e impegnativi ma pienamente fungibili in caso di necessità.

Se le organizzazioni della pubblica amministrazione leggono queste caratteristiche in termini di “sovranità”, secondo Guijardo “le imprese possono sembrare meno attente o attive sul tema, ma sono estremamente sensibili alla questione della ‘resilienza’, la capacità di rimanere attivi e operativi a fronte di eventi avversi di ogni tipo, dalle interferenze geopolitiche alle crisi della rete elettrica, che nella pratica ha esigenze e soluzioni del tutto equivalenti. In questa prospettiva, il minor interesse delle imprese private per le piattaforme sovrane è una questione di vocabolario più che di sostanza, ed è solo apparente. Per Red Hat, in altre parole, le imprese anche grandi investono in piattaforme software sovrane tanto quanto i governi.

Inquadrata in questi termini, la questione della sovranità e insieme della resilienza, quindi una questione di gestione dei rischi, è legata alla necessità di investire in una molteplicità di risorse ridondanti, in particolare diversificando la propria catena di fornitura di prodotti e servizi, per superare le possibili criticità. Nel cloud questo comporta un aumento dei costi dovuto soprattutto al fatto che per anni si è ottimizzata l’infrastruttura per ridurne il costo, assumendo che i rischi di interruzione dei servizi cloud fossero piccoli. Oggi i maggiori costi della resilienza si giustificano proprio perché riesaminiamo questi rischi e vi attribuiamo un valore maggiore.

Secondo Guijardo, quindi, piattaforme software open source globali come quella di Red Hat sostengono la resilienza, e la sovranità, perché sostengono le comunità di sviluppatori che generano concretamente l’innovazione e offrono il supporto necessario a farla funzionare. Poiché queste comunità di talento sono diffuse in tutto il mondo, Europa compresa, piattaforme simili sono sovrane a condizione che ciascun cliente coltivi e sviluppi canali di accesso ad esperti locali delle piattaforme che ha scelto, esattamente come mantiene il controllo dello hardware e del software, magari con l’aiuto di operatori locali di fiducia. Un esempio concreto: per i clienti interessati Red Hat offre un supporto 24 ore su 24 che è giusto chiamare sovrano perché garantisce che i tecnici che lo erogano si trovano tutti nella regione scelta dal cliente. Questo supporto costa più dell’equivalente “non sovrano” solo perché gli addetti prestano servizio anche in turni notturni e festivi, anziché passare l’incarico ad altre persone in altre regioni che lavorerebbero durante il proprio giorno.

Quali sono, quindi, i grandi clienti enterprise che investono nelle soluzioni sovrane, resilienti, di Red Hat? Guijardo evidenzia due categorie principali che sono oggi più attive e più avanti delle altre:

  • Banche e altre grandi organizzazioni che hanno mantenuto una forte componente di infrastruttura on premise: erano migrati al cloud solo parzialmente, e ora trovano più facile mantenere una piattaforma ibrida rispetto a chi aveva dismesso la componente di proprietà e deve ricostruirla.
  • I grandi operatori di telecomunicazioni e servizi pubblici affini, in particolare gli “incumbent”, ex monopolisti nazionali, che oltre a un’infrastruttura propria hanno mantenuto rapporti di fiducia a livello locale, sia con i clienti, sia con i governi.

È utile osservare che questa descrizione non cita nomi di grandi imprese europee o globali che hanno scelto queste soluzioni. Implicitamente, quindi, Guijardo sembra confermare che le grandi e grandissime imprese private preferiscono almeno tenere privata la propria scelta.
Che abbiano paura della propria dipendenza dai grandi operatori extraterritoriali?

Il ruolo delle telecomunicazioni in un’offerta sovrana: l’esperienza di RETN

RETN, spiega Milko Ilari, Head of Southern Europe, si considera “la piattaforma infrastrutturale essenziale e indipendente su cui poggia l’ecosistema digitale europeo, la base di un’autostrada digitale europea indipendente”. Forniscono il “tessuto connettivo” fondamentale per le infrastrutture digitali: un backbone proprietario di 142.000 chilometri e oltre 1000 Point of Presence (POP) in tutto il mondo. In Italia forniscono connettività IP e “accesso sicuro ad ambienti hybrid cloud come AWS, Azure e IBM” e “collaborano con partner locali, come Seeweb a Milano, per affiancare competenze infrastrutturali locali alla nostra portata globale”. Ha quartier generale a Londra e collega con reti proprie molti paesi dell’Europa centrale e orientale e dell’Asia centrale.

Per Ilari la sovranità digitale non riguarda soltanto chi e dove gestisce i dati, ma anche “i percorsi che questi dati seguono e chi li controlla. Una vera sovranità richiede un’infrastruttura aperta e indipendente, anziché legarsi a infrastrutture controllate da un ristretto numero di piattaforme tecnologiche globali”. Possedendo la propria infrastruttura, RETN “mantiene il pieno controllo operativo sul livello ottico e sul routing, assicurando che la nostra rete non sia soggetta a interessi privati esterni. Abbiamo inoltre progettato una diversificazione fisica e geografica – fino a sei percorsi distinti nelle aree ad alto rischio – per evitare i punti più vulnerabili delle rotte marittime e la dipendenza da landing station condivise”.

E la domanda delle grandi imprese? In generale, RETN ha osservato chiaramente “un passaggio da acquisti guidati semplicemente dalla capacità a decisioni basate sulla resilienza. I clienti sono stanchi di diversificazioni “fake”: acquistare due linee che, in realtà, condividono lo stesso cavo fisico o la stessa landing station. Oggi chiedono un’indipendenza fisica reale, oltre ai backbone ad alta capacità necessari per gestire enormi flussi di dati con la bassa latenza necessaria per l’inferenza IA in tempo reale.” I settori più interessati, spiega Ilari, sono “finanza, retail, gaming e wholesale telecom. In Italia, ad esempio, le società finanziarie utilizzano la nostra tratta Milano-Ponte San Pietro che offre connettività diretta verso Aruba IT3, dove è ospitata l’infrastruttura core di produzione di Euronext. È il percorso più breve, disponibile ed efficiente per il trading, che richiede bassa latenza e tempi di risposta rapidi.” Come esempi significativi, Ilari cita:

  • Silpo Food, importante retailer ucraino che ha dovuto mantenere operative oltre 300 sedi in condizioni di guerra. Ha usato le connessioni RETN a Francoforte per supportare una strategia hybrid cloud con IBM, AWS e Azure, raggiungendo un uptime del 99,99% e riducendo la latenza del 20%
  • Catixs, fornitore di servizi IT che ha raddoppiato i propri ricavi europei in un anno, abbandonando risorse di altri fornitori a bassa qualità per quelle RETN ottenendo latenza inferiore a 30 ms, continuità di servizio e soddisfazione dei propri clienti gaming e finance.

In conclusione: la resilienza e il governo più indipendente possibile delle telecomunicazioni sono un elemento chiave della sovranità dei servizi digitali che le useranno, da tener presente nello sviluppo della propria sovranità digitale.

Seeweb: un CSP nazionale che usa piattaforme sovrane per sé e per i propri clienti

Questo Cloud Provider con quartier generale nel centro Italia, a Frosinone, fornisce soprattutto infrastrutture, sovrane italiane, per ISV e altri intermediari che poi erogano e gestiscono i propri servizi digitali verso gli utenti finali. Queste infrastrutture comprendono in particolare GPU per applicazioni di IA e macchine virtuali. È una media azienda fondata nel 1998, quotata in borsa, cresciuta in Europa tramite il gruppo DHH che ha fondato e anima. Ha data centre proprietari, e offre soluzioni AI private e ibride già dal 2021. Molti degli intermediari loro clienti sono sovrani italiani, per sede, diritto e governance, e questa sovranità dalle infrastrutture ai servizi costituisce sempre più un valore per i clienti finali, italiani ed europei. Anche per le proprie necessità, per gestire le infrastrutture, Seeweb usa soluzioni sovrane europee come, ad esempio, Nextcloud e Collabora Productivity per la collaborazione, e la propria cloud mail, oltre a strumenti parzialmente o totalmente open source globali come Proxmox e Multiportal.

Un esempio di soluzione sovrana che Seeweb offre in particolare a ISV, università e spin off imprenditoriali di istituti di ricerca, e startup, ad oggi principalmente tedesche e olandesi, è Regolo.ai, un’infrastruttura AI full stack accessibile tramite API che si appoggia a servizi europei ed è nativamente conforme alle norme dell’UE.

E i clienti? Per Antonio Baldassarra, CEO e Product Manager, “Abbiamo clienti di ogni dimensione, principalmente nel settore privato, con una componente di pubbliche amministrazioni secondaria. Negli ultimi tempi, a seguito delle evoluzioni conseguenti alla acquisizione di VMware da parte di Broadcom, abbiamo avuto un picco di richieste dal mondo enterprise per soluzioni di virtualizzazione open source, soprattutto Proxmox, dei quali siamo anche partner.” È un esempio chiaro di come oggi le imprese private che sono poco interessate alla sovranità digitale in sé, vi giungono cercando operatori territorialmente e culturalmente vicini, disponibili a stipulare accordi ad hoc anziché standardizzati, quando sono questi operatori a scegliere e costruire piattaforme software sovrane.

SUSE: la piattaforma Linux enterprise più europea del mondo

Sistemi operativi aperti e con molti fornitori come Linux sono un elemento chiave di molte offerte sovrane, infrastrutturali e applicative. Osserva Andreas Prins, Head of Sovereign Solutions, che questi sistemi operativi sono anche le soluzioni software che incontriamo più spesso nella vita quotidiana, senza neanche pensarci: dai satelliti per la navigazione alle porte della metropolitana, all’illuminazione pubblica, molta dell’IoT che pervade la nostra vita è basata su qualche forma di Linux.

“Solo nell’ultimo paio d’anni”, riconosce volentieri Prins, “SUSE ha cominciato a comprendere e valorizzare la combinazione di caratteristiche che la rende un operatore fondamentale per l’ecosistema sovrano, quello europeo in particolare”. Ne evidenzia tre:

  • Piattaforme open source come quella di SUSE saranno probabilmente necessarie per raggiungere i livelli di sovranità 3 e 4 che il CADA dell’UE introdurrà.
  • SUSE ha una quota molto elevata di cittadini europei tra i tecnici, il management e gli executive – ancora maggiore considerando i cittadini di altri paesi diversi dagli Stati Uniti.
  • SUSE ha accumulato 35 anni di esperienza nel mondo Linux e open source, e da 30 fa evolvere con successo un modello di business per l’erogazione di soluzioni open source.

Inoltre, la società, non quotata, è di proprietà di società finanziarie di diritto e di capitale europeo, per quanto attive in tutto il mondo.

Il primo riscontro concreto dell’importanza di questi fattori oggi, secondo Prins, è che numerosi imprenditori del settore open source cercano di collaborare con SUSE per far leva sulle sue esperienze e sulle caratteristiche sovrane della sua piattaforma, oltre che per accedere al suo mercato.

Per quanto riguarda i clienti, e in particolare i clienti enterprise, Prins come altri distingue tra i settori più regolati e quelli più aperti. I primi, anche secondo SUSE, sono più sensibili ai rischi di sovranità e quindi acquistano già soluzioni sovrane. In questi settori, però, rimane il rischio che si dia la priorità a un rispetto formale delle regole applicabili, anche sacrificando aspetti sostanziali come la nazionalità degli investimenti, e quindi la direzione che prendono i profitti risultanti, dalla quale dipende in ultima analisi la sostenibilità di ciascun ecosistema sovrano.

Nelle grandi imprese private di settori più aperti, dalle quali dipende soprattutto la direzione che il mercato europeo prenderà, e quindi quella degli investimenti necessari a sostenerlo, per Prins “si sta diffondendo la consapevolezza che il TCO di una piattaforma, da valutare quando la si sceglie, deve comprendere anche il costo di lasciarla”, sostituendola con un’altra, e il tempo necessario per farlo. Per questo uno dei concetti chiave con i quali SUSE si presenta al mercato oggi è quello di “exit velocity”: quanto tempo ci vorrà per spostare un carico di lavoro critico su una nuova piattaforma se – quando – quella attuale diventerà insostenibile per qualsiasi motivo.
Insomma: questo segmento del mercato si sta aprendo e in una certa misura preparando ad adottare soluzioni più aperte e sostituibili, quindi più sovrane, di quelle che oggi dominano il mercato. Le imprese meno regolate restano ancora qualche passo indietro rispetto ai settori che le normative indirizzano maggiormente, ma mireranno verosimilmente a ritorni più concreti e diretti. Questo farà delle loro scelte un faro per tutto il mercato delle imprese più piccole.

L’esempio principale che Prins cita in questo ambito è quello degli operatori di telecomunicazioni nazionali e internazionali di diritto europeo, e di altri erogatori di servizi cloud pubblici e privati sovrani, che offrono sempre più esplicitamente servizi sovrani alternativi a quelli dei grandi operatori globali (come ad esempio, osserva chi scrive, gli stessi Aruba e TIM Enterprise in Italia). Si tratta di un primo caso d’uso molto importante, pur se in questo caso gli operatori portano al mercato soprattutto un’offerta, per i propri clienti, e molto meno quella domanda per il proprio acquisto e uso interno di cui l’ecosistema ha tanto bisogno. In particolare, Prins segnala “Orange, che sta ridefinendo la propria infrastruttura di telecomunicazione con SUSE, usando l’open source e il framework Sylva per realizzare reti sicure native cloud, strutturate esplicitamente per la conformità normativa e la sovranità digitale”. Un altro esempio, ad oggi più puntuale, che Prins descrive è quello delle imprese che scelgono di sviluppare o esercire le proprie soluzioni su una pila tecnologica di proprietà, propria o di un gestore cloud locale di fiducia come quelli sopra, o magari ibrida con quelle dei grandi operatori globali. Questo oggi accade in particolare in ambiti come l’AI, descritto in questo articolo precedente, o le nuove soluzioni cloud native.

Più in generale, “oltre il 60% dei Global Fortune 500 fa girare su SUSE servizi mission-critical, in tutti i settori, dalla produzione di automobili alle telco, ai servizi finanziari; dalla sanità al settore manifatturiero, al commercio al dettaglio, fino alla difesa e alla pubblica amministrazione centrale e locale.”

Nel complesso, quindi, per questo grande fornitore di piattaforme open source con una forte radice europea la domanda di piattaforme sovrane delle grandi imprese private è ancora limitata, e in parte reagisce alla regolamentazione, ma sta concretizzandosi rapidamente rispetto a pochi anni fa e già oggi, almeno al livello dei sistemi operativi, sostiene e orienta il mercato.

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