il commento

Rete unica, tanto parlare ma poca chiarezza: ecco i punti ignorati

Si discute tanto ma non sono chiari punti fondamentali. Dove inizia e dove finisce la rete unica tlc che si sta ipotizzando? Dove finiscono gli interessi delle parti? Quelli dell’Italia sarebbe di continuare però ad avere concorrenza infrastrutturale e tra modelli. Ecco perché

01 Set 2020
Roberto Opilio

Telecommunications Senior Business Advisor, Regional Senior Advisor del Cebf per Italia e Sud Europa

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Ci siamo quasi anche se molti dettagli saranno chiariti nei prossimi mesi. I cda di Tim e Cdp hanno dato l’ok il 31 agosto ad AccessCo, progetto di “rete unica” (le virgolette dato che, come vedremo, non è chiaro cosa si intenda con questa definizione).

Nella confusione che spesso accompagna l’argomento, dovuta in parte a poca conoscenza del tema ed in parte agli  interessi particolari dei diversi attori in gioco, alzi la mano chi è in grado di rispondere alla semplice domanda: dove inizia e dove finisce la rete unica?

E, soprattutto, quale è il vero interesse del Paese?

I fatti rilevanti 2020 intorno alla nascita della rete unica

Proviamo a riassumere per fare chiarezza. I fatti rilevanti che sono avvenuti sono i seguenti:

  1. Tim ha accettato l’offerta del fondo KKR, per acquisire una quota di minoranza rilevante della rete secondaria (dall’armadio stradale alla presa nelle abitazioni) di TIM per la sola componente passiva, sia in rame che in fibra. TIM conferirebbe tale infrastruttura (la rete secondaria, più la fibra fatta con Fastweb nella joint FlashFiber) ad una società, FiberCo, in cui avrebbe una partecipazione anche Fastweb, oltre a TIM e KKR. Tale società ha l’obiettivo di coprire poco meno del 60% del territorio nazionale con tecnologia FTTH.
  2. Come detto, ok preliminare dei cda di Cassa depositi e prestiti (per Open Fiber) e Tim per fondere le reti di Open Fiber e FiberCo in AccessCo entro marzo 2021.
  3. Le linee fisse incluso FWA sono diminuite (dati osservatorio AGCOM al 31/32020-ultimo disponibile) a 19,47 milioni con un decremento rispetto a 12 mesi fa di circa 700 mila linee. Considerando che abbiamo ancora circa 2 milioni di linee fisse “solo voce” ed il tasso di conversione al broadband di queste linee è storicamente intorno al 45%, possiamo immaginare che il numero di atterraggio delle linee fisse broadband sarà intorno a 18,4 milioni di cui 1,4 FWA. 17 milioni di linee sono compatibili con due grandi operatori infrastrutturali più tanti operatori regionali che, a loro volta, posseggono infrastruttura fissa più gli operatori FWA?
  4. L’indicatore europeo DESI (digital economy and society index) del 2019 ci dice che stiamo scalando posizioni in Europa sul grado di infrastrutturazione nelle telecomunicazioni fisse ma che siamo fermi e agli ultimi posti su tutti gli altri indici. Sui digitals skills siamo proprio ultimi. Che debba diventare questa la priorità?
  5. Il Consiglio AGCOM, che avrà un ruolo come l’Antitrust sulla rete unica, è stato finalmente rinnovato.
  6. Al sottosegretario Andrea Manzella del Mise è stata assegnata la delega sul piano ultrabroadband
  7. Infratel ha avviato la consultazione pubblica per conoscere i piani di copertura sulle aree grigie da parte degli operatori , attività propedeutica a possibili nuove gare con finanziamenti pubblici per ampliare/velocizzare la copertura FTTH nel paese.
  8. Il piano Infratel per la copertura delle aree bianche nel paese con Open Fiber è in ritardo di tre anni pur avendo ridotto la copertura FTTH inizialmente prevista di circa il 25%. Ora la copertura totale ad almeno 30 sarà per il 2023 e non c’è una data per il target, previsto dal piano banda ultra larga, dell’85% con almeno i 100 (FTTH).
  9. Il numero di unità immobiliari predisposte da OPEN FIBER in FTTH è superiore a quello di TIM ed il divario continua a crescere.
  10. Franco Bernabé ha ritenuto di dover intervenire nel dibattito sostenendo che: le reti di TIM ed OPEN FIBER devono rimanere separate per motivi tecnici e di opportunità, al più possono cooperare nelle aree grigie; Cassa Depositi e Prestiti (CDP) deve uscire da OPEN FIBER e concentrarsi su TIM.

Passiamo ora ad esaminare quali sono gli interessi degli attori in gioco nell’ipotetico processo di integrazione della rete TIM con la rete Open Fiber, la cosiddetta ‘rete unica’, ma in realtà la fusione tra il primo operatore infrastrutturale del paese con il secondo. Occorre infatti ricordare, come sottolineato più volte, che tanti altri operatori hanno sviluppato parti di rete fissa in fibra o in FWA (a cominciare da Fastweb). Ciò è dovuto sia a motivi di business sia al fatto che la regolamentazione europea, al contrario delle infrastrutture del gas e dell’energia, consente la costruzione di infinite reti di telecomunicazione per collegare un singolo cliente.

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Pertanto, parlare di rete unica è un non senso assoluto e comunque non rappresenterà mai la realtà sul campo.

Che cosa è la “rete unica”?

Il dibattito su come fare la rete unica è così confuso che nemmeno si sta preoccupando di chiarire un aspetto fondamentale. Che cosa sia questa rete unica. Inizia dalle centrali telefoniche cittadine (poche migliaia)?  Dalle centrali  periferiche (oltre diecimila)? Dagli armadi stradali (circa 150 mila)? Dai box degli edifici (diversi milioni)? Altro? E finisce alla prima presa passiva dentro le abitazioni? Oppure all’ONT (optical network termination), oggetto attivo (alimentato da corrente elettrica) necessario all’ FTTH? Oppure al modem? Altro?

Parliamo solo della componente passiva (rame più fibra o solo fibra?) oppure anche della componente di elettronica attiva  (in centrale per ADSL , sull’armadio stradale per FTTC, alla base dell’edificio per GFAST, in casa cliente per FTTH)?  Parliamo solo della componente wired (con filo fisico in rame o fibra) oppure anche di quella wireless (FWA- fixed wireless access)?

E potremmo tranquillamente continuare con le domande.

Provando ad approfondire questo tema complesso, credo che occorra distinguere in modo netto i fatti che sono accaduti dalle opinioni (pur autorevoli) che sono spesso espressione degli interessi dei diversi attori in gioco (TIM, Open Fiber, i diversi OLO , l’AIIP, Infratel, SKY, gli operatori FWA, i costruttori di rete attiva o passiva).

Gli interessi in gioco. I diversi attori

Vediamo quindi gli interessi dei singoli soggetti in campo:

TIM

Ha ovvio interesse a mantenere il controllo sulla maggior parte possibile dell’infrastruttura di accesso di rete fissa. Comprare il  secondo operatore va in questa direzione.

Open Fiber

Punta certamente a rimanere indipendente e a difendere l’importanza del modello ‘wholesale only’ con i relativi vantaggi regolatori. Ovviamente punta a sfruttare anche i vantaggi di ‘italianità’  che gli derivano dai suoi attuali azionisti sul tavolo politico.

Grandi Olo (Vodafone, Fastweb, Wind 3) e AIIP (Associazione Italiana Internet Provider)

Due fornitori di infrastruttura sono meglio di uno. In tal modo si tiene basso il valore dell’infrastruttura (un’illusione nel medio periodo) e si possono avere più margini sui servizi (quali per il mondo consumer un giorno qualcuno me lo spiegherà – pensate ad una pubblicità che vi ricordate sul tema).

SKY

E’ contro il modello di integrazione verticale dei telco (infrastrutture più servizi) e a favore del modello wholesale only (ma ovviamente è a favore del modello di integrazione verticale servizi più contenuti – il suo). Pensate alla reazione che avremmo avuto se Mediasetfosse entrata nel broadband anni fa.

Costruttori di rete

Sono coloro che danno più lavoro sul territorio italiano. Sono ovviamente favorevoli alla competizione infrastrutturale che duri più a lungo possibile. Non vogliono trovarsi a gestire migliaia di esodi una volta che la costruzione della rete in fibra ottica sarà finita e pertanto sono anche contrari a picchi di attività.

Infratel

Per le prossime gare pubbliche vorrebbe contare sulle capacità costruttive di TIM ma, al tempo stesso, non vuole essere accusata di favorire un’azienda a controllo straniero. TIM col controllo CDP sarebbe ideale.

Quale è il migliore interesse del paese?

Persa in modo scellerato l’opportunità di rientrare in TIM con CDP al momento dell’uscita di Telefonica (che controllava TIM con Mediobanca, Intesa e Generali che garantivano l’ancoraggio italiano) e avendo complicato le cose con la creazione di Open Fiber ora è estremamente più complicato individuare il ‘meglio’ e perseguirlo. Il mantra ‘meglio una rete che due’ (ottimizziamo gli investimenti) è francamente fragile. Con lo stesso principio perché abbiamo costruito quattro reti 3G, quattro reti 4G e ora costruiremo quattro reti 5G nelle telecomunicazioni mobili?

E cosi sarà per il 6G, il 7G e cosi’ via. Con l’aggravante che nel mobile compriamo le infrastrutture dall’estero mentre nella fibra il grosso del lavoro rimane in Italia.

Credo pertanto che il migliore interesse del paese, in quanto inevitabile al punto in cui siamo arrivati, sia quello di accettare una competizione infrastrutturale anche sulla rete fissa così come nel resto d’Europa. Questa competizione sarà anche tra modelli – verticalmente integrato e wholesale only – e diverse tecnologie – fibra, fibra / rame, fibra / wireless. Inoltre, il modello verticalmente integrato sarà sempre più parzialmente utilizzato anche dai piccoli operatori locali, che hanno compreso che costruendo infrastrutture e non solo affittandole dagli altri possono essere più competitivi e crescere sul mercato.

Questa competizione avrà forme importanti di cooperazione come avviene nel mobile (ad es. sharing dei siti) ma lascerà la libertà di crescere e sviluppare la propria infrastruttura e la propria tecnologia a tutti. Chi vincerà, lo deciderà il mercato.

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