il parere

Chips act, strada in discesa per la proposta Ue: ma ne vale davvero la pena? I dubbi

Il think tank Centres for European Policy Network (CEP), esprime diverse riserve rispetto alla sostenibilità del chips act europeo. Ecco quali sono i punti più critici

27 Giu 2022
Stefano Milia

Direttore esecutivo Centro politiche europee (CEP-Roma)

chip - Chips Act

Tutto pare avviato verso una rapida adozione della proposta di Regolamento presentata dalla Commissione UE dell’8 febbraio 2022 che istituisce un quadro di misure per rafforzare l’ecosistema europeo dei semiconduttori, più conosciuta come “Chips Act”.

Ma questa misura di politica industriale europea, straordinariamente invasiva e costosa, può essere ritenuta veramente pienamente giustificata?

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Il tema è stato riaffrontato anche nel corso dell’ultimo Consiglio competitività UE del 9 giugno e, secondo la Presidenza di turno francese, i rappresentanti degli stati membri, sembrano essere sostanzialmente concordi nell’appoggiare tale iniziativa sulla quale, fin dall’inizio, si è registrato una particolare spinta proprio da parte di personalità d’oltralpe, ad iniziare proprio dal Commissario Thierry Breton.

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L’iniziativa, indubbiamente, rientra anche tra quelle misure che concorrono a definire meglio il concetto della “autonomia strategica” dell’Unione, di cui proprio la Francia appare essere uno dei paladini principali. Ora che anche la Vicepresidente esecutiva della Commissione europea, responsabile della concorrenza e del coordinamento del dossier l’”Europa pronta per l’era digitale”, Margrethe Vestager, pare abbia abbandonato iniziali timori di distorsioni del mercato dovuti dai massicci finanziamenti pubblici conseguenti al Chips Act.

Strada tutta in discesa, dunque, per il provvedimento, che viene collocato anche nella più ampia cornice dell’insieme delle tecnologie necessarie a portare efficacemente avanti il Green Deal europeo.

In questo quadro è stato approvato il 15 luglio scorso pure il relativo parere sull’atto del Comitato economico e sociale europeo, in cui sono rappresentati in particolare gli attori sociali (imprese e sindacati) che poi concretamente si troveranno a gestire tale piano.

Le riserve del CEP sul Chips Act

In questo documento il sostegno generale al piano viene però anche affiancato da diverse riserve ed inviti a miglioramenti ed emerge anche il non secondario problema dell’investimento su tipologie di mano d’opera di cui attualmente l’UE risulta insufficientemente provvista.

Il think tank Centres for European Policy Network (CEP), dopo una propria prima riflessione dello scorso febbraio, continua ad esprimere diverse riserve rispetto a questo nuovo progetto normativo dell’Unione europea. L’intervento dell’UE sarebbe giustificato solo se vi fosse in essere un palese fallimento del mercato. Tuttavia, questo continua a non apparire poi così evidente, malgrado i casi di criticità delle forniture verificatisi negli ultimi mesi.

Le cause dell’attuale carenza di chip secondo il CEP

Secondo una ancor più recente analisi del CEP, l’attuale carenza di chip ha tre cause principali:

  • le aziende avevano sottovalutato l’aumento della domanda di computer portatili in seguito all’incremento del lavoro a domicilio dovuto alla pandemia.
  • Terremoti, tempeste ed altri eventi imprevisti hanno influito sulla produzione.
  • A causa dell’elevato utilizzo della capacità produttiva degli stabilimenti esistenti, l’adeguamento dell’offerta è risultato piuttosto lento.

I ricercatori del CEP, tuttavia, ipotizzano che il collo di bottiglia sia, di fatto, temporaneo e non strutturale.

In linea di principio, spetta prioritariamente alle aziende rispondere alle carenze e gestire al meglio la catena di fornitura dei chip, ad esempio diversificando e accumulando scorte. Tuttavia, risulta difficile ottenere tutte le informazioni sulla relativa catena del valore, la quale, inoltre, si compone di numerosi passaggi che coinvolgono anche diverse aree geografiche mondiali. Il Chips Act prevede allora pure che gli Stati membri monitorino regolarmente la catena del valore dei semiconduttori. Se viene identificata una “fase di crisi dei semiconduttori”, la Commissione potrebbe adottare misure speciali, da quelle che obblighino a concedere priorità alle aziende dell’UE, a dei sistemi di controllo sulle esportazioni. Tuttavia, secondo l’analisi, ciò violerebbe il principio della certezza del diritto, perché le condizioni necessarie per attivare il livello di “fase di crisi” risultano ancora disegnate in modo eccessivamente indefinito.

Finanziamenti e corsa alle sovvenzioni

Un giudizio più positivo, invece, il CEP lo attribuisce quella parte della proposta della Commissione che prevede lo sviluppo di una piattaforma virtuale e di impianti pilota che potrebbero facilitare le aziende europee a sviluppare e testare i propri chip più rapidamente. Tuttavia, il finanziamento di tali misure appare comunque problematico, poiché si tratta essenzialmente di riassegnare fondi già esistenti per altre attività di ricerca. In questo caso, la Commissione dovrebbe quindi giustificare il motivo per cui è più efficiente utilizzare i fondi per l’iniziativa “Chips for Europe” invece, ad esempio, per aumentare la “sicurezza informatica.

Con i previsti sussidi per nuove fabbriche di chip, gli esperti del CEP vedono però, in particolare, il pericolo di una corsa alle sovvenzioni tra gli stessi stati membri UE, nonché con diversi stati terzi che già stanno portando avanti interventi simili.

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Il rischio di una sovraccapacità di produzione

Tale contesa potrebbe, infine, portare anche a una sovraccapacità di produzione. In tal caso i nuovi impianti di produzione rischierebbero di venire sottoutilizzati e diventare presto antieconomici. Gli impianti di produzione europei ne risentirebbero in modo particolare, in quanto i costi di produzione sono più bassi altrove, grazie ai minori costi energetici e di manodopera. Vi è quindi la seria minaccia di creare un sistema che necessiterebbe poi di sovvenzioni pubbliche permanenti.

Le priorità tecnologiche identificate dal Chips Act

Anche le priorità tecnologiche identificate dal Chips Act andrebbero affrontate con maggiore spirito critico. In esso l’attenzione viene rivolta in particolare ai chip con dimensioni del nodo inferiori a dieci nanometri. Ma questo, se pur potenzialmente interessante dal punto di vista delle future evoluzioni tecnologiche, al momento, è da considerarsi una scelta sbagliata, poiché nell’Unione Europea non ci sono attualmente, praticamente, ancora sufficienti clienti per questo tipo di chip. Ma se, anche in nome del perseguimento dell’autonomia strategica europea, si sosterrebbero finanziariamente poi fabbriche in cui si producono principalmente o addirittura esclusivamente chip che sono poco richiesti dall’industria europea e quindi destinati conseguentemente all’export, è discutibile che l’aiuto pubblico persegua un obiettivo legittimo.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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