l'analisi

Deglobalizzazione o nuova globalizzazione? Ecco gli scenari all’orizzonte

Fattori ciclici e strutturali, insieme alla crisi finanziaria globale, sono alla base un profondo mutamento del sistema globale di interconnessioni economico-produttive, finanziarie e politico-istituzionali. Ma la discontinuità nelle dinamiche di globalizzazione socioeconomica non è cosa nuova

13 Apr 2022
Mauro Lombardi

Università di Firenze, BABEL - Blockchain and Artificial intelligence for Business, Economics and Law

Il 10 ottobre 2010 Mohamed EL-Erian, presidente del Queen’s College, ha tenuto a presso il Fondo Monetario Internazionale una conferenza dal titolo “Navigating the New Normal in Industrial Countries”.

L’espressione “The New Normal” è diventata famosa e ha assunto via via significati diversi, subendo qualche rilievo critico, ma è ai nostri fini utile riprendere l’accezione originaria (pagina 12 del pdf sul sito del FMI), dove si indicava che la normalizzazione post crisi 2008-2009 sarebbe stata “much more complex and uncertain, mentre si prospettava an even journey and a new destination. Tra i fattori più rilevanti segnalati da EL-Erian vi erano una serie di sfide globali, tra cui in primo luogo i cambiamenti della composizione dell’economia globale, in seguito all’emergere di alcune economie, ma anche la necessità che il sistema finanziario internazionale cambiasse strategie e regole di comportamento. Un elemento cruciale dell’analisi era l’insufficiente coordinamento internazionale nel rispondere alla crisi e nell’affrontare le fragilità del sistema globale.

Governare la globalizzazione nell’interesse nazionale: ecco perché è ora di pensarci

Riteniamo utile partire con la nostra disamina proprio dalla morfologia evolutiva del sistema globale, cercando di mettere in luce i meccanismi e processi che hanno più volte nel corso della storia innescato, favorito e poi causato crisi e discontinuità nelle dinamiche di globalizzazione socioeconomica.

Globalizzazione e deglobalizzazione: “una vecchia storia”

Il susseguirsi di processi di integrazione e frammentazione economica e sociopolitica di grandi aree abitate della Terra è una morfologia ciclica ricorrente nella storia dell’umanità, a partire da quella che gli storici ritengono la prima globalizzazione del secondo millennio della nostra era, ovvero la “Pax Mongolica”, realizzatasi durante l’Impero mongolo, che unificò sette regioni euro-asiatiche, come argomentano Findlay e O’Rourke (2007, Cap. 3, specie nelle pagine 101-120)[1].

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Dai primi decenni del 1200 al 1350 nello spazio euro-asiatico si svilupparono flussi commerciali lungo tragitti sicuri “di giorno ne di notte” (Rossabi, 1990: 356, citato da Findlay e O’Rourke: 107), con grandi profitti, ottenuti anche grazie al “tagliar fuori” intermediari degli scambi e dei flussi. Parallelamente aumentarono i movimenti di merci e persone, insieme a importanti informazioni: il Nuovo Testamento e il Libro dei Salmi furono tradotti in tartaro e dall’Oriente verso l’Europa si diffusero le invenzioni cinesi (Needham, 1986, Cap. 7). I commerci via terra garantirono un lungo periodo di prosperità ad alcuni regimi politici regionali, vere e proprie sub-unità del potere mongolo, non senza eccidi e stragi distribuite in varie zone dello spazio imperiale[2].

La fine della Pax Mongolica e dell’integrazione geografica fu causata da un evento drammatico, che lo storico Le Roy Laudurie chiama “the unification of the globe by disease”, arrivando a sostenere che i grandi volumi di traffici e movimenti di eserciti in quel periodo crearono di fatto “a common market of bacilli”: la morte nera, che ha causato enormi perdite di vite umane in Europa[3]. L’effetto generale è stato quindi una sorta di compartimentazione delle grandi aree geografiche, che non ha spento la propensione alla ricerca e all’esplorazione del mondo, ma i flussi sviluppatisi durante la Pax Mongolica erano un ricordo.

Dopo qualche secolo, con l’ascesa delle potenze marittime, incentrate su città italiane (Genova e Venezia), e successivamente (dal XVI secolo) l’era delle grandi esplorazioni con protagonisti i regni di Francia e Inghilterra, che divengono imperi, lo scenario evolutivo globale cambia profondamente: emergono entità con proiezioni economiche e socio-politiche su più continenti (Portogallo, Spagna, Olanda), il cui meccanismo propulsore è lo sviluppo di potenze militari basate sul controllo dei mari. I flussi via terra di merci, persone e informazioni sono sorpassati da quelli basati su fiumi e mari. Impulsi fondamentali in questa direzione evidentemente scaturiscono dalla rivoluzione scientifica, i cui emblemi più rappresentativi sono Galileo e Newton, ma è superfluo sottolineare come sia tutto il continente europeo ad essere un fervore di creatività a vari livelli: culturale, tecnologico, scientifico, economico, politico. La rivoluzione scientifica e la Rivoluzione francese sono i due processi fondamentali, che creano i presupposti per quella che viene considerata la “prima globalizzazione” dell’epoca moderna, quella dispiegatasi alla fine del XIX secolo.

Ondate cicliche di globalizzazione e de-globalizzazione

Con la prima rivoluzione industriale inizia la dinamica tecno-economica ciclica che costellato gli ultimi due secoli e i primi decenni di quello attuale (Perez, 2002; DBR,2020). Carlota Perez ha svolto un’analisi approfondita delle interconnessioni tra industrie e infrastrutture, che hanno costituito la trama connettiva e dinamica della sequenza di 5 ondate cicliche delle economie europee, generate da cambiamenti dei paradigmi tecno-economici. Questi ultimi sono concepiti come il set coerente di principi generali su cui si basano le culture diffuse in ambito tecnologico, economico e socio-istituzionale (Tab.1)

Tab. 1

Fonte: Perez, 2002, Tab. 2.1 A different techno-economic paradigm for each technological revolution

Al di sopra delle ondate cicliche si sviluppano, secondo la Deutsche Bank Research (DBR, 2020), “super-cicli” che “modellano tutto, dalle economie al prezzo degli asset, alla politica e ai nostri modelli di vita” (nostra trad.) (Graf. 1)

Fonte: DBR, 2020, Graf. 1

La rappresentazione della DBR converge con quella di Carlota Perez, che nel suo volume tratta ampiamente le successioni di bolle speculative e crash dal 1770 agli inizi del 2000, le quali sono intrinsecamente connesse alla morfologia via via assunta dell’evoluzione dei processi economico-produttivi. Sulla base di una ulteriore letteratura aggiungiamo che la dinamica complessiva dei sistemi economici assume una forma peculiare in base alla scala territoriale in cui si esplica. In questa prospettiva acquistano rilevanza alcuni elementi: 1) tipologia degli attori che entrano in gioco. 2) Natura e peculiarità delle interdipendenze che si sviluppano tra di essi. 3) Estensione e intensità delle strutture interattive. 4) Orizzonti temporali dei processi decisionali degli agenti economici, sociali, istituzionali.

È chiaro che gli elementi indicati sono strettamente correlati alle infrastrutture materiali e immateriali, che gli umani progettano e realizzano per produrre e scambiare merci e informazioni, oltre che per esplorare sempre nuovi territori fino a testimoniare la presenza umana su tutto il Pianeta. Alla luce di queste considerazioni, come pure dell’evoluzione della Pax Mongolica e dell’emergere degli imperi marittimi, la funzione di tecnologie e infrastrutture (materiali e immateriali) è da ritenere cruciale, tenendo però fermo un principio generale: esse sono il risultato di decisioni umane e la loro logica evolutiva è l’esito di componenti multi-dimensionali che interagiscono, cioè la dinamica tecnico-scientifica, culturale, socio-politica, economica, istituzionale. La rimozione di una prospettiva sistemica, quindi, porta a esiti conoscitivi parziali e potenzialmente errati, perché trascura elementi che possono innescare o impedire evoluzioni non auspicabili.

Come dimostrano alcune analisi (ad esempio Karunaratne, 2012; van Bergeeijk, 2017a, 2017b) e come vedremo successivamente, misure di policy hanno influenzato sia l’innesco dei processi di globalizzazione che quelli di deglobalizzazione.

Le 5 ondate degli ultimi 250 anni, sono così individuate da Karunaratne (Tab. 2 )

Tab. 2

Fonte: Karunaratne, 2012, Tab. 1

Prima di proseguire è opportuno chiarire le definizioni adottate in questo contributo. La deglobalizzazione è una conseguenza del collasso del commercio globale (van Bergeijk, 2017a), a sua volta definito “an event of negative annual real growth of international merchandise trade that occurs both in the aggregate for world trade and in the vast majority of countries for their individual imports and/or exports”. La deglobalizzazione è misurata da van Brgeijk con un indicatore “grezzo” quale il peso delle importazioni sul Pil, pur essendo consapevole che essa coinvolge tutta una serie di altre componenti, quali: investimenti diretti all’estero, prestiti bancari, fusioni e acquisizioni, varie forme di integrazione sociale e politica (Cfr Dreher, 2006). Globalizzazione e deglobalizzazione indicano allora due trend opposti, rispettivamente la diminuzione e l’aumento delle importazioni sul Pil mondiale, come viene raffigurato nel Graf. 2..

Graf. 2 Apertura dell’economia mondiale ( % del commercio sul Pil mondiale, 1960-2022)

Fonte: van Bergeijk, 2017, Fig.1

È da ritenere fondata la tesi di van Bergeijk, secondo il quale l’analisi di un solo evento ciclico non è sufficiente per individuare aspetti ed elementi utili a comprendere i meccanismi dinamici. Da un confronto tra il superciclo, per dirla con DBR (2020), degli anni ‘30 e quello degli anni ‘2000 emergono indicazioni significative, come si evince dal Graf. 3.

Graf. 3. Numero di anni tra picchi (in crescita e in contrazione) del commercio mondiale negli ’30 e ‘2000

Fonte: van Bergeijk, 2017, Fig. 3

L’andamento dei 4 indicatori impiegati (import-export in termini reali e nominali) mostra aspetti rilevanti: 1) negli anni 2000, tutti gli indicatori raggiungono il minimo in un anno nell’80% delle realtà osservate, a differenza di quanto accaduto negli anni ’30. 2) L’andamento è omogeneo per tutti gli indicatori nella seconda crisi, mentre nel periodo di raffronto emerge una apprezzabile eterogeneità.

È ancora aperto il dibattito tra gli studiosi sulla pluralità di fattori causali all’’origine delle due caratteristiche differenziali del superciclo degli anni ‘2000: la rapidità del collasso e l’omogeneità dei trend nelle componenti analizzate nei vari Paesi.

Molti studiosi e centri di ricerca (Baldwin e Evenett, 2009, Escaith et al. 2010; WTO, 2009; World Bank, 2015) hanno messo in luce il ruolo causale della formazione e dell’’evoluzione delle Global Value Chains, a favore delle quali hanno agito un mix di misure di policy e innovazioni : riduzione delle barriere (dazi) e liberalizzazione dei mercati; diminuzione dei costi e dei tempi per il trasporto su mare (invenzione del container e costruzione di giganteschi portacontainer); intensa dinamica innovativa nel campo delle tecnologie dell’informazione, che hanno accelerato la diffusione di tecniche di produzione just in time , realizzate in processi multi-scala. Le sequenze economico-produttive si sono così esplicate in una serie di aree del globo, grazie alla frammentazione dei processi e alla segmentazione di fasi e sotto-fasi, le quali hanno poi frequentemente operato all’intersezione tra più catene del valore.

Le istituzioni hanno parallelamente svolto un ruolo fondamentale sia nell’innescare il processo di globalizzazione, sia sul piano normativo-regolamentare che su quello delle politiche economiche, come hanno sottolineato Nunn e Trefler (2014) e Milner e Kubota (2005), senza trascurare il fatto che ha sicuramente influito il rapporto fiduciario istituito tra cittadini e istituzioni democratiche (O’Rourke, 2006; Mayda e Rodrik, 2005).

Il collasso degli scambi conseguente all’ultima crisi finanziaria (2008-2009), sulle cui cause ed evoluzione non ci soffermiamo in questa sede, ha mostrato una peculiarità sorprendente per la maggior parte degli analisti, ovvero una riduzione dell’elasticità (reattività) degli scambi rispetto al reddito (World Bank, 2015: 170-171), diminuita nel periodo post-crisi rispetto agli anni 1986-2000 soprattutto negli Stati Uniti, mentre è rimasta quasi stabile in Europa. Indubbiamente uno dei fattori che hanno determinato la minore capacità di risposta degli scambi rispetto al reddito, pur se questo ha mostrato ritmi di crescita inferiori a quelli del passato in tutti i Paesi, è la trasformazione intervenuta nelle due maggiori economie: Cina e Usa. Se negli ultimi tre decenni del secolo scorso le interazioni dinamiche tra le economie dei due colossi sono state il motore degli scambi internazionali, con gli Usa principale fonte del boom cinese e di altre economie emergenti, grazie all’importazione di parti e componenti, dal 2000 in poi la domanda americana è rimasta stabile, mentre l’importazione cinese di componenti è diminuita, come si vede dal Graf. 4

Graf. 4

Fonte: World Bank, 2015, Fig. 4.12

Secondo gli studi a supporto del Rapporto World Bank (2015) sono intervenuti due fenomeni congiunti: 1) la Cina ha sostituito parte delle importazioni con produzioni interne. 2) È cambiata la composizione della domanda anche in Paesi europei, con una minore spesa in investimenti, dati i minori acquisti di beni capitali. A questi elementi vanno poi aggiunte le pratiche restrittive degli scambi, intraprese nei Paesi del G-20, calcolate in 228 dal WTO (2014: 19).

In definitiva, quindi, fattori ciclici e strutturali, insieme alla crisi finanziaria globale, sono alla base un profondo mutamento del sistema globale di interconnessioni economico-produttive, finanziarie e politico-istituzionali.

Bello (2002, Cap. 7) ha fatto conoscere ai più il termine deglobalizzazione, mettendone in luce la natura di crisi sistemica e la necessità di cambiare elementi fondanti del paradigma tecno-economico e politico-istituzionale, prevalente dall’era reaganiana fino ad oggi[4], la quale ha creato le condizioni per la dinamica esponenziale delle tecnologie dell’informazione. L’inversione dell’accelerazione economica globale ha indotto alcuni esperti e studiosi a ritenere che la crisi finanziaria non sia una semplice ostacolo su un percorso già tracciato, bensì qualcosa che richiede la consapevolezza di nuove sfide da affrontare e quindi un ripensamento significativo del sistema globale.

Cercheremo ora di enucleare elementi critici, che inducono a ipotizzare di essere in una fase di transizione sistemica, tra un assetto globale e un altro, tutto da definire, in base alla dinamica di forze intrinsecamente non controllabili dall’alto. Siamo nell’”era del disordine”, dando all’espressione un significato un po’ diverso da quello assegnato dalla DBR (2020, The age of disorder).

L’era della quarta globalizzazione e del disordine

La deglobalizzazione è al centro di una vasta mole di studi (si veda Reznikova e Ivashchenko, 2018; Kim et al., 2020; Levinson, 2020, 2021,a,b,c,d). Levinson è lo storico economico che descrive con precisione gli step e i meccanismi evolutivi della terza e di quella che chiama “quarta globalizzazione”.

La crisi della terza globalizzazione

Nel 2020 egli mette in risalto come la scelta di costruire e mettere in mare nel 2006 la Emma Maersk, gigantesca nave portacontainer lunga come 4 campi di calcio, fosse una scommessa, raccolta da altre società di navigazione, che hanno successivamente varato navi ancora più grandi. La posta in gioco, per così dire, era quella di una crescita ulteriore del commercio mondiale, che nel decennio precedente la crisi del 2008-2009, era stata del 78%. Quei colossi del mare potevano consentire economie di scala nel gestire volumi di scambi mondiali di elevate e crescenti dimensioni, grazie anche sia allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione e della conseguente forte diminuzione dei costi di scambio delle informazioni, sia al “collasso dei costi del computing” nel corso degli anni ’80 (Levinson, 2021c). Container, computer e sistemi di comunicazione sono i tre meccanismi propulsori della seconda globalizzazione, esplicatasi fino alla crisi del 2008-2009, perché hanno consentito la distribuzione multi-scala delle catene del valore, ovvero la frammentazione a livello internazionale su quasi tutto il globo, essendo coinvolti nelle sequenze economico-produttive un alto numero di Paesi Asiatici, alcuni del Sud- e Centro America, altri nell’Europa dell’Est, mentre l’Africa è stata solo parzialmente investita.

È altresì evidente che i fattori indicati hanno costituito le pre-condizioni appropriate per la ricerca e l’integrazione, nei cicli produttivi globali, delle aree con il costo del lavoro più basso. Economie di scala nella produzione e nel trasporti, facilità di comunicare a costi sempre più contenuti, possibilità di controllo da remoto in tempo reale lo svolgimento di tutte le fasi, dalla produzione nell’Estremo Oriente all’arrivo nel porto europeo (Anversa, ad esempio) e quindi alla logistica fino al punto di destinazione finale, il tutto poteva essere controllato a distanza e i flussi regolati in modo preciso (Just in time). In questo scenario il centro della dinamica è stata l’industria manifatturiera, grazie a circuiti virtuosi tra l’offerta e una domanda crescente di beni da parte di un enorme numero di persone al mondo interessate da un miglioramento delle condizioni di vita rispetto allo standard al limite della povertà. Tutti questi elementi hanno determinato il fatto che il tasso di crescita del commercio mondiale è stato, durante la terza globalizzazione, il doppio della crescita dell’output globale (Levinson, 2021c).

La crisi del 2008-2009 costituisce una brusca interruzione di questa dinamica e la ripresa successiva non ha assunto le forme precedenti: l’export globale di prodotti manifatturieri sul totale non ha raggiunto più i picchi dei decenni precedenti. Il tasso di crescita del commercio internazionale si è dimezzato e questo è avvenuto non solo perché il tasso di crescita delle economie è stato più modesto. Come abbiamo visto nel paragrafo precedente (Graf. 4), erano già emersi mutamenti strutturali e traiettorie tecnico-produttive tali da indurre un minore dinamismo dei Paesi occidentali a partire dagli Usa. Non solo, quindi, i produttori di giganti portacontainer hanno scommesso sulla prosecuzione di un trend non verificatosi, ma sono anche intervenuti cambiamenti in aspetti fondamentali della morfologia evolutiva della globalizzazione.

È innanzitutto cambiata la composizione della domanda di beni di consumo, in conseguenza dell’aumento della età mediana della popolazione mondiale[5], che era di 23,3 anni nel 1985 ed è di 31 nel 2021, con differenze tra Paesi (sopra 47 in Germania, vicina a 40 in Russia, Cina, Usa). L’aumento dell’età della popolazione porta a mutamenti della domanda di persone e famiglie, orientata non tanto ad accrescere i beni di consumo, dato che possono aver già raggiunto un livello accettabile di soddisfazione, e maggiormente orientata invece verso servizi, oltre che alla ricerca di beni di svago immateriali, sharing di mezzi di trasporto. Trasformazioni sono avvenute anche sul versante delle sequenze economico-produttive, distribuite nei vari continenti, dal momento che il ricorso al cloud ha progressivamente ridotto la domanda di attrezzature computazionali sempre più potenti. Al tempo stesso, poi, la ristrutturazione dell’industria automobilistica verso l’elettrico richiede sempre manodopera, a causa sia della robotizzazione sia soprattutto della significativa riduzione di componenti meccaniche, destinata dei prossimi anni ad incidere ancora più pesantemente sulle tradizionali catene di subfornitura (Levinson, 2021a).

La discontinuità del 2008-2009 ha pertanto messo in luce tendenze preesistenti e non deve sorprendere il fatto che successivamente il tasso di crescita degli scambi internazionali sia fortemente diminuito e con esso anche la dinamica degli investimenti diretti all’estero. Occorre tenere presente, inoltre, che le stesse gigantesche portacontainer hanno generato effetti contradditori sull’allungamento delle catene globali del valore. Da un lato hanno favorito con le economie di scala l’enorme espansione delle sequenze di fasi, dislocate in aree molto distanti tra loro, dall’altro hanno indotto i sistemi produttivi a trascurare il problema della fragilità delle global value chains molto lunghe rispetto a eventi non previsti, come la pandemia ha ampiamente dimostrato. Bisogna peraltro osservare che la “mania” di impiegare navi di elevate dimensioni ha aumentato i tempi del trasporto per la loro minore velocità, agendo quindi in controtendenza rispetto ai trend prima indicati. Levinson (2021b) definisce metafora del commercio globale l’evento del 23 marzo 2021, quando l’enorme portacontainer (lunga 400 metri) Ever Given, incagliatasi nel Canale di Suez, l’ha ostruito e di conseguenza ha prodotto il caos nell’apparato logistico globale, con un incremento dei costi, a causa della necessità di circumnavigare l’Africa. In breve, l’emblema della terza globalizzazione è diventato anche l’emblema della sua fine. Quale scenario si sta allora prefigurando?

Deglobalizzazione o nuova globalizzazione?

Nel delineare possibili scenari bisogna riflettere sugli elementi costitutivi della preesistente morfologia degli scambi globali e su aspetti che possono essere interpretati come elementi fondamentali di un nuovo assetto.

Per quanto riguarda la morfologia degli scambi prevalsa nella seconda metà del secolo scorso, denominata terza globalizzazione, è chiaro che sono venute meno componenti basilari, mentre altre non possono essere eliminate. Per quanto riguarda le prime, indichiamo alcuni mutamenti decisivi, intervenuti nel periodo:

Iperconnessione globale

Il mondo è divenuto iperconnesso, in seguito alla trama di dispositivi computazionali, che generano flussi informativi globali intorno e all’interno dei processi fisici. La Terra è divenuta una sfera fisico-informativa, un sistema composto di un numero elevato di sotto-sistemi dinamici, che interagiscono tra loro a varia scala[6].

Catastrofe della complessità

L’entrata della Cina nel WTO , dopo 15 anni di trattative, ha cambiato la composizione della forza-lavoro globale e la struttura dei costi, favorendo la dislocazione internazionale delle fasi di produzione, dopo la realizzazione nel 1967 dell’ASEAN (accordo di libero scambio tra Paesi dell’Estremo Oriente) e l’entra in vigore nel 1994 del NAFTA (accordo nordamericano del libero scambio). Sono stati anni di accelerazioni tecno-economiche, finanziarie e politico-istituzionali, che hanno consentito il relativo miglioramento, rispetto alle condizioni di partenza, degli standard di vita in moltissimi Paesi. La rete di interconnessioni ha creato un sistema globale complesso che, come tutti i sistemi complessi, può andare incontro a quella che è chiamata “catastrofe della complessità”, ovvero eventi -grandi o piccoli- in grado di causare crisi generali proprio per l’esistenza delle interconnessioni. La vicenda della portacontainer Ever Given, la crisi dei sub-prime e la crisi finanziaria globale del 2008-2009, la pandemia da SARS-Cov2 ancora in atto, sono esempi di “catastrofi della complessità”. Nel caso della pandemia, ad esempio, si è verificata la crisi dei chip (chip shortage, CNBC, 2021), la cui produzione è concentrata soprattutto in Estremo Oriente (Taiwan, Corea)[7], e la crisi del sistema logistico complessivo, che ha creato interruzioni ed elevate difficoltà in molte industrie importanti (ad esempio quella automobilistica). Bisogna tenere inoltre presente che il settore dei chip è al tempo stesso interessato da una profonda trasformazione globale, ancora in corso (Deloitte, 2021), anche se nel 2021 ha realizzato profitti record (Gartner, 2022).

Perdita di controllo delle filiere

È emerso progressivamente un problema di fondo: il rischio di perdere il controllo delle sequenze economico-produttive. In un mondo iperconnesso si dispiegano, infatti, un numero rilevante di quelle che con una metafora non eccessiva possiamo definire “stringhe” produttive, cioè set di fasi di lavoro manifatturiero e terziario, rappresentate da vettori di parametri definiti in termini computazionali. Ad esempio, input per processi produttivi, ideati in Centri di Ricerca dei Paesi A e B, possono essere impiegati in un Laboratorio di progettazione del Paese C, quindi trasformati in parametri delle fasi di lavorazione per fasi assegnate ad entità produttive distribuite nei Paese D,E,F…. Queste ultime possono a loro volta scomporre le loro attività in sotto-fasi assegnando valori di processi da realizzare all’interno o in unità esterne, e così via. Siamo dunque in presenza di quelli che Herbert Simon (1962) ha chiamato “sistemi quasi scomponibili”, caratterizzati da due tipologie di interazione: quelle ad alta intensità, all’interno di ciascuna fase o sotto-fase, e quelle a bassa intensità, tra le varie fasi e sotto-fasi.

Questa descrizione non è astratta, bensì strettamente empirica, nel senso che -grazie a sistemi di software e a dispositivi computazionali pervasivi- la rappresentazione parametrica è direttamente eseguibile da umani e macchine. Può sembrare che una tale visione implichi logicamente un immediato controllo di tutte la “stringhe”, ma è solo una possibilità teorica, perché di fatto alle tipologie di interazioni indicate conseguono due tipi di processi:

  • sviluppo e accumulo di conoscenze in sub-aree economico-produttive, per cui queste possono per così dire “autonomizzarsi”. Si tratta di processi che spingono l’economia di un Paese ad essere componente di più value chains e a diventare gradualmente capace di produzioni sostitutive, con autonome proiezioni a livello internazionale, come è avvenuto nel caso della Cina.
  • L’intersezione e la sovrapposizione tra più filiere economico-produttive hanno favorito fenomeni di “strozzature produttive”, allorquando la concentrazione di competenze e attività relative a componenti di valore strategico per una molteplicità di settori, si è unita ad eventi non previsti (pandemia, fattori geo-politici), determinando situazioni di scarsità e quindi spinte critiche, come nel caso della “scarsità di chip”. Di qui è derivata la discontinuità e le immediate ripercussioni, generalizzate dalle interconnessioni globali.

È logico arguire a questo punto che alcuni capisaldi del modello di globalizzazione, prevalso negli ultimi decenni del XX secolo fino alla crisi del 2008-2009, sono stati sono definitivamente erosi e non riproducibili. È la fine della globalizzazione? La risposta immediata è affermativa, data la cogenza di determinati imperativi: riacquisire il controllo delle filiere e contenere il rischio di catastrofi della complessità, mentre non si può evidentemente tornare indietro rispetto alla dinamica informativa globale. Queste considerazioni inducono a ritenere che è necessario riflettere sulle interconnessioni per delineare attendibili scenari futuri.

La quarta globalizzazione?

Per cercare di definire traiettorie evolutive future, bisogna partire da due punti indiscutibili. Esiste, e non è possibile tornare indietro, la trama connettiva globale della sfera informativa, anche se viene di tanto in tanto ipotizzato il temuto decoupling di Internet tra Usa e Cina. In realtà sono le componenti fisiche delle interconnessioni che sono e saranno modificate, nel senso che è probabile l’accentuazione del trend in atto verso la riacquisizione di un maggior controllo delle filiere per motivi essenzialmente geo-strategici e ambientali, anche se non. L’effetto probabile è una fase di ri-orientamento strategico delle fasi di attività più propriamente fisiche.

È però opportuno mettere in risalto un punto rilevante. In realtà la sfera informativa globalizzata non può essere fermata o contenuta, come dimostra la storia umana, perché essa deriva dallo sviluppo delle conoscenze sviluppate dall’umanità in tutte le aree del mondo abitate. Proprio nell’era attuale abbiamo disponibile un potenziale tecnico-scientifico con un linguaggio davvero universale, nonostante vi siano “dialetti” informatici particolari. Le implicazioni più immediate di ciò molto probabilmente si manifesteranno in tema di lavoro. Date l’esistenza di una sfera fisico-informativa in continua espansione (Cfr 3.2), sono destinate ad assumere una funzione sempre più residuale le attività umane più propriamente pratico-manipolative, mentre acquisteranno sempre più importanza quelle attinenti alla creazione, al controllo e alla gestione dei flussi informativi. Se questa ipotesi si rivelerà fondata, emergerà una peculiare morfologia della globalizzazione, quella incentrata su un mercato globale delle competenze. Le conoscenze e le potenzialità cognitive appropriate, sulla base del backgroud posseduto, da impiegare per svolgere attività di natura immateriale, potranno essere “intercettate” e coinvolte in qualsiasi parte del Globo, ovunque esistano centri di ricerca, imprese, start-up, persone (giovani, anziane) con le dotazioni conoscitive ritenute adatte.

È la quarta globalizzazione delle idee e delle competenze, a cui si riferisce Levinson (2021d)?

È possibile che le transazioni internazionali riguardino soprattutto servizi ad alta intensità di conoscenza, mentre si dislocano di nuovo in aree territoriali più limitate (nazioni, aree continentali) attività in base alla loro importanza strategica. Riprendendo l’esempio dei microprocessori, nel 1990 Usa e Europa producevano l’80% dei chip, mentre nel 2020 p’80% è prodotto in Corea del Sud e Taiwan. Confermano l’ipotesi precedente di riavvicinamento di attività strategiche le strategie in merito enunciate negli USA e in Europa, data la decisiva rilevanza dei chip ai fini della pervasività odierna e futura dei dispositivi computazionali.

L’era odierna è anche l’era dominata in tutta evidenza da grandi asimmetrie di reddito e di ricchezza, accentuate dalla concomitanza di crisi pandemica, ecologica, economica. La dinamica socio-tecnica è inoltre destinata a crearne di nuove, come è argomentato in un precedente contributo[8], in un orizzonte globale contraddistinto da determinati aspetti:

  • gli scambi internazionali si sviluppano in un mondo multipolare, che è intrinsecamente non governabile, data la molteplicità di potenze grandi, medie che si ritengono e intendono agire da grandi, e piccole desiderose di sfuggire a sfere di influenza.
  • Tensioni tra Paesi e all’interno dei Paesi, che rasentano soglie di rottura, a causa delle contraddizioni e asimmetrie crescenti.
  • Il rischio climatico ed energetico che incombe su tutta l’umanità.

Siamo quindi in una fase di transizione critica del sistema-Terra. L’unica direttrice di intervento strategico che può aumentare le probabilità di successo per i sistemi socio-economici è quella incentrata su una formazione generalizzata delle nuove generazioni, incentrata su tre principi: 1) interdisciplinarità e multidisciplinarità. 2) Diffondere cultura sistemica a tutti i livelli, ovvero propensione all’analisi delle interdipendenze che costituiscono la realtà in cui operiamo. 3) Imparare dalla natura, che con l’evoluzione ha effettuato miliardi di esperimenti, da cui possiamo trarre ispirazione per nuove tecnologie. 4) Lo sviluppo tecnico-scientifico è il risultato delle decisioni umane e non di una logica autonoma, quindi occorre ri-orientarlo mettendo al centro l’interesse delle prossime generazioni.

In questi tempi difficili è doveroso ricordare una frase di Wittgenstein: “La vita di conoscenza è una vita felice nonostante la miseria del mondo” (Diario Segreto, 1916).

Bibliografia

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Bello W., 2002, Deglobalization: Ideas for a New World Economy, Zed Books.

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Escaith, H., N. Lindenberg, and S. Miroudot. 2010. “International Supply Chains and Trade Elasticity in Times of Global Crisis.” Staff working paper 2010-08, Economic Research and Statistics Division, World Trade Organization, Geneva.

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  1. Le pagine in questione sono dense di riferimenti a documenti storici italiani ed esteri ed impiegano il termine “globalizzazione” per la Pax Mongolica.
  2. Per una sistematica e puntuale analisi di questi aspetti, unita all’evoluzione degli scenari pre- e post- Pax Mongolica, si rinvia all’interessante sia al volume di Findlay e O’Rourke che a quello curato da Tracy (1990, contenente il saggio di Rossabi).
  3. Il calcolo preciso è impossibile per mancanza di dati. Le stime di molti storici oscilla tra 70 e 100 milioni di morti su un totale della popolazione pari a 475 milioni circa. In alcune aree sono occorsi 70-80 anni per recuperare i livelli precedenti e in altre 150.
  4. L’era reaganiana può essere considerata come il complemento politico-istituzionale della “dottrina di Milton Friedman”, ovvero “The Social Responsibility of Business is to Increase its Profits”, titolo del suo famoso articolo, apparso sul New York Times del 13 Settembre 1970.
  5. Cioè il valore centrale in una gamma di valori tra il massimo e il minimo,
  6. In questa sede non trattiamo le implicazioni sociali, ambientali, strategiche e istituzionali di questo fatto. Riflessioni su questi tempi sono al centro di un volume liberamente scaricabile (Lombardi 2021).
  7. Lo ship shortage sarà oggetto di un prossimo contributo.
  8. https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/intelligenza-artificiale-e-lavoro-le-dinamiche-piu-diffuse-gli-effetti-come-agire/
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