A Torino hanno costruito circa metà del volume pressurizzato della Stazione spaziale internazionale. A Parigi, invece, hanno trovato un modo elegante per comprare dall’America due missioni spaziali e chiamare l’operazione sovranità. Sul palco c’è Emmanuel Macron. Dietro, una società californiana di nome Vast. Sullo sfondo, l’Europa che applaude. La prima notizia è industriale. La seconda è politica. La terza sembra una barzelletta scritta da chi non ha mai messo piede in una camera bianca.
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Torino, l’hardware su cui poggia l’autonomia spaziale europea
Thales Alenia Space, partecipata da Leonardo e controllata da Thales, porta una firma decisiva sulla ISS. Harmony, Tranquility, Cupola, moduli logistici, strutture del laboratorio Columbus: non sono rendering né manifesti per investitori. Sono componenti che hanno attraversato il vuoto e consentito agli astronauti di lavorare e vivere in orbita. Dietro c’è l’heritage di Alenia Spazio, una filiera piemontese sedimentata in decenni, fatta di persone che conoscono le tolleranze, la sicurezza e il prezzo di un errore.
Axiom Station e Gateway, la capacità produttiva di Torino
E non parliamo di un glorioso museo con il biglietto ridotto. Nell’ottobre 2026 il primo modulo della futura Axiom Station è in assemblaggio finale a Torino; il lancio è previsto nel 2028, mentre il secondo modulo è in preparazione. La struttura primaria di HALO per il programma lunare Gateway è uscita dagli stabilimenti torinesi. Questo significa capacità produttiva, contratti e competenza ancora viva, non nostalgia in alta definizione. I programmi possono subire ritardi e revisioni; la capacità di costruire hardware abitabile rimane un patrimonio industriale misurabile.
Macron e Vast: la sovranità spaziale europea comprata in America
Il primo giugno, al vertice Choose France, Macron ha dato la ribalta all’accordo con Vast per due missioni: Thomas Pesquet verso la ISS e Arnaud Prost sulla futura Haven-1. Vast ha annunciato anche la sede europea a Parigi. Legittimo comprare accesso all’orbita: non esiste oggi un trasporto europeo operativo di astronauti. Ma una sede commerciale a Parigi non sposta automaticamente in Francia proprietà intellettuale, fabbriche o controllo della piattaforma. La sovranità non cambia passaporto all’apertura di un ufficio.
A settembre Macron ha chiesto più autonomia e una preferenza europea nell’impiego di risorse pubbliche per lo spazio. Parole giuste. Peccato che il caso Vast imponga una domanda brutale: quali ricadute verificabili ottiene l’industria europea in cambio dei posti acquistati? Un deputato francese, Arnaud Saint-Martin, ha chiesto in Parlamento costi, coperture finanziarie e coerenza strategica delle missioni. Il governo ha difeso condizioni favorevoli, senza rendere pubblico il prezzo complessivo. Quando si invoca la sovranità a ogni discorso, spiegare il conto non dovrebbe essere un dettaglio amministrativo.
ESA e dopo-ISS: il nodo industriale dell’autonomia europea
Il 5 ottobre ESA ha ampliato con Vast un memorandum di cooperazione per il dopo-ISS. È un’intesa esplorativa, triennale, non un contratto esclusivo di gestione e neppure una scelta definitiva per la futura presenza europea in orbita bassa. L’agenzia mantiene contatti anche con Axiom e Starlab. Bene valutare opzioni: sarebbe irresponsabile non farlo. Il problema è un altro. Senza obiettivi industriali vincolanti, accesso ai dati, partecipazione alla governance e ritorni contrattuali, la cooperazione rischia di diventare il nome gentile della dipendenza.
Il 29 settembre ESA ha annunciato studi su un possibile avamposto orbitale a guida europea, affidati a consorzi guidati da Airbus Defence and Space e OHB in Germania. Sono studi preliminari, non commesse per una stazione. Eppure la geografia della regia apre una questione: che peso avrà Torino nella progettazione, nell’integrazione e nelle scelte architetturali? Sarebbe assurdo considerare marginale proprio chi ha contribuito a realizzare metà dello spazio pressurizzato della ISS. Un’Europa che dispone di questa esperienza e la tratta come subfornitura ha un problema di governo, non di tecnologia.
Il progetto Vast tra capitali e dipendenza dello spazio europeo
Vast non è una scatola vuota. Fondata da Jed McCaleb, ha fabbriche, personale, investitori e un risultato concreto: Haven Demo, satellite dimostrativo lanciato nel 2025 e fatto rientrare controllatamente nel febbraio 2026. Ma un dimostratore non pressurizzato non certifica una casa per esseri umani. Haven-1 è attesa nel 2027; il salto verso una presenza continuativa richiede sistemi di supporto vitale, affidabilità, manutenzione, assicurazioni, logistica, ricambi e clienti che paghino ripetutamente. Il software delle presentazioni è molto più economico della fisica.
Capitali, debito e ricavi ancora da dimostrare
A marzo l’azienda ha annunciato 500 milioni di dollari: 300 di capitale e 200 di debito. Sono risorse importanti, ma equity e prestiti non sono sinonimi; il debito ha scadenze, costi e condizioni. In agosto sono usciti 46 dipendenti, circa il 4% dell’organico, secondo l’azienda per ragioni di performance. Alcuni ex lavoratori hanno contestato quella ricostruzione; Vast ha precisato di continuare ad assumere. Nessuna prova pubblica consente di parlare di dissesto. Rimangono però le domande da investitore: quanta cassa si brucia, quanto costa un posto, quali ricavi sono già contrattualizzati e con quale margine?
Satelliti, difesa e diversificazione del gruppo
Il gruppo si espande anche nei satelliti ad alta potenza, nella difesa e nei sistemi lunari. Può essere una mossa industrialmente intelligente. Può anche servire a non dipendere soltanto dal mercato, tutt’altro che maturo, delle stazioni private. In entrambi i casi la metrica corretta non è il numero dei comunicati, ma la capacità di trasformare capitale assorbito in flussi di cassa. La NASA ha scelto Vast per organizzare una missione privata verso la ISS: non le ha ancora consegnato il monopolio del dopo-ISS.
Stazioni private e accesso orbitale: il nodo dei taxi
C’è poi il problema che nessuno può risolvere con una fotografia all’Eliseo. Secondo ricostruzioni specialistiche, SpaceX punta a ritirare progressivamente Crew Dragon e Falcon 9 dai voli abitati in orbita bassa dopo gli impegni con la ISS, attesi fino al 2030. Non significa cancellare le missioni già previste, ma rende incerto il trasporto degli equipaggi negli anni successivi. Starliner deve ancora consolidare la propria operatività; le alternative non sono pronte a sostituire subito Dragon. Una stazione orbitale senza collegamenti affidabili non è una destinazione commerciale: è un indirizzo irraggiungibile. Nei conti economici il taxi pesa quanto l’albergo, spesso di più.
Saccoccia e le ricadute per la sovranità spaziale europea
E veniamo a Giorgio Saccoccia. Ex presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, già alto dirigente ESA, dal 10 aprile è President, Europe di Vast. La società gli ha affidato esplicitamente i rapporti con Paesi e agenzie spaziali, l’espansione europea e un contributo alla strategia internazionale. Una scelta efficacissima per Vast: per aprire porte nel continente non basta un buon veicolo, serve qualcuno che ne conosca istituzioni, programmi e linguaggi. È la dimostrazione che l’esperienza europea ha valore. Tanto valore che la California la vuole alla guida del proprio sviluppo commerciale.
Dalle opportunità per gli astronauti a una filiera governata
Saccoccia ha pieno diritto di lavorare dove ritiene. Qui non si insinua alcuna irregolarità. Ma proprio per la sua storia pubblica merita una domanda politica, diretta e scomoda: quali benefici industriali misurabili per l’Italia e per l’Europa accompagneranno la penetrazione di Vast? Quali contratti, quali investimenti produttivi, quali attività ingegneristiche, quale controllo della proprietà intellettuale? E soprattutto: dove compare Torino nella mappa dei ritorni, oltre che nei discorsi sul talento europeo? La risposta non può essere soltanto “più opportunità per gli astronauti”. Un ex vertice ASI conosce meglio di chiunque la differenza fra un posto prenotato e una filiera governata.
Torino nella partita europea per il dopo-ISS
Roma smetta di limitarsi ai complimenti. MIMIT, MEF, ASI, Leonardo, Piemonte e sistema industriale devono pretendere obiettivi leggibili: responsabilità di sistema nei programmi europei, workshare garantito, accesso agli acquisti, quote di proprietà tecnologica, investimenti e valorizzazione delle PMI. E devono misurarli pubblicamente. L’Europa può collaborare con Vast, Axiom o chiunque sappia offrire servizi utili. Ma cooperare da partner è un conto; ridursi al bancomat di un’infrastruttura progettata e governata altrove è un altro.
Torino non chiede una medaglia alla carriera. Costruisce oggi l’hardware delle stazioni di domani. Se per il dopo-ISS ci ritroveremo a pagare l’accesso a piattaforme americane mentre il patrimonio manifatturiero europeo resta senza potere di decisione, non sarà il trionfo del mercato: sarà il fallimento della politica. Macron potrà chiamarlo Choose France. Vast potrà chiamarlo futuro. Saccoccia potrà chiamarlo cooperazione. Ma se il continente che ha costruito mezza ISS deve chiedere alla California il permesso di contare, allora la sovranità europea non è un progetto. È una farsa, e il biglietto lo stiamo pagando noi.

























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