sviluppo sostenibile

Economia circolare, il primato dell’Italia e dieci proposte per difenderlo

L’economia circolare è un modello di sviluppo che conviene: fa bene al pianeta, all’economia e crea nuovi lavori “green”. L’Italia è prima nelle classifiche europee dell’indice complessivo di circolarità, ma stiamo rallentando. Ecco dieci proposte per non perdere il primato e quali indicazioni possono trarne le imprese

26 Apr 2019
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR

economia circolare - normativa EPR

Economia circolare: sempre di più la parola d’ordine, per scongiurare gli scenari più foschi per il nostro pianeta. Un modello produttivo trasversale che mira alla riduzione degli sprechi, al riutilizzo dei materiali e all’abbassamento del consumo energetico in tutte le fasi del ciclo produttivo. Un ambito in cui l’Italia vanta un primato in Europa, ma nel quale stiamo rallentando, col rischio di perdere un importante volano di crescita economica.

Il problema, dicono le imprese, non è tanto la formazione o le nuove sfide tecnologiche, ma la mancanza di una visione politica e amministrativa che manovri le leve della fiscalità e degli incentivi all’innovazione in favore dell’economia circolare.

Eppure, le nuove tecnologie efficienti sono ormai realtà consolidate per poter tagliare i consumi e sostituire con le fonti rinnovabili carbone e petrolio. Il costo dell’elettricità da vento e sole, in molte aste internazionali, è oggi al di sotto di quello del carbone. Oggi conviene non inquinare, anche economicamente. Di contro l’aumento di episodi climatici estremi sta facendo danni economici e sociali immensi.

Il milione e mezzo di giovani che nel mondo hanno affollato le città, invocando interventi per la salvaguardia del pianeta e sollecitando politiche lungimiranti di sviluppo sostenibile,  esigono soluzioni concrete, in tempi rapidi, in special modo da parte della classe politica, chiamata a fornire le adeguate risposte.

L’allarme degli scienziati: il cambiamento climatico è reale

I signori del mondo si stanno rendendo conto che per tanti anni sono stati sordi o inconcludenti e si sono nascosti dietro alle promesse. Ma i ragazzi oggi hanno mangiato la foglia e, prima o poi, anche gli adulti lo capiranno. Sì, perché la battaglia per l’ambiente è facile da capire. Abbiamo ottanta mila morti premature all’anno in Italia per l’inquinamento. Nove milioni nel mondo.

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L’allarme arriva anche dagli scienziati[1], puntuali nel fornire dati sui cambiamenti climatici in atto, concordi nel mettere l’accento sui pericoli derivanti dall’innalzamento delle temperature o dalla siccità, che daranno luogo al cosiddetto fenomeno dei “migranti climatici”. Vi sono, infatti, potenzialmente centinaia di milioni di esseri umani che nei prossimi anni potrebbero essere costretti a migrare per trovare rifugio e difendersi dagli effetti dei crescenti episodi climatici di tipo catastrofico.

Molte organizzazioni scientifiche si stanno organizzando intorno ad aree strategiche di ricerca. Al Consiglio Nazionale delle Ricerche, in particolare, lo si sta facendo con nuove aggregazioni di istituti per “energia e mobilità sostenibile”, “bioeconomia”, “cambiamenti climatici e scienza polari”, cercando di mettere in connessione ricerche multidisciplinari e tecnologia, con applicazioni, per esempio, nell’ambito della produzione e consumo del cibo.

Il CNR ha attive anche le basi ai due Poli, dove gli scienziati riescono a misurare la febbre della Terra, perché è proprio lì che i fenomeni avvengono più rapidamente. Contestualmente si sta facendo un attento monitoraggio del Mediterraneo[2], dove sono registrati aumenti del livello del mare, erosione delle coste, crescita delle temperature e variazioni della salinità, straordinari effetti migrativi, fenomeni di accelerazione della desertificazione, con effetti sugli ambienti di vita, le persone, gli animali, le piante, la terra e l’acqua.

L’ENEA – altro ente di ricerca molto attivo sul fronte dello sviluppo sostenibile – ha dato vita alla Piattaforma Italiana degli attori per l’Economia Circolare[3].

È un’iniziativa che nasce per far convergere iniziative, esperienze, criticità e prospettive che il nostro Paese vuole e può rappresentare in Europa in tema di economia circolare, e per promuovere l’economia circolare in Italia anche attraverso specifiche azioni dedicate. I membri della Piattaforma ICESP sono Istituzioni della Pubblica Amministrazione locale e centrale, del mondo della formazione, ricerca ed innovazione ma anche Imprese ed Associazioni di categoria. L’obiettivo è quello di consolidare, anche a livello europeo, il ruolo dell’Italia quale paese chiave per la promozione, implementazione e diffusione di strategie circolari ad alto valore aggiunto, aumentando al contempo il peso e la rappresentatività del nostro paese nella comunità internazionale. Allo stesso tempo, attraverso una selezione accurata di buone pratiche di Economia Circolare inviate dagli stakeholders, si vuole raggiungere l’obiettivo di creare una conoscenza comune, diffusa e condivisa, sulle prospettive e i reali risvolti applicativi che l’economia circolare offre.

Economia circolare, un modello di sviluppo che conviene

Per far sì che gli scenari di più foschi, prospettati dall’inquinamento e dal surriscaldamento globale, non si realizzino, oltre a un rinnovato senso etico e a un drastico cambio di comportamento di tutti, occorre adottare un sistema economico e produttivo più accorto e sostenibile che, almeno in parte, è stato già pensato e teorizzato; ma che si fa ancora fatica a mettere in pratica su larga scala: l’economia circolare.

Una recente indagine condotta dall’Università di Padova e da Legambiente[4] ha dimostrato che le imprese che adottano modelli produttivi di economia circolare sono in grado di raggiungere maggiore competitività sul mercato rispetto a quelle che seguono modelli produttivi più “tradizionali”: a ciò corrisponde la necessità, per oltre il 50% di tali imprese, di ampliare il proprio organico integrando professionalità forti di “competenze verdi” che hanno nel raggiungimento della sostenibilità la loro ragion d’essere.

Economia circolare e green jobs

Si tratta dei cosiddetti green jobs, figure professionali dotate di un elevato profilo tecnico-specialistico in grado di immaginare, programmare e gestire i nuovi processi produttivi. Figure professionali che, giocoforza, già oggi risultano decisamente presenti sul mercato del lavoro italiano: secondo l’ultimo rapporto GreenItaly, gli occupati a diverso titolo nella green economy sono quasi 3 milioni (il 13% del totale).

Installatori di reti elettriche a migliore efficienza, programmatori agricoli di filiera corta, meccatronici green, ma anche installatori di impianti di condizionamento a basso impatto ambientale, risk manager ambientali o esperti in gestione dell’energia. Sono solo alcuni esempi di una nuova generazioni di professionisti. Insomma, un ampio spettro di possibilità per coniugare il futuro (occupazionale) del singolo con quello (generale) del pianeta: perché la salvezza del pianeta (così come lo conosciamo) passa infatti anche attraverso nuovi lavori.

Ma non solo. La circolarità conviene. A dirlo sono anche i nuovi dati pubblicati dalla Commissione europea[5] sull’attuazione del piano d’azione per l’economia circolare adottato nel dicembre 2015. Nel 2016, le attività circolari che includono la riparazione, il riutilizzo e il riciclo hanno generato un valore aggiunto di quasi 147 miliardi di euro a livello comunitario, a fronte di investimenti di circa 17,5 miliardi di euro. Un valore moltiplicato per otto volte. Non è un caso che la Commissione, per il periodo 2016-2020, ha stanziato investimenti per oltre 10 miliardi di euro, al fine di favorire la transizione verso l’economia circolare.

Leggendo il Report pubblicato dalla Commissione europea, il Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Edo Ronchi, ha commentato “sulle 54 azioni decise e avviate in attuazione di quel piano nei tre anni della sua prima attuazione, si ricava una netta impressione che l’Europa abbia imboccato con determinazione una vera e propria transizione verso un’economia circolare. Capita, non di rado, di criticare l’Unione Europea per ritardi e inadeguatezze. Nel caso dell’economia circolare, invece, a me pare che vi sia stato e sia un corso un notevole impegno. La parte più nota di questo impegno è quella contenuta nel pacchetto di nuove direttive in materia di rifiuti ed economia circolare approvato lo scorso anno e in fase di recepimento anche in Italia.”.

Economia circolare in Italia: un primato da difendere

Nel Rapporto 2019 sull’economia circolare in Italia, presentato a Roma lo scorso primo marzo in occasione della conferenza annuale del Circular Economy Network[6], il nostro Paese è sempre in pole position nelle classifiche europee dell’indice complessivo di circolarità, ovvero il valore attribuito secondo il grado di uso efficiente delle risorse, utilizzo di materie prime seconde, ed eco-innovazione nelle categorie produzione, consumo, gestione rifiuti. Al secondo posto, nella classifica delle cinque principali economie europee, troviamo ancora ben distanziati il Regno Unito (90 punti), seguito da Germania (88), Francia (87), Spagna (81).

Un bel risultato, che però non deve farci riposare sugli allori: “la nostra corsa verso i traguardi della circolarità – si legge nel rapporto – rischia di arrestarsi, mentre quella degli altri grandi Paesi del continente sta prendendo slancio anche grazie al nuovo pacchetto di direttive approvato nel luglio scorso.”

L’Italia, in confronto alle valutazioni 2018, ha infatti conquistato solo 1 punto in più (l’anno scorso infatti l’indice complessivo di circolarità era di 102 punti), mentre ci sono Paesi che hanno raggiunto risultati più grintosi: la Francia, per esempio, che aveva totalizzato 80 punti ne ha aggiunti 7; o la Spagna, che ha scalato la classifica partendo dai 68 punti della scorsa annualità, guadagnandone ben 13.

Un rallentamento nella crescita dell’indice complessivo di circolarità che ha risentito della frenata dell’economia italiana avuta nel 2018. Peraltro, all’inizio dello scorso anno è intervenuta la sentenza n. 1229 del 28 febbraio 2018 del Consiglio di Stato che ha bloccato la possibilità delle Regioni di autorizzare la cessazione della qualifica di rifiuto dopo il trattamento. Questo intervento, che non è stato recuperato con una norma nazionale, ha rallentato molte nuove autorizzazioni per attività di riciclo e anche alcune autorizzazioni in scadenza, determinando di fatto difficoltà in alcune attività di riciclo.

Molte imprese attendono con interesse l’adozione del pacchetto sull’economia circolare adottato il 18 aprile 2018 dal Parlamento europeo. Se non si recepiscono pienamente le politiche europee, facendo tra l’altro partire i decreti attuativi, che tecnicamente regolano il trattamento e la destinazione di quelli che finora sono considerati rifiuti e che invece possono diventare una risorsa per la manifattura italiana, rischiamo di perdere non solo un primato ma un’occasione di rilancio economico fondamentale.

Lo stallo è l’antitesi della crescita, dello sviluppo, del miglioramento continuo. Come osservato[7], “nell’attuazione dell’economia circolare, sbaglierà proprio chi nulla farà e, in particolare, chi non si assumerà le proprie responsabilità, non solo imprenditoriali, ma anche istituzionali”.

Il tema delle autorizzazioni “caso per caso” si lega anche a quello della creazione di una mappatura delle materie prime e dei materiali utilizzati nei processi produttivi, a seguito della quale viene effettuata la diagnosi delle risorse e, quindi, il piano di ottimizzazione delle stesse.

Il problema maggiore è che al momento, nel nostro Paese, le aziende non sono tenute a raggiungere requisiti di efficienza dal punto di vista della gestione e del consumo delle risorse, a differenza di quanto avviene a livello energetico, né esistono strumenti cogenti né volontari per effettuarne la diagnosi. Per superare questo stato di cose, l’ENEA ha indicato per l’Italia l’opportunità di mettere a sistema competenze e strumenti, che già esistono, suggerendo la nascita di un’apposita Agenzia nazionale per l’uso e la gestione efficiente delle risorse, in grado di occuparsi dell’intera catena di valore, dall’estrazione fino al ‘fine vita’ con successivo riutilizzo-recupero. Agenzie di questo tipo, ha confermato Laura Cutaia[8], responsabile del laboratorio ENEA “Valorizzazione delle risorse”, esistono in molti Paesi avanzati “e hanno anche il compito di fornire al sistema paese gli strumenti conoscitivi e programmatori per il fabbisogno e l’approvvigionamento delle risorse necessarie al funzionamento e allo sviluppo industriale”. L’importante è che chi può e deve intervenire intervenga. E presto.

Dieci proposte per l’economia circolare in Italia

In occasione della conferenza annuale, sono state lanciate 10 proposte concrete per agevolare l’adozione di un sistema italiano che agevoli di più la transizione verso un’economia circolare. Diventa sempre più necessaria l’adozione di una strategia nazionale che rilanci il ruolo delle città, che velocizzi l’approvazione delle direttive europee in materia, che realizzi infrastrutture ad hoc – magari con il supporto della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) – e che veicoli al mercato un messaggio diverso per la realizzazione di prodotti di più lunga durata e basati su utilizzi condivisi.

Vediamo in dettaglio cosa prevedono le 10 proposte e quali indicazioni possono trarne le imprese e i decisori politici per difendere il primato italiano che ci vede in vetta alle classifiche europee sull’economia circolare. Temi che saranno oggetto di dibattito nel corso del Festival dello Sviluppo Sostenibile, la cui prossima edizione si svolgerà dal 21 maggio al 6 giugno 2019[9].

Diffondere e arricchire la visione, le conoscenze, la ricerca e le buone pratiche dell’economia circolare

Il risparmio e l’uso più efficiente delle materie prime e dell’energia, l’utilizzo di materiali e di energia rinnovabile, prodotti di più lunga durata, riparabili e riutilizzabili, più basati sugli utilizzi condivisi, una riduzione della produzione e dello smaltimento di rifiuti e lo sviluppo del loro riciclo: sono tutti fattori qualificanti dell’economia circolare ormai decisivi per la sostenibilità ambientale, per ridurre le emissioni di gas serra e per la competitività dell’Italia.

L’economia circolare, pilastro fondamentale della green economy, va promossa e arricchita con la ricerca, sostenuta con iniziative di informazione e di formazione, con la ricerca e con la diffusione delle buone pratiche, e monitorata con idonei indicatori di misurazione e valutazione.

Implementare una strategia nazionale e un piano d’azione per l’economia circolare

Occorre implementare una strategia nazionale e un piano d’azione che siano coerenti con la strategia europea e con le più avanzate esperienze internazionali, che puntino a valorizzare le rilevanti potenzialità dell’Italia e ad affrontare carenze e ritardi. Tali strumenti devono promuovere in modo organico, efficiente e senza appesantimenti procedurali e burocratici, il modello circolare nella produzione, nel consumo, nella gestione dei rifiuti puntando sull’innovazione, lo sviluppo degli investimenti e dell’occupazione.

La Strategia e il Piano d’azione vanno definiti con un ampio processo di partecipazione che coinvolga tutti gli stakeholder interessati, in modo che tutti gli attori, pubblici e privati, facciano la loro parte in maniera sistematica e coordinata.

Migliorare l’utilizzo degli strumenti economici per l’economia circolare

È necessario valutare gli incentivi pubblici esistenti e riallocare quelli che producono effetti in contrasto con l’economia circolare. La responsabilità estesa dei produttori per il ciclo di vita – compreso il fine vita – dei prodotti e quella condivisa dei diversi soggetti coinvolti nel consumo, sono strumenti economici importanti per orientare il mercato verso la circolarità.

Un riequilibrio del prelievo fiscale che, da una parte, penalizzi l’inefficienza nel consumo di materiali e di energia e, dall’altra, riduca il costo del lavoro e incentivi l’uso di materie prime seconde, è necessario per favorire lo sviluppo degli investimenti nell’economia circolare.

Promuovere la bioeconomia rigenerativa

Tutelando e valorizzando il capitale naturale e la fertilità dei suoli, l’Italia deve puntare di più sullo sviluppo di una bioeconomia rigenerativa – parte importante di un’economia circolare – che assicuri prioritariamente la sicurezza alimentare e l’agricoltura di qualità e che alimenti anche le filiere innovative, integrate nei territori, dei biomateriali, nonché la restituzione di sostanza organica ai suoli e la produzione di energie rinnovabili, con coltivazioni in aree marginali, con prelievi sostenibili di biomassa forestale e con l’utilizzo di scarti e rifiuti organici.

Estendere l’economia circolare negli acquisti pubblici

L’utilizzo dei Green Public Procurement (GPP) dovrà avere un ruolo importante per indirizzare una parte rilevante degli investimenti pubblici verso modelli circolari.

A tal fine servono criteri incisivi e vincolanti, applicati agli appalti pubblici. È necessario indirizzare e formare le stazioni appaltanti, monitorare l’applicazione dei criteri di circolarità, valutarne i risultati ed avere possibilità di effettuare verifiche e di fornire, se necessario, indirizzi correttivi.

Promuovere l’iniziativa delle città per l’economia circolare

Le città, che hanno un ruolo importante per il consumo di risorse naturali come il suolo e le acque e per la produzione e la gestione dei rifiuti, devono diventare protagoniste della transizione verso un’economia circolare. Occorre puntare sul rilancio della qualità delle città con programmi integrati di rigenerazione urbana, secondo il modello europeo delle green city.

Tale rigenerazione deve puntare ad assicurare il soddisfacimento dei diversi fabbisogni e un’elevata funzionalità ecologica del sistema urbano con il risanamento, la riqualificazione, il riutilizzo di aree dismesse o degradate e del patrimonio edilizio non più utilizzato.

Realizzare un rapido ed efficace recepimento del nuovo pacchetto di direttive europee per i rifiuti e l’economia circolare

L’Italia, nonostante aree ancora arretrate, dispone di un sistema normativo in materia di rifiuti che ci ha portati tra i Paesi europei con i migliori risultati. Il recepimento del nuovo pacchetto di direttive deve puntare a migliorare la prevenzione, ad aumentare il riciclo superando tutti i nuovi target europei, a utilizzare il recupero energetico a supporto del riciclo e rendere residuale lo smaltimento in discarica. Ai consorzi, punti di forza del sistema italiano, pensati per le diverse tipologie di rifiuto, non si può applicare un unico modello. Possono essere migliorati con misure puntuali, ove necessario, per recepire i precisi contenuti delle nuove direttive europee, finalizzati a raggiungere target ambientali avanzati, nel rispetto dei criteri di economicità e di trasparenza.

Attivare rapidamente un efficace end of waste: strumento indispensabile per un’economia circolare

Per sviluppare il riciclo dei rifiuti, urbani e speciali, è indispensabile disporre di una efficace e tempestiva regolazione della cessazione della qualifica di rifiuto (EoW) dopo un adeguato trattamento. Applicando la nuova direttiva europea in materia, occorre, da una parte, rendere molto più rapida la procedura per i decreti ministeriali e, dall’altra, anche affidare alle Regioni, sulla base delle condizioni e dei criteri europei, le autorizzazioni dei casi non ancora regolati nazionalmente.

Per non ostacolare il riciclo che coinvolge oltre 7 mila impianti in Italia, date le continue innovazioni di tecnologie e di tipologie di rifiuti trattati, è indispensabile che le Regioni possano, in via complementare, autorizzare il caso per caso non regolato nazionalmente, come previsto dalla nuova direttiva europea.

Assicurare le infrastrutture necessarie per l’economia circolare

La progettazione circolare dei prodotti, l’utilizzo di beni condivisi – come con la sharing mobility – la vendita dei servizi forniti dai prodotti, la simbiosi industriale realizzata con lo scambio dei sottoprodotti, il funzionamento dei mercati del riutilizzo e dell’usato in coordinamento con attività di verifica e di riparazione, lo sviluppo del riciclo e dei mercati delle materie prime seconde: sono tutte attività dell’economia circolare che richiedono adeguate dotazioni di infrastrutture. La diffusione e l’implementazione dell’innovazione e delle buone pratiche, in particolare per le piccole e medie imprese, va supportata con l’istituzione di un’Agenzia per l’uso efficiente delle risorse, utilizzando infrastrutture e competenze già esistenti. Per superare i nuovi target europei della gestione circolare dei rifiuti è inoltre necessario favorire investimenti e procedure rapide di autorizzazione per aumentare e potenziare gli impianti di selezione e di trattamento e per migliorare le tecnologie utilizzate, nonché aumentare e migliorare la qualità della raccolta differenziata, superando gli squilibri territoriali esistenti.

Estendere l’economia circolare anche al commercio on line

I prezzi convenienti, la facilità dell’acquisto e la consegna a domicilio stanno alimentando una forte crescita del commercio on line anche di prodotti usa e getta, di breve durata, non riparabili, difficilmente riciclabili, distribuiti con imballaggi voluminosi. Il valore del fatturato e-commerce in Italia nel 2017 è stimato in 35,1 miliardi di euro, con una crescita dell’11% sul 2016.

Questo tipo di commercio tende così ad alimentare un modello di economia lineare che aumenta gli sprechi di risorse e, in modo consistente, anche la produzione di rifiuti, eludendo spesso la responsabilità estesa dei produttori e generando aggravi di costi a carico dei cittadini per la gestione dei rifiuti. Gli indirizzi e la regole dell’economia circolare vanno estesi, in coerenza con quanto indicato dalle nuove direttive europee, anche ai prodotti distribuiti con il commercio on line, anche se non sono fabbricati in Paesi europei.

__________________________________________________________________

  1. https://www.avvenire.it/attualita/pagine/il-presidente-del-cnr-il-riscaldamento-reale
  2. https://iopscience.iop.org/article/10.1088/2515-7620/ab0464/meta
  3. ICESP (Italian Circular Economy Stakeholder Platform): http://www.icesp.it/
  4. https://www.wecanjob.it/archivio21_economia-circolare-occupazione-professioni_0_269.html
  5. https://ec.europa.eu/commission/news/commission-delivers-circular-economy-action-plan-2019-mar-04_it
  6. https://circulareconomynetwork.it/
  7. D. RÖttgen, “E’ arrivata la conferma per l’End of Waste tramite provvedimenti autorizzativi”, pubblicato sulla rivista Ambiente&Sviluppo n. 10/2016.
  8. https://www.key4biz.it/economia-circolare-gli-scarti-aziendali-sono-una-miniera-doro-ma-serva-una-regia-nazionale/
  9. Per consultare l’agenda degli appuntamenti e candidare il proprio evento è disponibile il sito: http://festivalsvilupposostenibile.it/2019

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