Epic contro Apple, fine primo round: perché la sentenza scontenta tutti (per ora) - Agenda Digitale

la battaglia legale

Epic contro Apple, fine primo round: perché la sentenza scontenta tutti (per ora)

Nell’attesa che anche le autorità europee facciano sentire la loro voce sulla questione, l’impressione riguardo la prima ripresa della battaglia fra Epic e Apple è quella di un’occasione mancata. Ma non mancheranno gli sviluppi. Ecco intanto i punti chiave della sentenza e le possibili conseguenze

16 Set 2021
Riccardo Berti

avvocato Centro Studi Processo Telematico

Franco Zumerle

Avvocato Coordinatore Commissione Informatica Ordine Avv. Verona

Si conclude con una sentenza che scontenta tutti il primo round della contesa fra Epic Games e Apple, con la prima che aveva chiamato in causa la seconda dopo che la sua app di punta (Fortnite) era stata rimossa dall’App Store di Apple in quanto Epic aveva introdotto nell’app un sistema di pagamenti alternativo a quello di Apple, evitandone quindi le commissioni (la cosiddetta “Apple Tax”).

Epic ha a quel punto fatto causa ad Apple (e a Google che ha reagito in maniera identica nel suo Play Store) affermando che Apple avrebbe profittato illegittimamente della propria posizione dominante sul mercato per ottenere un guadagno ingiusto (quello derivante dalle commissioni per acquisti in app).

Apple-Epic, conseguenze di una sentenza storica

I punti clou della sentenza

Con sentenza del 10 settembre il giudice Yvonne Gonzales Rogers della Corte Distrettuale della California del Nord ha chiuso il primo grado di giudizio da un lato rigettando le principali domande di Epic Games (tese all’accertamento dell’abuso di Apple della posizione dominante sul mercato delle app) e condannando l’azienda a restituire ad Apple una quota degli incassi ottenuti per il periodo in cui il sistema di pagamento alternativo a quello di Apple è stato attivo, e dall’altro accertando che Apple non può vietare agli sviluppatori di app di rimandare a piattaforme di pagamento esterne.

Alla sentenza si affianca infatti un’ingiunzione rivolta ad Apple al fine di impedire che questa limiti la possibilità che sviluppatori di terze parti includano nelle loro app link e pulsanti che rimandino a piattaforme esterne che propongono meccanismi di acquisto non riconducibili all’App Store.

L’ingiunzione (che diverrà efficace fra 90 giorni salvo -scontato- appello) inoltre impedisce ad Apple di limitare le comunicazioni dirette fra sviluppatori e utenti se questi ultimi forniscono volontariamente canali di contatto ai creatori delle app che utilizzano.

Queste novità sono interessanti soprattutto per portali multipiattaforma che prevedono un abbonamento (pensiamo ad esempio a quotidiani online o servizi di streaming come Netflix), che finora potevano scegliere se proporre l’acquisto dei loro abbonamenti in-app (pagando la Apple Tax) o solo all’esterno dell’applicativo senza però poter inserire link diretti a sistemi di pagamento esterni.

Netflix, ad esempio, ancora nel 2018 ha optato per impedire agli utenti iOS di acquistare l’abbonamento al suo servizio di streaming attraverso l’app, indirizzando gli utenti sul proprio sito per gestire il pagamento.

Ambo le parti escono quindi scontente da questa decisione, con Epic che ha già proposto appello avverso la sentenza del 12 settembre scorso, chiedendo che una corte di grado più elevato affronti il caso (l’appello, secondo il diritto statunitense è un semplice atto formale e le sue motivazioni verranno sviluppate più avanti dalla difesa di Epic).

Il ragionamento della Corte

Il Giudice Rogers nella sua sentenza riconosce alcune delle lamentele di Epic come fondate, ma afferma che quanto provato dallo sviluppatore non è sufficiente perché il comportamento di Apple possa considerarsi un abuso di posizione dominante.

Partiamo però dal presupposto che di posizione dominante si tratti ed infatti la sentenza riconosce che iOS ed Android costituiscono un “quasi duopolio” nel settore del mobile gaming.

Nel corso della causa si era discusso a lungo del mercato di riferimento dell’app Fortnite sviluppata da Epic (con i legali di Apple che affermavano che non si trattasse di un “videogioco” bensì di una semplice app e alcuni rappresentanti di Epic che l’hanno definita lo stadio iniziale del “metaverso”).

Allo stesso modo il Giudice si è soffermato sulle peculiarità del mobile gaming (contrapposto a console e PC gaming), modello che premia soprattutto prodotti freemium che poi monetizzano sulle transazioni in game (come appunto Fortnite) e che questo costituisce un mercato a sé nel quale, evidentemente, Apple riveste una posizione di potere paragonabile solo a quella di Google in ambiente Android.

La Corte esclude l’abuso di posizione dominante

La Corte riconosce quindi la posizione dominante sul mercato di Apple ed anche i suoi enormi profitti, due elementi che però, di per sé soli, non comportano quell’abuso della posizione dominante da parte di Apple denunciato da Epic.

Il Giudice Gonzales Rogers, al contempo, fa affermazioni in sentenza che sembrano contraddire la sua tesi, specie laddove accenna al fatto che Apple (così come Google) ha recentemente ridotto significativamente le sue tariffe sulle transazioni in-app (le tariffe sono state addirittura dimezzate in certi casi, ovvero portate dal 30% al 15% degli incassi, per tutti gli sviluppatori con incassi inferiori al milione di dollari).

Questa mossa dei due colossi tech, se da un lato è stata accolta con favore dai creatori di app, ha anche reso manifesto l’ampio margine di manovra (e di profitto) dei due colossi tech nel gestire le commissioni di vendita.

Il Giudice Rogers, nella sua sentenza, rimarca infatti come Apple sembri motivata a ridurre le proprie tariffe solo dalla minaccia di azioni legali (situazione che, verrebbe spontaneo pensare, evidenzia come Apple stesse inevitabilmente abusando della propria posizione dominante per proporre prezzi più elevati di quelli che avrebbe prodotto un mercato concorrenziale, ma la sentenza non trae questa conclusione).

La cosiddetta “Apple Tax” che, come visto, va dal 15 al 30% dell’importo delle transazioni in app (a seconda del giro d’affari dello sviluppatore) è stata giustificata da Apple, nel processo, quale pagamento non per un semplice servizio di pagamento, bensì quale corrispettivo per l’utilizzo di tutto l’ecosistema Apple, che include numerosi diritti di proprietà intellettuale di proprietà dell’azienda di Cupertino di cui fruiscono gli sviluppatori.

In quest’ottica il corrispettivo versato ad Apple per ogni transazione è stato riconosciuto dal Giudice come adeguato al servizio offerto (sebbene l’affermazione sembri in contrasto con l’aperta affermazione secondo cui i guadagni di Apple sono enormi e che la stessa Apple riduce i corrispettivi solo dietro minaccia di azioni legali).

Superata quindi (forse con qualche occhio chiuso di troppo) la questione dell’abuso di posizione dominante, la sentenza passa ad esaminare la difesa principale di Apple (che ha fatto breccia sulla Corte della California) ovvero quella per cui aprire a sistemi di pagamento in-app alternativi a quelli gestiti da Apple stessa sarebbe pericoloso per la sicurezza informatica degli utenti.

Se quello di Apple è un giardino recintato, la definizione vale non solo dal punto di vista economico (con tutti i riflessi negativi/monopolistici del caso) ma anche dal punto di vista della sicurezza (con tutti i riflessi, stavolta positivi, del caso).

Le conseguenze per Epic

Qual è la conseguenza di questo ragionamento?

Se Apple non ha abusato della propria posizione dominante, Epic non era legittimata ad introdurre un sistema di pagamento in-app alternativo a quello di Apple e quindi da un lato deve restituire la “Apple Tax” non pagata per tutte le transazioni effettuate con il suo sistema di pagamento, e dall’altro non può lamentarsi per le conseguenze negative del ban legittimamente disposto da Apple stante la violazione delle regole per gli sviluppatori.

Per Epic questo vuol dire dover restituire il 30% dei 12 milioni guadagnati attraverso l’app iOS di Fortnite aggirando il sistema di pagamento gestito da Apple.

L’ingiunzione ad Apple

L’ingiunzione del Giudice Rogers colpisce Apple nel punto in cui l’ecosistema di applicazioni di Cupertino si distingue di più dal concorrente Google, ovvero quello relativo alla possibilità di indirizzare i clienti verso pagamenti al di fuori dell’app (mentre invece, come abbiamo visto, rimane una norma contrattuale legittima quella che vieta l’introduzione di sistemi di pagamento in-app alternativi a quello gestito da Apple).

Sul punto l’ecosistema Android prevede una deroga importante che esenta dalle commissioni tutti i pagamenti in-app relativi ad applicativi che vendono beni digitali o piani di abbonamento fruibili all’esterno dell’applicativo (es. libri, canzoni o altro).

Google peraltro aveva recentemente annunciato l’intenzione di eliminare questa deroga (anche se è facilmente immaginabile che, dopo questa sentenza, tornerà sui suoi passi).

Il contratto di Apple con gli sviluppatori invece prevede espressamente che non è possibile inserire nelle app link, pulsanti o altri strumenti per indirizzare gli utenti a strumenti di pagamento diversi da quelli dell’acquisto in-app.

Questa disposizione è stata ritenuta illegittima dal Giudice Rogers in quanto viola il California’s Unfair Competition Law (UCL).

Di qui l’ingiunzione ad Apple che dispone il divieto per l’azienda di Cupertino di limitare la possibilità che sviluppatori di terze parti includano nelle loro app link e pulsanti verso sistemi di pagamento esterni all’app.

I problemi interpretativi dell’ingiunzione

L’ingiunzione, peraltro, per come è formulata, lascia spazio a problemi interpretativi.

Innanzitutto, per come argomentato in sentenza dal Giudice Rogers, l’ingiunzione non vuol dire che Apple non possa più pretendere la sua “Apple Tax” anche con riguardo ai pagamenti gestiti all’esterno delle sue applicazioni, solo che sarà più difficile farlo.

Mentre oggi Apple può controllare precisamente quanto flusso di denaro sia generato attraverso l’App Store, con l’introduzione di sistemi di pagamento alternativi ed esterni alle app questo conteggio preciso delle percentuali sarà molto più difficoltoso.

Nella stessa sentenza il Giudice Rogers offre però ad Apple un’alternativa, consistente nel negoziare per gli sviluppatori che utilizzino metodi di pagamento esterni un diritto di audit in favore di Apple al fine di conoscere con esattezza il flusso di cassa generato dall’app e poterlo “tassare”.

La sentenza ammette pianamente che questa attività potrebbe costare di più ed essere meno precisa per Apple, ma la Corte non si spinge a trarre la conseguenza che tutti immaginano da questa constatazione (e senza quindi affrontarne le conseguenze), ovvero che Apple finirà per alzare le commissioni per questa tipologia di sviluppatori (o per tutti gli sviluppatori) alla luce dell’aumento del “carico di lavoro” da effettuare per monetizzare le commissioni.

Non è chiaro poi come concretamente verranno implementati questi sistemi di pagamento, una cosa infatti è poter inserire un semplice link ad un pagamento su circuito Visa o PayPal, un’altra è dover rimandare ad un sito esterno dove gestire in autonomia il processo di pagamento (con una nuova login dell’utente e la successiva gestione dell’acquisto), ed è verosimile che Apple punterà su questa seconda opzione (facendo di nuovo leva sulle problematiche di sicurezza che la prima opzione comporterebbe).

Inoltre, la “strategia” dei pagamenti esterni, è difficile da applicare proprio per le app di mobile gaming come quelle sviluppate da Epic Games, in quanto si tratterebbe di introdurre una pesante interruzione dell’esperienza in-game solo per proporre acquisti all’esterno dell’app, perdendo così il coinvolgimento del giocatore, che spesso acquista add-on e contenuti di gioco sull’impulso del momento.

Non bisogna poi dimenticare che la sentenza si applica solamente alle compagnie basate negli Stati Uniti e che Apple potrà quindi continuare con le proprie limitazioni agli acquisti esterni alle app quando avrà a che fare con sviluppatori basati al di fuori degli Stati Uniti.

In sostanza il modello commerciale dell’App Store di Cupertino appare meno compromesso di quanto a prima vista potrebbe sembrare dalla sentenza, con Apple che verosimilmente potrebbe evitare di calcolare i profitti di piccoli sviluppatori che offrono strumenti di pagamento esterni all’app, continuando però a chiedere la sua “Apple Tax” a tutti gli sviluppatori economicamente rilevanti.

Prospettive future

Questo primo round della battaglia fra Epic e Apple (che presto si biforcherà all’entrare nel vivo della contesa parallela fra Epic e Google) è destinato sicuramente a nuovi sviluppi, nell’attesa che anche le autorità europee facciano sentire la loro voce.

Va tenuto conto, però, che la strada per Epic si fa più in salita, è infatti difficile in USA ottenere l’applicazione delle normative antitrust e la prona pronuncia negativa conferma questo trend.

La sentenza poi rappresenta un’occasione mancata per quanto riguarda delle importanti definizioni giuridiche, da quella di videogioco, a quella di mobile game a quella di “metaverso”, tutte realtà menzionate nel corso del giudizio ma sulle quali il Giudice non ha ritenuto di soffermarsi potendo giungere alla decisione anche senza un approfondimento definitorio.

Se può consolarci, il giudizio Epic vs. Apple ci lascia però con la (a suo modo significativa) decisione circa il fatto che il personaggio Fornite “banana man” (una sorta di ibrido uomo/banana senza vestiti) non viola il decoro della Corte nonostante la sua nudità, essendo lo stesso “solo un banana man”. La Corte ha giudicato quindi l’accorgimento dei legali di Apple di presentarlo in smoking davanti alla Corte, sebbene istruttivo, non necessario.

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