il dibattito

Salario minimo digitale: è il momento di parlarne sul serio

Il dibattito su un salario minimo ai tempi della gig economy si fa largo a Bruxelles, dove la Commissione intende estendere tutele e diritti a rider e a tutti i lavoratori delle piattaforme digitali. In Italia si guarda a un’eventuale direttiva Ue, mentre la contrattazione collettiva nazionale potrebbe regolare il tutto

22 Ott 2021
Mirella Castigli

ScenariDigitali.info

Photo by Paolo Feser on Unsplash

La gig economy ha registrato una forte accelerazione durante la pandemia e i lockdown, tanto che l’Unione europea presenterà una proposta legislativa il prossimo dicembre per regolare i lavoratori delle piattaforme digitali, ancora oggi privi di tutele e diritti minimi.

In generale è anche il boom del digitale e delle big tech (vedi Amazon), con le crescenti diseguaglianze e discutibili condizioni di lavoro, a riportare in auge la questione.

In Italia si discute se concedere il salario minimo sia la strada giusta per garantire la sostenibilità sociale di questo nuovo modo di organizzazione del lavoro, che non riguarda solo i rider, che sono solo il 12%, ma anche i fattorini del food delivery, i traduttori a chiamata, spaziando dai dog sitter agli avvocati, fino a chi si occupa di telemedicina.

“Innanzitutto non chiamiamoli lavoretti”, esordisce Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil, nella nostra intervista telefonica, “perché per molte persone i lavori della gig economy rappresentano l’occupazione principale”.

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Contrattazione collettiva nazionale o salario minimo: quale strada per i diritti dei gig worker

Abbiamo domandato a Scacchetti se il salario minimo possa essere un punto di partenza per i lavoratori della gig economy che, durante i lockdown più rigidi, hanno aiutato il Paese a sostenere le rigide restrizioni dovute al Covid-19, portando piatti pronti e prodotti essenziali a casa delle persone impossibilitate a uscire. “Alla Cgil non interessa tanto una Legge su una tariffa/paga oraria, quanto estendere a tutti i lavoratori, anche a quelli delle piattaforme digitali, i diritti normativi (protezione previdenziale, ferie, malattia, diritto alla disconnessione, trasparenza degli algoritmi, anche in tema di discriminazioni di genere eccetera)”.

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“La strada maestra per la gig economy è una legge nell’alveo del contratto collettivo nazionale, in cui finalmente si superi la logica dei ‘lavoretti’, ma si parli di tipologie di lavori differenti e di diritti minimi da estendere con la contrattazione collettiva a livello nazionale”, sottolinea la segretaria confederale, “non tutti i lavoratori delle piattaforme sono subordinati, ma neanche tutti sono lavoratori autonomi, dipende”. E conclude: “Come Cgil guardiamo con grande interesse alla volontà di Bruxelles di estendere più tutele ai lavoratori delle piattaforme, perché in Europa si discute seriamente di questi temi. Una direttiva UE sarebbe molto importante per iniziare a dare certezze economiche e diritti a tutti i gig worker in Italia”.

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Qual è la strada per estendere diritti ai lavoratori dell’ecosistema digitale? Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, tramite executive order, ha alzato il minimum wage a 15 dollari all’ora per gli appaltatori federali lo scorso aprile, mentre la Spd di Olaf Scholz, che ha vinto le elezioni nella Germania del dopo Merkel, ha messo il tema del salario minimo sul tavolo delle trattative per formare la nuova coalizione di governo.

Confindustria scettica

E in Italia?

Anche Confindustria – che, sebbene contattata, non ha voluto rilasciare commenti in questo momento – da sempre teme il rischio di fuga dal contratto collettivo, insito nel salario minimo. Finora diversi industriali hanno espresso interesse, eventualmente, per il salario minimo orario soltanto nei settori non regolati da contratti collettivi.

PD e M5S: serve salario minimo europeo

Abbiamo contattato il senatore Roberto Rampi (Pd): “L’idea che ho maturato è che un salario minimo di riferimento serva, con tutte le difficoltà e correndo il rischio un livellamento salariale verso il basso. Per questo”, continua Rampi, “sarebbe ancora meglio che fosse un salario minimo di portata europea”.

L’ex ministra Nunzia Catalfo (M5S) sottolinea l’importanza di considerare l’ecosistema nel suo complesso. Così ha detto qualche giorno fa al programma Tv di Digital360, 360OnTv: “Per i rider è stato più facile intercettare questi lavoratori, perché solcano le nostre strade, davanti ai nostri occhi, invece i lavoratori delle piattaforme digitali sono invisibili e sono anche difficili da identificare. (…) Ma i dati, anche sui rider, sono molto fragili, in un mondo dove esiste anche tanto lavoro nero. (…) Esiste poi l’odioso fenomeno del “caporalato digitale“. Serve una cornice giuridica adeguata in grado di offrire tutele e diritti minimi. (…) Questi lavoratori devono diventare economicamente sostenibili e tutelati, ribadisco anche l’importanza del contratto collettivo nazionale”.

L’esperto: salario minimo misura di civiltà

Alex Foti, attivista milanese e saggista, autore di General Theory of the Precariat (2017), commenta: “I sindacati non vogliono il salario minimo ed Enrico Letta (segretario del Pd, ndr) dice di volerlo, mentre Draghi sarebbe contrario. Invece è una misura di civiltà per arginare lo sfruttamento nella platform economy e nella giungla del lavoro precario. Negli USA l’obiettivo è 15 dollari l’ora con la campagna Fight for 15 che ha visto la partecipazione della SEIU e di tutto il sindacato americano”. E in Europa? “In Germania, Scholz intende portarlo a 12 euro, una cifra che, secondo me, deve diventare il salario minimo europeo in tutta l’Eurozona. No ifs or buts”, continua Foti. E conclude: “Ci si attende che la Commissione europea a Bruxelles spinga nella direzione giusta e regolamenti anche la somministrazione di lavoro in stage, un altro scandalo italiano”.

I dubbi dei liberisti

Economisti di area liberista invece preferiscono portare il dibattito del salario minimo sul terreno di questioni più concrete: si chiedono se il salario minimo debba essere uguale in tutti i settori, per tutte le categorie e sull’intero territorio nazionale oppure debba essere diversificato. S’interrogano su chi lo stabilisca, in base a quale procedura e con quali criteri o se debba essere il frutto della contrattazione fra le parti sociali (e quali parti sociali) o il prodotto di un atto legislativo imperativo da parte della maggioranza al governo. A queste domande potrebbe rispondere proprio la Commissione europea che intende mettere ordine nel diritto del lavoro post-pandemia, offrendo più tutele ai lavoratori delle piattaforme digitali.

Le sfide aperte su salario minimo e gig economy

Lo scorso gennaio la Cassazione ha stabilito che i rider devono godere delle stesse tutele previste per il lavoro subordinato. Ha respinto il ricorso di Foodora (la filiale italiana è stata poi acquisita da Glovo) contro la sentenza con cui la Corte d’appello di Torino aveva riconosciuto parità economica a cinque ex rider rispetto ai lavoratori subordinati del settore della logistica (con tredicesima, ferie e malattie pagate).

Ma al di là della sentenza, la gig economy ha spalancato la porta a tre sfide: una contrattuale; una imprenditoriale; e, forse la più complessa, la sfida tecnologica che, con l’introduzione dell’intelligenza artificiale (AI), sta cambiando il rapporto fra lavoratore e datore di lavoro.

La sfida imprenditoriale verte soprattutto sulla governance delle piattaforme digitali. In Europa si stanno diffondendo cooperative (come la Fédération Europèenne CoopCycle a Grenoble e Madrid, Food4Me a Verona e Molenbike a Barcellona). Il futuro potrebbe essere anche quello delle piattaforme mutualistiche.

La sfida contrattuale prevede che l’allineamento fra autonomi e subordinati potrebbe far perdere il lavoro ai gig worker, perché molte piattaforme rischierebbero di non essere più competitive.

Inoltre, per numerosi lavoratori delle piattaforme digitali, la tutela non dovrebbe intaccare la flessibilità. Per alcuni gig worker, come per chi fa smart working, la flessibilità – il poter disporre del proprio tempo – è un valore irrinunciabile; dunque, la stabilizzazione dovrebbe tener conto di questa esigenza. Finora imprese e forze sociali non sono state capaci di prendere un’iniziativa autonoma per affrontare il problema, ma forse serve una nuova generazione di contratti che metta al centro concetti come flessibilità e temporaneità, superando il paradigma del salario per tempo, assicurando una soluzione equa. Infatti, sono urgenti tutele per regolare un modello di gig economy non basato sul low-cost, ma sul low-price: dove i prezzi concorrenziali non significano sfruttamento.

Ma oggi la vera sfida è quella tecnologica: l’intelligenza artificiale. Oggi è l’algoritmo che sceglie il fattorino più affidabile nelle consegne da effettuare. Un algoritmo che non conosce ferie o malattia e dunque potrebbe far scendere un lavoratore in fondo all’elenco dei fattorini fidati, obbligandolo a un difficile recupero per stare al passo del ritmo dell’AI.

La “prospettiva economica condivisa” di Mario Draghi

Quando, nelle scorse settimane, Confindustria ha proposto un “patto per l’Italia”, per affrontare le due grandi transizioni della nostra era (quella ecologica e digitale), il presidente del Consiglio Mario Draghi ha preferito usare l’espressione “prospettiva economica condivisa”. Una sfumatura lessicale ben precisa: nel “patto”, si profila uno scambio do ut des; invece, nella “prospettiva condivisa” c’è la possibilità di costruire il futuro insieme.

Qual è la prospettiva condivisa parlando di minimo salariale? L’ipotesi del salario minimo, che vede l’opposizione sia dei sindacati che di Confindustria, esce dalla rotta, indicata proprio da Draghi, della condivisione della prospettiva economica.

Inoltre, fissare il salario minimo per legge potrebbe spaccare non solo la contrattazione nazionale – che, per esempio, ha già messo a segno il minimo di 10 euro nell’accordo firmato dai metalmeccanici – ma anche potrebbe minare le relazioni industriali. Dunque, si teme che l’introduzione di un salario minimo potrebbe mettere a rischio anche quelle buone pratiche – come il welfare aziendale o secondo welfare, la riqualificazione professionale, la formazione per Industria 4.0 – frutto della contaminazione/ condivisione fra sindacati e Confindustria. Il salario minimo potrebbe far saltare proprio la “prospettiva economica condivisa” auspicata da Draghi. Fra l’altro, proprio ora che anche Amazon, dopo aver aumentato la busta paga (+8% l’incremento dello stipendio d’ingresso), ha siglato un protocollo con cui finalmente riconosce il valore delle relazioni industriali, se mai, da ampliare e da irrobustire.

Conclusioni

La gig economy è in evoluzione, occorre studiarla più approfonditamente. Servono anche più dati per la mappatura del fenomeno, di cui i rider rappresentano solo una minoranza. Le nuove piattaforme digitali hanno aumentato la concorrenza e hanno cambiato le abitudini di consumo, ma la competizione va assicurata attraverso l’Authority preposta.

La regolamentazione è ancora in fase embrionale: i primi contratti non hanno neanche tenuto conto delle ore di reperibilità e hanno riconosciuto solo la natura autonoma del lavoro, anche quando non era affatto autonomo. I lavoratori – finora considerati liberi professionisti, senza accesso a una loro base clienti – hanno una limitata protezione previdenziale e non possono neanche agire collettivamente perché l’attuale diritto alla concorrenza li accuserebbe di comportarsi da cartello.

La gig economy, nel processo di servitization che avanza, è una re-ingegnerizzazione dei servizi ai tempi delle app, ma molte piattaforme digitali dichiarano di mettere a disposizione un mercato tecnologico e non un servizio. Inoltre, le piattaforme, che hanno sede in Paesi terzi rispetto a dove operano, richiedono una regolamentazione complessa, a causa della giungla giuridica fra gli obblighi della società e i diritti dei lavoratori.

Il salario minimo potrebbe aprire nuove sfide, ma potrebbe anche frenare una nuova stagione contrattuale ispirata a un clima di maggiore condivisione, ipotecando perfino conquiste strategiche come il secondo Welfare.

Per porre fine alla tragedia dei working poor, le ricette ci sono e, con pragmatismo e senza demagogia, passano dal rinnovo dei contratti: mai più salari da 4-5 euro l’ora e mai più ricorso a false cooperative sfruttate per esercitare dumping salariale. Le aziende possono procedere con la stabilizzazione laddove è necessaria, mentre la gig economy, per superare la drammatica stagione del lavoro mal pagato e non tutelato, deve aprirsi alla contrattazione collettiva nazionale.

La palla ora è passata a Bruxelles. La Ue ha limitata competenza in materia di politiche sociali, in tema di condizioni di lavoro, ma può intervenire con una direttiva che delinei standard comuni da recepire nella legislazione interna di ogni Stato membro. “Con la transizione digitale già in corso non possiamo perdere di vista i principi basilari del nostro modello sociale europeo. Dovremmo valorizzare al massimo il potenziale occupazionale delle piattaforme digitali ma anche garantire dignità, rispetto e tutele alle persone che le usano per lavorare”, ha dichiarato il commissario europeo al Lavoro Nicolas Schmit. Una strada tracciata nella direzione giusta.

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