Google vince su Oracle, tutelato il software libero ma non le piccole aziende - Agenda Digitale

sentenza USA

Google vince su Oracle, tutelato il software libero ma non le piccole aziende

La sentenza con cui la Corte Suprema Usa dà ragione a Google contro Oracle per l’utilizzo di codice Java in Android la riafferma la legittimità della distribuzione del software sul modello open source. Ma ci sono anche ombre. Ecco le ripercussioni

15 Apr 2021
Riccardo Berti

avvocato Centro Studi Processo Telematico

Franco Zumerle

Avvocato Coordinatore Commissione Informatica Ordine Avv. Verona

Con sentenza del 5 aprile scorso la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso il caso Google LLC v. Oracle America, Inc., dando ragione a Google e ponendo fine a una contesa giudiziaria lunga oltre dieci anni che avrà importanti ripercussioni sul mondo del software, in particolare di quello libero.

La contesa all’origine della sentenza

La contesa nasce ancora nel 2005 quando, creando Android, Google decise di includere 11.500 linee di codice dall’API di Java per semplificare lo sviluppo di nuove applicazioni sul suo sistema operativo.

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Oracle, titolare dei diritti sulla piattaforma Java (che è stata sviluppata originariamente da Sun Microsystem, società poi acquisita da Oracle nel 2009) ha deciso di agire contro Google per far valere la violazione del proprio copyright sulle API di Java, chiedendo un risarcimento di ben 9 miliardi di dollari.

Google ha ammesso di aver utilizzato le linee di codice di Java in questione, ma ha affermato di averlo fatto lecitamente.

In primo grado la Corte distrettuale ha rigettato le domande di Oracle, mentre la Corte d’Appello nel 2018 ha accolto la richiesta di risarcimento rimettendo alla Corte distrettuale per la determinazione del danno, affermando che l’utilizzo delle righe di codice da parte di Google era illegittimo, costituendo una violazione del diritto d’autore licenziato in esclusiva a Oracle.

A quel punto Google ha formulato quello che tecnicamente viene definito un writ of certiorari (termine di origine latina e che significa “essere informato” e che individua un atto con cui una parte chiede alla Corte di grado inferiore di rimettere la causa alla Corte Suprema perché la decida) che ha portato la questione avanti alla Suprema Corte.

Il fair use

Google ha incentrato le proprie difese sulla base della dottrina del cosiddetto fair use (uso equo / corretto) istituto di diritto statunitense secondo cui, in presenza di alcune condizioni, è ammesso l’utilizzo da parte di terzi di materiale protetto da copyright.

Per determinare se un utilizzo di materiale protetto da copyright rientri o meno nel fair use è necessario un delicato bilanciamento fra vari fattori, tra cui lo scopo dell’attività entro cui è avvenuto l’utilizzo del materiale protetto da copyright, il fatto che l’utilizzo sia “trasformativo” e quindi non si proponga come un sostituto dell’opera utilizzata, ma la arricchisca di scopi o elementi (es. una parodia), la “quantità” dell’opera protetta utilizzata, l’impatto in termini economici che l’utilizzo dell’opera protetta ha avuto in positivo per chi l’ha utilizzata e in negativo per chi era titolare del diritto d’autore.

A questo punto, per inquadrare la questione, è importante ricordare che Android è un progetto open source, su cui Google profitta con la pubblicità e con i pacchetti di app che vende sul proprio software, ma di per sé il sistema operativo per smartphone più popolare al mondo è del tutto gratuito e libero.

La controversia si è quindi concentrata sul concetto di open source, con Oracle che poneva la legittima questione se davvero le limitazioni al copyright previste in favore di questi progetti fondati open source possano applicarsi ad una multinazionale che guadagna miliardi anche grazie a quel software libero, su cui fonda una buona fetta del proprio progetto di business.

Per mettere le cose in prospettiva, dobbiamo anche dare atto del fatto che l’intero linguaggio di programmazione Java è composto da quasi tre milioni di linee di codice e che Android impiega invece oltre 12 milioni di linee di codice.

Le 11.500 righe di codice “copiate” costituiscono quindi solo lo 0,4% del codice di Java e meno dello 0,1% del codice di Android.

Ulteriore elemento da tenere in considerazione per capire la sentenza della Suprema Corte è che dopo la pronuncia d’appello in favore di Oracle nel 2018 c’è stata un’ondata di preoccupazione fra gli esperti del settore tech, per il timore che la vittoria di Oracle, stringendo le maglie del fair use nel caso di un software open source, potessero rendere molto più complesso per gli sviluppatori di software produrre nuovi prodotti basati su Java o interoperabili con la piattaforma, ovvero basati su altre piattaforme protette da copyright.

Java è infatti sia un linguaggio di programmazione che una piattaforma software di esecuzione, limitarne l’uso in altri sistemi operativi rende molto difficile ottenere l’interoperabilità necessaria per lanciare nuovi progetti mossi da intenti altruistici e improntati alla filosofia open source. Per punire Google si rischiava quindi di compromettere un intero ecosistema fondato sull’utilizzo libero di alcuni tasselli fondamentali di codice.

Quello che si chiedeva a gran voce era quindi una pronuncia che escludesse la possibilità da parte dei titolari di diritti d’autore di mantenere un monopolio circa aspetti essenziali di infrastrutture software.

Per questo a sostegno di Google sono intervenute molte società che sostengono il software libero, come Red Hat e la Mozilla Corporation, che hanno preso parte al giudizio in veste di amici curiae (soggetti che non sono parti del giudizio ma intervengono a sostegno dell’una o dell’altra parte in causa specie nel caso in cui il caso all’esame della Corte potrebbe avere ripercussioni su altri soggetti).

La decisione della Corte

La Suprema Corte ha deciso il 5 aprile scorso in favore di Google con il parere favorevole di sei degli otto giudici che componevano il Collegio.

In particolare, la Corte ha evidenziato, nella sentenza, che l’utilizzo delle linee di codice da parte di Google era in sé trasformativo in quanto ha declinato il codice Java (prevalentemente destinato a software in ambiente desktop) in un ambito completamente nuovo ovvero quello dei dispositivi mobili.

L’intenzione di Google, nell’utilizzare le linee di codice di Java, era quella di rendere più familiare ai programmatori abituati con Java l’utilizzo di Android.

Quello su cui la sentenza non si sofferma invece è l’estensione della protezione autoriale riservata al codice, oggetto di ampio dibattito in giurisprudenza e dottrina, in quanto la Corte dà per scontato che il codice di Oracle sia tutelato dal diritto d’autore solo al fine di scardinare le ulteriori difese di Oracle.

Uno dei giudici che ha votato contro la sentenza favorevole a Google ha appunto evidenziato come la sentenza abbia evitato di decidere sulla vera questione oggetto del contenzioso, ovvero la natura del software e la sua tutela secondo il diritto d’autore, e che non affrontare questo problema ha portato a una sentenza che finisce per garantire a una multinazionale come Google di creare un mercato da miliardi di dispositivi senza riconoscere un’equa compensazione per i titolari del diritto d’autore sul codice utilizzato.

Le conseguenze della sentenza

La reazione di Google alla pronuncia non si è fatta attendere, con un portavoce che ha definito la sentenza una vittoria per i consumatori, l’interoperabilità e l’informatica.

Dal canto suo Oracle ha commentato la pronuncia affermando che Google ha rubato Java e trascorso un decennio in causa (potendoselo permettere) al solo scopo di consolidare la propria posizione di mercato, finendo per ottenere una sentenza favorevole che ne rafforza ulteriormente la posizione.

In sintesi, stiamo parlando di un provvedimento fatto di luci e ombre, con la sentenza riafferma la legittimità della distribuzione del software sul modello open source.

Il lato negativo

Unico problema, lo fa trattando la fattispecie peggiore e finendo così per favorire una grande multinazionale nella lotta contro un’azienda più piccola (in proporzione).

La Suprema Corte finisce così, cercando di tutelare i deboli, per favorire i forti.

Nonostante il fair use sia uno strumento di essenziale supporto per gli sviluppatori, specie per quel che riguarda gli aspetti chiave dell’infrastruttura e quegli accorgimenti che ne consentono l’interoperabilità con altri linguaggi e programmi, è anche vero che per una piccola software house potrebbe essere davvero difficile ora trovare tutela per il software realizzato, con i competitor che potrebbero sempre cercare di giustificare una copia in piena regola con la dottrina del fair use, costringendo i piccoli player a lunghe e insostenibili battaglie legali.

Il quadro normativo in Europa

In Europa il quadro normativo è ben diverso e una simile pronuncia difficilmente avrebbe potuto vedere la luce.

La normativa europea (e italiana), con l’intento di tutelare maggiormente l’autore, evita di fondare possibili eccezioni ai suoi diritti sulla base di concetti vaghi come un utilizzo equo dell’opera, preferendo invece liste chiuse di eccezioni limitate al diritto d’autore.

Anche se va detto che la spinta verso un’armonizzazione globale del diritto d’autore è sempre notevole, in un mondo in cui le opere dell’intelletto si spostano in tempo reale ai vari angoli del globo, e non è quindi da escludere un ulteriore avvicinamento fra le normative europea e americana specie se, come in questo caso, avviene a favore del software libero.

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