intelligenza artificiale

Se l’AI diventa artista: rischi e vantaggi degli algoritmi text-to-image e text-to-video

Ora che è possibile generare opere, più o meno artistiche con sistemi di intelligenza artificiale text-to-image come DALL-E sono molti gli scenari che si aprono e le questioni da affrontare: dal rischio legato alla creazione di immagini che possano arricchire fake news o le infowar al nodo del copyright

Pubblicato il 11 Ott 2022

Elio Franco

Avvocato, Founder presso Franco, Pirro & Partners

ai art

Ora che il servizio text-to-image di DALL-E è disponibile per tutti e Meta annuncia il suo algoritmo text-to-video, ci si pone il problema dei loro possibili usi distorti: dalla creazione di immagini e video che possano essere utilizzate a corredo di fake news (e durante le info-war) alla realizzazione di false identità, anche per scopi fraudolenti. L’inclusività, peraltro, non pare essere fra le qualità dell’intelligenza artificiale. E poi, v’è sempre l’annoso problema della tutela del copyright: se esiste, a chi appartiene?

Algoritmi text-to-image: a che punto siamo

Qualche giorno fa, il team di OpenAI ha annunciato che la sua creatura DALL-E 2 (gioco di parole fra l’artista Dalì e il tenero robot della Pixar Wall-E) è disponibile per il grande pubblico che, così, potrà dilettarsi nel generare opere, più o meno artistiche, semplicemente descrivendo all’intelligenza artificiale cosa immagina. Ad esempio, basterà digitare “a blue elephant dancing in an orange room like a rolling stone with Wonder Woman” per ottenere alcuni esempi di cosa DALL-E è in grado di fare.

Del resto, da un’azienda che ha raccolto finanziamenti sia da Elon Musk che da Microsoft, non ci si poteva aspettare di meglio.

OpenAI non è comunque l’unico competitor sul mercato degli algoritmi text-to-image: Google stessa ha annunciato di essere in procinto di rilasciare un servizio similare, mentre Meta è andata oltre, creando un algoritmo di text-to-video che è in grado di creare, per ora, brevi filmati. La società di Zuckerberg ha dichiarato di allenare la propria IA dandole in pasto immagini provenienti da tre database di immagini open source, oltre che alcuni set di dati video.

Anche in questo caso i risultati lasciano di stucco, almeno stando a quanto pubblicato da Meta stessa, dato che il servizio non è ancora disponibile pubblicamente.

Fake news e infowar: due facce della stessa medaglia

Se la maggioranza degli utenti potrà utilizzare DALL-E 2 per il proprio divertimento (e, perché no, anche per creare opere che possano avere un minimo senso artistico), qualcuno potrebbe approfittarne per creare immagini che possano arricchire fake news o, peggio, supportare le infowar.

Infatti, se in un primo momento OpenAI aveva annunciato che il proprio algoritmo non avrebbe mai generato i volti delle persone ritratte nelle immagini, da qualche tempo è tornata sui suoi passi, consentendo la creazione di veri e propri ritratti fotografici. Secondo gli sviluppatori, l’azienda sarebbe in grado di fronteggiare eventuali problemi connessi all’utilizzo di volti fotorealistici e inesistenti, ma, intanto, i risultati sono alquanto preoccupanti: infatti, a meno che non si notino alcune piccole imperfezioni di alcune parti del corpo (ad esempio, occhi di dimensioni differenti o unghie innaturali), i ritratti potrebbero essere attribuibili a persone realmente esistenti. Si potrebbero, quindi, creare falsi leader di opinione o, peggio, false vittime di un qualche regime (o presunto tale) solo per aizzare le folle a sovvertire l’ordine nazionale.

A proposito di rivolte e rivoluzioni, è anche possibile documentare falsamente attacchi reali alle nostre città: basta digitare “a civil war in Milan” per ottenere immagini come quella che segue.

La nostra privacy è a rischio?

Come s’è detto, OpenAI non è l’unica azienda a essersi mossa nel settore degli algoritmi text-to-images. Ad esempio, Stable Diffusion e Midjourney hanno da qualche tempo lanciato i propri sistemi di intelligenza artificiale e, al netto di quelli di Google e Meta, è presumibile che ne arriveranno altri. È ovvio che col passare del tempo una simile tecnologia sarà sempre più affinata e sempre più alla portata di tutti, tanto che è lecito chiedersi se, nel prossimo futuro, la nostra privacy possa essere a rischio.

Infatti, non è impossibile immaginare che, in una zona grigia priva di un intervento del legislatore (comunitario o nazionale che sia) qualcuno possa rubare l’identità di persone famose, ma anche di gente comune, solo per tenere condotte fraudolente in danno di terzi. Il furto di identità, quindi, diverrebbe ancor più invasivo della sfera personale.

Senza andare troppo lontano con l’immaginazione, basti pensare che già alcuni video cosiddetti “deepfake” hanno indotto in inganno più di una persona, pur “montando” solo il volto di un individuo più o meno famoso su un corpo in movimento. I vari App Store sono pieni di applicazioni che, con facilità, possono creare video deepfake.

Se gli algoritmi potranno essere allenati anche con altri dati, come, ad esempio, quelli delle movenze o delle espressioni tipiche di una determinata categoria di soggetti, si potrebbero creare dei perfetti cloni virtuali di un individuo, indistinguibili in tutto e per tutto dall’originale.

OpenAI e i suoi altri competitor giurano di aver inserito dei blocchi in modo da impedire agli utenti di generare opere che possano ritrarre persone realmente esistenti, ma qualche società più smaliziata potrebbe consentirlo, per non parlare di regimi totalitari che potrebbero realizzare simili tecnologie in autonomia, solo per alterare la percezione dei fatti da parte dell’opinione pubblica.

Intelligenza artificiale, perché gli artisti si sentono defraudati

Le intelligenze artificiali non sono poi così inclusive

Incredibile ma vero, gli algoritmi di intelligenza artificiale non riescono ancora a superare alcuni bias cognitivi e alcuni stereotipi di genere: un team di 25 ricercatori invitato da OpenAI a testare DALL-E 2, ha scoperto che, inserendo parole come “lawyer” e “CEO”, DALL-E ha creato immagini di soli uomini bianchi, mentre con “nurses” ha ritratto solo donne. Per il software di OpenAI sono donne anche le assistenti di volo, ma solo quelle asiatiche.

Il gruppo di studiosi ha concluso che DALL-E potrebbe essere utilizzato per molestie o bullismo, tanto da aver raccomandato ad OpenAI di non generare immagini fotorealistiche, raccomandazione che, come s’è detto, non è stata presa in considerazione.

Ma, alla fine, di chi è l’opera?

Gli algoritmi di text-to-image, se opportunamente sfruttati, possono produrre vere e proprie opere d’arte, cioè in grado di produrre quel turbamento d’animo che un prodotto dell’ingegno semplice non riesce a produrre. Proprio nel febbraio quest’anno l’US Copyright Office si è espresso sulla possibilità di accordare la protezione del diritto d’autore anche alle opere realizzate da un’intelligenza artificiale.

Nel caso di specie, l’opera “A Recent Entrance to Paradise”, facente parte di una serie di opere realizzate da un algoritmo che vuole similare un’esperienza di “quasi morte”, non è stata ritenuta dall’Ufficio meritevole di tutela, poiché manca l’intervento umano o, comunque, anche se questo può ravvisarsi nella descrizione dell’opera data in pasto all’AI, è del tutto marginale.

Questo però non può significare che le opere che nascono con l’aiuto della tecnologia non possano essere qualificate come artistiche: se l’intuizione e l’ingegno sono umani e l’autore s’è avvalso per la realizzazione dell’opera di strumenti tecnologici (stampa 3D, bracci robotici o l’AI stessa) potrebbe essere ritenuta tale, il tutto sta nel comprendere quale sia il gradiente di creatività dell’uomo rispetto all’intervento della macchina.

Tempo e diritto, due piani diversi

Com’è naturale, il legislatore interviene sempre (molto) dopo il verificarsi del fatto umano, e mai come in questo periodo storico lo sviluppo tecnologico (cioè il fatto umano stesso) è di gran lunga più veloce del diritto. Le intelligenze artificiali text-to-image ne sono l’esempio: gli aspetti analizzati nell’articolo sono solo la punta dell’iceberg delle problematiche che potranno emergere nei prossimi anni. Da avvocato, non posso che augurarmi un intervento tempestivo e di ampio respiro sul tema, magari nell’ambito del processo legislativo in seno all’Unione Europea in materia di intelligenza artificiale. Proprio il mese scorso è stato pubblicato il white paper per la proposta della Commissione al Parlamento di una direttiva che disciplini un quadro normativo per la responsabilità dell’IA, ma sul diritto d’autore nulla sembra muoversi ancora. Del resto, se per riconoscere alla fotografia il rango di opera dell’ingegno di carattere creativo s’è dovuto attendere fino al 1979, la strada potrebbe essere ancora lunga e irta di ostacoli.

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