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dopo il piano triennale ict

Come migliorare la spesa pubblica in innovazione: prossimi passi

di Silvia Barbieri, responsabile Affari Regolatori e Rapporti Istituzionali Assinter Italia

17 Lug 2017

17 luglio 2017

Necessario un deciso cambio di passo, se si vuole davvero riqualificare la spesa pubblica IT. Per affermare un modello che tenda sempre più verso i poli territoriali di specializzazione

La riqualificazione della spesa pubblica in innovazione, imposta dalla Legge di Stabilità e progettata all’interno del Piano Triennale dedicato, si basa sul paradigma dell’abbattimento dei running costs, quindi della spesa corrente, con l’obiettivo di liberare risorse da drenare verso progetti strategici, investimenti e ricerca.

Un quadro regolatorio che si fonda dunque su ragioni di tipo finanziario, ma che rappresenta la cornice su cui innestare un radicale (e necessario) ripensamento della strategia di progettazione, gestione ed erogazione dei servizi pubblici in rete.

Ripensamento divenuto, in ogni caso, strettamente necessario per implementare e attuare realmente la Strategia per la Crescita Digitale. Il Piano Triennale delinea dunque un nuovo Modello strategico che ambisce a consentire il superamento di un “approccio a silos storicamente adottato dalla Pubblica Amministrazione” in materia di innovazione e digital transformation.

Tra i vari capisaldi di questo modello strategico proposto dal Piano per costruire il Sistema informativo della Pubblica Amministrazione si possono isolare due elementi interconnessi e complementari tra loro la cui fattiva ed effettiva presa in carico potrebbe rappresentare la leva per marcare un nuovo approccio rispetto al passato.

Il primo è la valorizzazione della risorse esistenti della Pubblica Amministrazione, con l’obiettivo di salvaguardare gli investimenti già realizzati, anche incoraggiando e favorendo il riuso. Il secondo, l’attenzione a non disperdere le esperienze maturate nei progetti di digitalizzazione pregressi, con lo scopo sia di replicare le best practice ma anche di evitare di inciampare nuovamente negli errori del passato.

Si tratta di capire meglio se questi importanti principi delineati nel Piano possano trovare, allo stato attuale, adeguati strumenti regolatori per realizzarsi nella realtà, o comunque quali condizioni possano favorirne una concreta configurazione.

Il concetto di aggregazione, che costituisce lo strumento fondamentale su cui poggia il sistema di riqualificazione della spesa in innovazione definito dalla Legge di Stabilità, è un tema che viene in rilievo anche in questo caso. È infatti necessario valutare se l’attuale configurazione dei soggetti aggregatori sia effettivamente in grado di sostenere in maniera efficace i due elementi sopracitati.

Innanzitutto, va detto, che il sistema che ruota attorno ai soggetti aggregatori è entrato a regime solo nei suoi meccanismi di concertazione nazionali e di fatto non può dirsi ancora completato sino in fondo, a partire dalla considerazione per cui non tutti i soggetti aggregatori esistenti “sulla carta” sono realmente operativi.

C’è, in seconda battuta, anche un tema di specializzazione che non può essere ignorato. Ad oggi, ed il decreto attuativo ne è la riprova, l’architettura del sistema di acquisto pubblico segue criteri strettamente interconnessi con la geografia amministrativa propria dei vari livelli di governo che esercitano le funzioni amministrative sul territorio. Oltre a quelle di 2 province e 9 città metropolitane, di fatto non esistenti, la regolazione rilevante configura 21 centrali regionali, una per ogni Regione/Provincia Autonoma, oltre alla centrale nazionale, la CONSIP.

Un quadro interessante, ma limitatamente alla necessità di attuare una spending review e un efficientamento organizzativo negli acquisti pubblici: snellire il numero di soggetti preposti agli acquisti aggregati, dando maggiore trasparenza e chiarezza su cosa la pubblica amministrazione acquista, da chi e a quali condizioni.

Tuttavia, se si pongono come nodi focali della riqualificazione della spesa la “non dispersione” dell’esistente, la diffusione delle migliori esperienze e la salvaguardia degli investimenti pregressi, è necessario che il tema dell’aggregazione non segua solo criteri territoriali o di funzione, ma anche di ambito o per meglio dire di specializzazione per verticalità, anche in un’ottica di shared services.

L’attuale contesto relativo ai soggetti aggregatori non dà piena garanzia che si riproducano vecchie logiche di pianificazione degli acquisiti legati più all’area territoriale di riferimento che non alla leva delle eccellenze già sviluppate da trasferire sui territori. Occorrerebbe, anche in questo caso, un deciso cambio di passo, con l’obiettivo di affermare un modello che tenda sempre più verso i poli territoriali di specializzazione.

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