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Pa digitale, spendere meglio nel 2018: ecco come

Dal 2013 al 2015 la PA ha speso 5,6mld l’anno in tecnologie digitali. A fine 2018 la riqualificazione prevista dalla Finanziaria 2016 porterà il valore a 5,1mld. Si spenderà meno ma meglio solo se useremo i soggetti aggregatori, scioglieremo l’incertezza normativa su contratti pubblici e favoriremo collaborazioni PA-imprese

22 Dic 2017

Luca Gastaldi

Direttore dell'Osservatorio Agenda Digitale Politecnico di Milano


La Finanziaria 2016 ha definito che entro il 2018 sarà necessario tagliare la spesa annuale in tecnologie digitali della PA per un valore pari al 50% della spesa sostenuta dal 2013 al 2015 al netto di alcune voci:

  • le spese correnti e gli investimenti effettuati da Sogei, INAIL e INPS, complessivamente pari a circa 1,1 miliardi di euro;
  • gli investimenti sostenuti delle altre PA, pari a circa 1,2 miliardi di euro;
  • le spese effettuate tramite Consip e altri Soggetti aggregatori, pari a circa 1,4 miliardi di euro;
  • quelle relative ai canoni per i servizi di connettività, pari a circa 200 milioni di euro.

Personalmente non credo nella necessità di praticare tagli. Oggi il digitale vale meno dell’1% nei bilanci della PA, ma rappresenta una delle poche leve in grado di rendere qualitativamente ed economicamente sostenibile il restante 99%. D’altro canto la spesa pubblica in tecnologie digitali deve essere riqualificata: bisogna ridurre le numerose spese correnti improduttive, come ad esempio quelle sostenute per la miriade di CED presenti negli enti locali, in modo da recuperare risorse per gli investimenti abilitanti previsti nel Piano triennale. Complessivamente si dovrebbe spendere meno ma meglio.

Sì. Ma quanto? Per rispondere è necessario fare qualche conto. Dal 2013 al 2015 la PA italiana ha speso mediamente 5,6 miliardi di euro l’anno in tecnologie digitali. Sottraendo a tale valore le voci da escludere dai tagli, si determina una spesa corrente aggredibile pari 1,7 miliardi di euro l’anno e, pertanto, un obiettivo annuale di risparmio pari a circa 850 milioni di euro da realizzare entro la fine del 2018.

Questo valore sarebbe l’effettivo taglio da praticare se nei prossimi anni non cambiassero le voci da escludere dai tagli. Tuttavia, grazie all’obbligo di aggregazione richiesto dalla Finanziaria 2016, è ragionevole pensare che la spesa gestita dai Soggetti aggregatori aumenti. Tale aumento abbatterà la spesa corrente aggredibile e, di conseguenza, gli obiettivi di risparmio da conseguire. In altre parole più si utilizzeranno i soggetti aggregatori e meno sarà necessario fare tagli alla spesa corrente della PA in tecnologie digitali. Questa scelta fa parte di una strategia istituzionale che cerca di tenere controllate le spese delle PA italiane in tecnologie digitali, assicurandosi che vadano nella direzione specificata nel Piano triennale.

Sulla base dei dati riportati all’interno del Piano triennale, è possibile stimare che, alla fine del 2018:

  • la spesa complessiva in tecnologie digitali della PA diminuirà di almeno 500 milioni di euro, attestandosi su un valore pari a circa 5,1 miliardi di euro; tale riduzione avverrà grazie:
    • all’adesione di tutte le PA alle infrastrutture immateriali (in particolare SPID, ANPR e PagoPA) con lo switch-off delle relative soluzioni locali; tale adesione genererà un risparmio di 400 milioni di euro;
    • a interventi di ottimizzazione dei costi legati all’acquisto e alla gestione di soluzioni digitali, come ad esempio i software in modalità as-a-Service, per un risparmio complessivo di 100 milioni di euro;
  • gli investimenti pubblici in tecnologie digitali delle PA[1] aumenteranno del 15%, arrivando a 1,4 miliardi di euro;
  • le spese effettuate tramite soggetti aggregatori cresceranno dagli attuali 1,4 a circa 2,4 miliardi di euro l’anno.

Ad oggi sono pochi i soggetti aggregatori oltre a Consip che presidiano spese pubbliche in tecnologie digitali. Quest’ultime, infatti, non rientrano nelle categorie merceologiche che essi hanno l’obbligo di presidiare. In parte, tuttavia, la situazione è dovuta alla ancora scarsa strutturazione di molti di questi enti e delle rispettive piattaforme di e-procurement, in diversi casi ancora in fase di costruzione e/o testing.

Consip copre invece con i suoi strumenti gran parte degli ambiti che caratterizzano il Piano triennale. Gli strumenti di Consip riducono al minimo gli oneri amministrativi che le PA devono sostenere e i tempi che devono attendere per approvvigionarsi delle soluzioni digitali in essi contemplati. Se ad esempio un Comune avesse bisogno di una soluzione di firma digitale disponibile nel lotto 2 della Gara SPC Cloud, non dovrebbe far altro che compilare un piano dei propri fabbisogni, approvare il progetto che i fornitori aggiudicatari della gara devono predisporre entro 45 giorni dalla ricevuta del piano e, una volta soddisfatto, sottoscrivere il contratto esecutivo. Non ci sono gare da fare o potenziali ricorsi da gestire. Inoltre, i fornitori devono essere operativi entro 10 giorni dalla sottoscrizione del contratto esecutivo.

È necessario promuovere maggiormente sul territorio l’adozione degli strumenti di Consip. Le PA locali non sono infatti sempre pienamente consapevoli della possibilità di sfruttare contratti quadro stipulati dal Soggetto aggregatore nazionale per soddisfare le proprie esigenze di digitalizzazione. Gli altri Soggetti aggregatori devono attivare con rapidità i loro portali di e-procurement, per complementare e rafforzare l’azione di Consip. Ma non basterà la loro azione per uscire dalla “palude digitale” in cui da troppi anni il nostro Paese sembra impantanato.

Non tutte le esigenze pubbliche di digitalizzazione possono infatti essere soddisfatte grazie agli acquisti “a scaffale” fatti grazie ai Soggetti aggregatori. Molte innovazioni digitali sono realizzabili solo grazie ad efficaci partnership tra il mondo pubblico e quello privato. A questo proposito stiamo riformando le regole che determinano come effettuare i processi di procurement pubblico, cercando di renderli più snelli, digitali e di aumentare le opportunità di collaborazione tra PA e imprese. Per concretizzare tali opportunità, tuttavia, è necessario che entrambi gli attori modifichino il proprio modo di operare, acquisiscano nuove competenze e imparino nuove procedure d’acquisto.

Questa transizione non è facilitata dalla prolungata incertezza normativa, in particolare del Codice dei contratti pubblici. A 6 mesi dal correttivo e a un anno e mezzo dall’introduzione del Codice nel nostro ordinamento giuridico sono stati adottati solo 15 dei 55 provvedimenti attuativi necessari a rendere il Codice pienamente operativo e usabile.

Nel 2018 la PA spenderà meno ma meglio in tecnologie digitali solo se:

  • userà il più possibile i soggetti aggregatori;
  • scioglierà completamente l’incertezza normativa relativa alle regole di procurement pubblico;
  • utilizzerà i nuovi strumenti messi a disposizione dal Codice dei contratti pubblici per fare innovazione grazie alla collaborazione tra PA e imprese.

Se solo mancherà una di queste condizioni continueremo a spendere tanto e male.

[1] A meno di quelli di Sogei, INAIL e INPS, che saranno da gestire separatamente.

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