AI e big data per la Sanità, che cosa serve dopo il covid - Agenda Digitale

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AI e big data per la Sanità, che cosa serve dopo il covid

La sanità italiana, specie quella territoriale, è stata indebolita da anni di tagli lineari e funestata dallo spreco di ingenti risorse che hanno acuito il divario nord-sud. Il PNRR destina al esettore risorse che sembrano ingenti ma sono, in realtà, bruscolini. Ecco le tecnologie che potrebbero davvero fare la differenza

26 Mag 2021
Domenico Marino

Università Degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria

Una vera innovazione della sanità sarebbe la via per superare le tante criticità che abbiamo sperimentato durante la pandemia. Ma questa innovazione ha bisogno di investimenti più cospicui di quelli previsti dal PNRR.

Proviamo allora a fare il punto sul perché la Sanità italiana è arrivata a essere così debole e diseguale e in che modo i prossimi investimenti potrebbero evitare di aumentare i divari tra le diverse aree del Paese.

Un “datalake” per fare davvero la sanità digitale: la sfida del PNRR

PNRR, come rimediare ai tagli alla Sanità

Uno degli obiettivi del PNRR, la missione 6, è dedicata specificamente alla sanità. L’investimento complessivo è di 20,22 miliardi di euro, divisi in due sotto-missioni:

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  • reti di prossimità e telemedicina per l’assistenza sanitaria e territoriale (9,00 miliardi, di euro;
  • innovazione ricerca e digitalizzazione del sistema sanitario nazionale (11,22 miliardi, di euro).

Sono investimenti solo apparentemente cospicui, ma per capire quale può essere l’impatto di questi investimenti sul sistema sanitario nazionale nel suo complesso non si può prescindere da un’analisi della situazione che individui in maniera esatta i punti di partenza dei diversi sistemi sanitari regionali, esercizio necessario per capire l’efficienza e l’efficacia degli interventi

A seguito della crisi economica del 2008 la crescita della spesa sanitaria ha raggiunto livelli insostenibili e di conseguenza si assistito in Italia al tentativo di arrivare, attraverso i Piani di Rientro, ad una sostanziale diminuzione della spesa pubblica per la salute.

Il problema è che le raccomandazioni nazionali non possono non tenere conto dei fattori locali e, cioè, dei bisogni della popolazione, delle priorità organizzative, dei budget. Di conseguenza molte decisioni cruciali devono essere realizzate a livello regionale e istituzionale.

Diverse sono state, quindi, le strategie adottate per razionalizzare le risorse allocate e per ridurre i costi relativi, come ad esempio il ridimensionamento del numero di letti, il miglioramento dell’accesso tempestivo alle cure, la diminuzione dei tempi medi di degenza, ma, purtroppo, molti di questi interventi non forniscono benefici, in quanto si tratta di semplice taglio di costi, i risultati in termini di bilancio non sono facilmente misurabili e in più queste politiche hanno il grosso svantaggio di indebolire la capacità di risposta del sistema sanitario ai bisogni dei cittadini, cosa che spiega molte delle difficoltà che molti paesi occidentali hanno avuto nell’affrontare in maniera efficace le diverse fasi della pandemia da Covid 19.

Inoltre, le decisioni prese nell’ambito dei sistemi sanitari nazionali si sono sempre limitate a uno spostamento di risorse da un’area all’altra al fine di razionalizzarle in presenza di scarsità, ma queste decisioni sono state generalmente occasionali, puntuali e non hanno tenuto conto del quadro generale del sistema sanitario.

Si è trattato in gran parte di tagli lineari alla spesa che hanno colpito tutti i settori che poi si sono autorganizzati intensamente per assorbire questi tagli, con risultati non sempre efficienti ed efficaci.

Il divario Nord-Sud e altre disuguaglianze

Se guardiamo alla situazione italiana, a partire dalla situazione ante pandemia, non possiamo non riscontrare la presenza di un forte divario fra le regioni del Nord e quelle del sud. Partendo, ad esempio, dal confronto dei valori dell’Indicatore di Complessità degli interventi (ICM), emerge una netta sproporzione tra le strutture del Nord Italia (48,9% nel 2013) e Centro Italia (45,3%) rispetto a quelli del Mezzogiorno (29,7%), anche se i valori di quest’ultima area sono cresciuti di 2,3 punti percentuali negli ultimi anni.

Non si può non notare, tuttavia, che le differenze geografiche sopra evidenziate sono in gran parte riconducibili alla capacità di programmazione delle singole Regioni.

In effetti, l’ammontare delle risorse stanziate non è fortemente influenzato

solo dalla dimensione degli ospedali, ma piuttosto dalle decisioni finanziarie delle Regioni, dalla loro capacità di spesa e dalla sostenibilità a lungo termine del finanziamento.

La Calabria, ad esempio, ha programmato nel 2007 la costruzione di un nuovo ospedale hub e di tre ospedali spoke sul territorio, ha stanziato per questo obiettivo una cifra superiore al mezzo miliardo di euro, ma dopo 14 anni questi ospedali non solo non sono stati costruiti, ma ancora per quasi tutti non è stata posta la prima pietra!

La spesa sanitaria e la sua efficienza hanno pertanto caratteristiche diverse, strategie diverse e risultati diversi nelle diverse aree del Paese.

È questo il primo problema che l’investimento sul PNRR fatto sulla sanità deve superare per evitare di aumentare i divari e di creare ancora di più una sanità a due velocità, non solo negli esiti, ma anche nella capacità di spendere i finanziamenti. La differenza nei livelli dei Lea attuali fra le regioni italiane testinomia che la Sanità italiana è una sanità diseguale in cui accanto a sistemi sanitari regionali prossimi all’eccellenza convivono sistemi sanitari che faticano a competere anche con i sistemi sanitari dei paesi in via di sviluppo. La pandemia ci ha poi fatto capire che anche i sistemi più avanzati entrano in crisi se, a seguito dei tagli, viene smantellata la sanità territoriale considerata più sacrificabile e meno importante.

Perché 9 miliardi per la sanità territoriale sono davvero pochi

Bene in questo senso allora l’investimento di 9 miliardi della prima azione della missione 6 del PNRR è benvenuta, anche se a dispetto dell’enfasi che la quasi totalità degli osservatori ha dato al PNRR, 9 miliardi sono veramente pochi per 20 sanità regionali.

La seconda azione della missione 6 quella legata alla digitalizzazione, va a colmare una lacuna, ma il rischio è quello di dover utilizzare risorse ingenti per portare la sanità a un livello minimo di digitalizzazione, senza poter fare un salto di qualità innovativo. Anche in questo caso 11,22 miliardi di euro per 20 regioni sono bruscolini!

La Calabria, ad esempio, potrebbe avere nel complesso dal PNRR 100-200 milioni di euro per la sanità che corrispondono a circa la metà del suo disavanzo annuale e a circa un decimo dell’indebitamento della sola ASP di Cosenza!

In questo senso la scelta miope di non utilizzare il MES per la sanità, fatta anteponendo gli interessi dei cittadini alle esigenze della propaganda politica, potremmo pagarla molto cara nei prossimi anni.

Una vera innovazione per salvare la sanità

Oggi con l’utilizzo dei big data e delle tecniche di deep learning siamo in grado di fare una effettiva medicina preventiva molto tempo prima della comparsa dei sintomi e per le patologie croniche e ingravescenti questo costituisce un notevole vantaggio. L’accesso istantaneo all’intero set di dati consente di prevedere l’evoluzione del quadro clinico attraverso algoritmi decisionali di supporto che rendono maggiormente efficiente l’intero processo. Il tutto viene realizzato enfatizzando la natura costruttivistica del processo, finalizzata a portare un notevole vantaggio a tutti gli stakeholder interessati nel percorso di cura e assistenza dell’individuo.

Non basta creare il fascicolo sanitario elettronico. Bisogna innovare il modello diagnostico-assistenziale nel suo complesso. Solo così si sarà in grado di rispondere alle richieste di servizi di diagnosi, prognosi e cura sempre più efficaci, efficienti e di qualità per il paziente il cui trade-off tra livello di servizio e costi di realizzazione, potrà essere attenuato grazie all’applicazione di tecnologie, sistemi e procedure innovative di gestione del processo clinico secondo una logica di eHealth Service Management. La creazione del fascicolo elettronico sanitario che si arricchisce continuamente con il monitoraggio di valori rilevati in remoto contribuisce a rendere diagnosticabili in una fase molto iniziale molte patologie, a individuare situazioni di rischi, a gestire a distanza l’assistenza e la cura.

Conclusioni

Il monitoraggio dello stato di salute, la prevenzione di situazioni critiche e il supporto ad attività quotidiane rappresentano, quindi, un ambito applicativo emergente a livello sanitario, con particolare riferimento alle persone fragili, anziane e con patologie croniche. Secondo alcune stime il semplice telemonitoraggio a casa dei malati cardiologici ridurrebbe il numero di giorni di degenza del 26% e consentirebbe un risparmio del 10% dei costi sanitari, con un aumento dei tassi di sopravvivenza del 15%. Ciò significa riduzione della mobilità sanitaria e della mortalità, ma anche un risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale!

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