sanità data driven

Dati di qualità per battere la pandemia: così l’Italia potrebbe uscire dal guado (e riaprire)

Solo rendendo immediatamente disponibili e accessibili alla comunità scientifica micro dati aperti e di qualità e utilizzando standard condivisi sarà possibile valutare in modo rigoroso gli effetti delle decisioni ed evitare le polemiche sulle aperture e chiusure di scuole e attività. Cosa fare

Pubblicato il 22 Apr 2021

Corrado Crocetta

Presidente SIS - Società Italiana di Statistica

Vincenzo Patruno

Data Manager e Open Data Expert - Istat

super green pass

L’emergenza che stiamo attraversando ormai da oltre un anno ha messo sotto gli occhi di tutti quanto siano diventati strategici i dati. Dati che, abbiamo visto, vengono utilizzati dai giornalisti e dai media per informare ma anche da tanti attivisti della società civile che provano a monitorare l’evoluzione della pandemia cercando di capire e valutare l’efficacia delle politiche messe in campo dal governo. Abbiamo visto per la prima volta che questa è una emergenza essenzialmente “data driven”. Non ci sono macerie da rimuovere, tende da montare o cucine da campo da allestire. Si tratta di contrastare ogni giorno la diffusione del virus e questa è una cosa che possiamo fare attraverso i dati. Servono però dati di qualità.

L’efficacia di una gestione “data driven” dell’emergenza dipende infatti dalla qualità dei dati che vengono utilizzati. Più i dati sono accurati, completi, tempestivi e più diventano uno strumento per capire dove siamo e decidere quindi cosa fare.

Servono dati buoni per vincere il covid, ma all’Italia manca una strategia

Dati sanitari, dove cominciano i problemi

È quello che fa ogni giorno il governo centrale e i governi locali che usano i dati sanitari per definire le misure da adottare in modo da salvaguardare la tenuta complessiva dell’intero sistema sanitario. O sarebbe meglio dire dei tanti sistemi sanitari. E qui cominciano i primi problemi.

INFOGRAFICA
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Manifatturiero/Produzione

Avere ventuno sistemi sanitari, uno per ogni regione e provincia autonoma, organizzati e gestiti in modo indipendente uno dall’altro ha complicato non poco l’intera gestione dell’emergenza. Lo abbiamo visto durante l’anno appena trascorso e lo abbiamo visto purtroppo ancora una volta nei giorni scorsi con i vaccini. Tante regioni non sono ancora pronte dal punto di vista logistico a somministrare i vaccini secondo un piano condiviso e con la rapidità necessaria (eppure si sapeva già da qualche tempo che sarebbe dovuta partire la campagna vaccinale) per non parlare poi dei problemi che sono scaturiti dai tanti traballanti sistemi digitali diversi per la gestione delle prenotazioni. Ognuno vuole avere il suo. In generale ci troviamo di fronte a sistemi sanitari non solo organizzati in modo differente e con livelli di efficienza anche molto diversi tra loro, ma anche con livelli di digitalizzazione profondamente disomogenei. Quest’ultimo è un aspetto che è necessario sottolineare poiché ha conseguenze molto importanti proprio sui dati.

Specie nelle emergenze è necessario agire con rapidità. Quella rapidità che è invece spesso mancata nelle varie fasi della gestione della pandemia, dove abbiamo visto come il virus sia stato sempre in vantaggio sui provvedimenti che sono stati via via presi. Rapidità di azione che ha bisogno di dati ma anche di studi e analisi accurate. Che si ottengono da una parte organizzando in modo adeguato tutta la fase di raccolta dei dati necessari, su questo ci torniamo tra poco, dall’altra provando a coinvolgere non soltanto un gruppo ristretto di addetti ai lavori come accade oggi bensì l’intera comunità scientifica.

Accesso della comunità scientifica ai “micro” dati disponibili, la petizione

Per provare a capire veramente le dinamiche del SARS-CoV-2 serve una politica lungimirante che metta tutti i professionisti dei dati, gli statistici, i biostatistici e così via nelle condizioni di lavorare e fare analisi sui dati. Per arrivare con metodo scientifico a capire come e dove il virus si diffonde, chi è a rischio e chi no e magari anche perché. Tutto a vantaggio dei governi e dell’intera collettività. Ma mettere la comunità scientifica nelle condizioni di operare, vuol dire consentirle di accedere ai dati disponibili.

Al momento i dati sulla pandemia, quando esistono, sono dati chiusi. Non stiamo parlando dei dati di sintesi che vengono diffusi dall’ISS o dal Dipartimento della Protezione Civile, tipo “il totale dei tamponi” bensì dei dati grezzi, di quelli che chiamiamo “micro dati” e cioè i dati sul singolo tampone, sulla singola quarantena, i dati sul singolo ricovero e così via.

Eppure, la disponibilità di dati elementari di qualità sarebbe molto utile per l’intera comunità scientifica che potrebbe sfruttarli per fare ulteriori analisi e per capire meglio le caratteristiche che possono rallentare la diffusione del virus.

A tal proposito la Società Italiana di Statistica, società scientifica che raggruppa la maggior parte dei demografi e degli statistici italiani, accademici e non, dopo aver aderito all’iniziativa #datibenecomune lanciata da onData (assieme a Transparency e Action Aid) ha avviato una petizione in cui si chiede che la comunità scientifica possa disporre di micro dati di qualità per mettere a disposizione della collettività le tante competenze disponibili.

Tale iniziativa ha poi dato luogo ad un evento online, svoltosi il 29 gennaio 2021, durante il quale la petizione è stata consegnata ai rappresentanti delle istituzioni, sollecitandoli a farsi parte attiva affinché tutti possano contribuire al bene comune, in base alle proprie competenze.

Sanità data-driven, cosa significa e come realizzarla

L’importanza di standard condivisi

Il fattore tempo è importante un po’ ovunque quando si parla di dati, ma in emergenza è un fattore che diventa cruciale. Tempestività e digitalizzazione vanno però assieme. Riuscire ad avere dati tempestivi richiede, infatti, elevati livelli di digitalizzazione e di standardizzazione dei processi da cui quei dati provengono. La digitalizzazione di un processo consente, infatti, di avere sin da subito dati in formato digitale, mentre l’utilizzo di standard consente di avere dati omogenei e di automatizzare così la fase di acquisizione dei dati da parte di soggetti terzi (ad esempio l’ISS che raccoglie i dati dalle singole Regioni e province autonome) e la loro integrazione. La pandemia ha scoperchiato il vaso di Pandora e ha fatto vedere quanto ancora c’è da fare sul fronte della digitalizzazione e integrazione dei servizi pubblici. Bisogna, infatti, fare in modo che i ventuno sistemi non solo gestiscano i medesimi processi, ma lo facciano parlando la stessa lingua, quindi attraverso l’utilizzo di standard condivisi. Solo così sarà possibile valutare in modo rigoroso gli effetti delle decisioni evitando ad esempio le tante polemiche inerenti all’apertura e alla chiusura delle scuole, dei centri estetici, delle palestre, ecc.

La pandemia ancora in corso, sta ridisegnando profondamente i nostri modelli di sviluppo e comportamentali. La grave situazione di crisi ha aumentato il senso di coesione e la percezione che i comportamenti altrui finiscono per influenzare la nostra vita, per cui, per uscire dell’emergenza, è necessario uno sforzo corale e far convergere tutte le energie propulsive del nostro Paese verso il raggiungimento di obiettivi strategici condivisi. La disponibilità di dati affidabili e tempestivi è una “conditio sine qua non” per governare il cambiamento, misurando gli effetti delle diverse politiche, in modo trasparente e sulla base di criteri oggettivi ampiamente condivisi.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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