Memoria e dipendenze

Davanti a un avatar emergono ricordi più specifici: cosa significa per la cura


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Ricordare il passato dipende anche dalle condizioni in cui lo raccontiamo. Un esperimento nella riabilitazione delle dipendenze esplora il ruolo degli avatar: una possibile mediazione per favorire racconti più specifici, con meccanismi ancora da chiarire e responsabilità cliniche da preservare

Pubblicato il 13 ott 2026

Lorenzo Antichi

Humane Technology Laboratory, Università Cattolica del Sacro Cuore

Gabriella Calabrò

Le.L.A.T. Drug Rehabilitation Center

Fabio Frisone

Ricercatore tenure track presso l’Università Niccolò Cusano

Giuseppe Riva

Humane Technology Lab., Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Giorgia Zappalà

Le.L.A.T. Drug Rehabilitation Center



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Ricordare un episodio della propria vita non significa consultare un archivio immutabile. Ogni ricordo autobiografico viene ricostruito nel presente e può cambiare a seconda delle emozioni, del contesto e della persona che ascolta. Questo aspetto è particolarmente rilevante nei disturbi da uso di sostanze, nei quali i ricordi tendono spesso a essere meno specifici e più generali.

Uno studio condotto in una comunità di riabilitazione dalla tossicodipendenza ha confrontato la somministrazione faccia a faccia di un test di memoria autobiografica con la presentazione delle stesse richieste attraverso un avatar in un ambiente virtuale non immersivo. Nei 35 partecipanti, la condizione mediata dall’avatar è stata associata a una maggiore probabilità di recuperare episodi specifici.

Il risultato non dimostra che un avatar migliori la memoria, né chiarisce il meccanismo responsabile. Suggerisce però che la cornice interpersonale dell’assessment può modificare ciò che una persona riesce a raccontare. Tra minore pressione valutativa, possibilità di sentirsi meno giudicati e limiti tecnici ancora da risolvere, gli avatar aprono una domanda clinica e digitale: non solo che cosa ricordiamo, ma davanti a chi, o a che cosa, riusciamo a ricordarlo.

Memoria autobiografica: il racconto che tiene insieme passato, presente e futuro

Pensiamo a un ricordo preciso: una mattina al mare, una telefonata ricevuta in cucina, una festa finita diversamente da come avevamo immaginato. Di solito abbiamo l’impressione che quell’episodio sia rimasto da qualche parte, già completo, in attesa di essere recuperato. La memoria autobiografica funziona però in modo meno simile a un archivio e più simile a una ricostruzione. Quando ricordiamo, selezioniamo dettagli, li colleghiamo al modo in cui vediamo oggi noi stessi e attribuiamo loro un significato nel presente (Cieri, 2022).

La memoria è una componente essenziale dell’identità. Ci permette di riconoscere una continuità tra la persona che siamo stati e quella che siamo diventati, di comprendere come abbiamo reagito in situazioni precedenti e di immaginare il futuro sulla base della nostra esperienza (Myers et al., 1992). Nel modello di Conway e Pleydell-Pearce (2000), i ricordi personali emergono dall’interazione tra conoscenze generali sul sé e informazioni episodiche più concrete.

Non tutto ciò che sappiamo della nostra vita ha infatti lo stesso grado di precisione. Dire “da adolescente passavo le estati dai nonni” è autobiografico, ma descrive una categoria di esperienze. Dire “il pomeriggio in cui mio nonno mi insegnò ad andare in bicicletta nel cortile” rimanda invece a un evento delimitato nel tempo e nello spazio. È questa seconda forma che viene definita memoria specifica: un singolo episodio, collocabile in un giorno o in una situazione riconoscibile, accompagnato da particolari percettivi, emotivi o contestuali (Conway, 1992).

La specificità non equivale automaticamente all’accuratezza. Un ricordo dettagliato può contenere distorsioni, mentre un ricordo generale può essere sostanzialmente vero. La distinzione riguarda il livello al quale si arresta la ricerca nella memoria. Quando l’accesso agli episodi specifici diventa difficile, il racconto personale può popolarsi di formule come “succedeva sempre”, “in quel periodo stavo male” o “ogni volta finiva così”, senza arrivare a una scena concreta che possa essere esaminata. Questo fenomeno è noto come memoria autobiografica generalizzata, ed è stato osservato in diverse condizioni di vulnerabilità psicologica (Williams et al., 2007).

A ben vedere, può avere anche una funzione protettiva: fermarsi a una descrizione generale evita di riattivare i dettagli di esperienze dolorose. Nel breve periodo, l’evitamento può ridurre il disagio; nel tempo, però, può impoverire la narrazione di sé e rendere più difficile distinguere situazioni, emozioni e strategie che non sono tutte uguali (Blum, 2003).

La memoria autobiografica comprende una dimensione semantica e una episodica (Boyacioglu & Akfirat, 2015). La prima raccoglie conoscenze su di sé, per esempio sapere di avere frequentato una certa scuola o di avere vissuto in una città, senza richiedere la riattivazione di una scena precisa. La seconda permette di tornare mentalmente a un momento, recuperandone almeno in parte immagini, sensazioni e coordinate. È soprattutto questa qualità episodica a rendere vivido il passato (Conway, 2001). Vividità, precisione e valore emotivo non sono però intercambiabili: un episodio può essere vivido ma poco accurato, specifico ma spiacevole, oppure positivo ma povero di dettagli.

La capacità di passare dalle conoscenze generali a un evento delimitato richiede una ricerca organizzata. Si parte spesso da una fase della vita o da una categoria e si restringe progressivamente il campo. Emozioni intense, umore depresso e difficoltà cognitive possono interrompere questa ricerca prima che raggiunga il singolo episodio. Anche la difesa emotiva può avere lo stesso effetto: restare sul generale protegge dal contatto con una scena che potrebbe riattivare dolore o vergogna. Alla luce di ciò, la generalizzazione non può essere letta con una sola lente.

Per questo la domanda clinica non è soltanto “la persona ricorda oppure no?”. Conta come ricorda, fino a quale livello di dettaglio riesce ad arrivare e in quale situazione relazionale avviene il racconto. La memoria autobiografica, infatti, non è indipendente dall’ascoltatore. Raccontare un episodio personale a un professionista conosciuto, a uno sconosciuto, a un questionario o a una figura digitale può cambiare l’attenzione, l’esitazione e la disponibilità a esporsi. È da questa osservazione che nasce l’interesse per gli avatar.

Dipendenze e ricordi troppo generali: perché la specificità conta

Nei disturbi da uso di sostanze, la memoria autobiografica si colloca all’incrocio tra funzionamento cognitivo, regolazione emotiva e ricostruzione dell’identità (Addis & Tippet, 2008). L’uso prolungato di sostanze può associarsi ad alterazioni di sistemi coinvolti nella memoria e nel controllo esecutivo. Ma ridurre il problema a un danno neurocognitivo sarebbe incompleto: ricordare la propria vita significa anche avvicinarsi a esperienze legate a vergogna, perdita, stigma, conflitti e ricadute.

La letteratura scientifica mostra che le persone con dipendenza possono produrre più ricordi generalizzati rispetto ai controlli, impiegare più tempo nel recupero e richiamare con maggiore frequenza episodi negativi o neutri (De Groote et al., 2025). Alcune alterazioni sono state osservate in differenti periodi di vita e anche dopo l’astinenza (Nandrino et al., 2014). Non si tratta quindi necessariamente di una difficoltà confinata alla fase acuta dell’uso.

Il punto clinicamente interessante è ciò che viene perso quando il ricordo rimane generale. Un episodio specifico consente di chiedere: dove eri? che cosa era accaduto poco prima? quale emozione hai riconosciuto? che cosa hai fatto? chi era presente? Un’affermazione generale come “quando stavo male bevevo” offre molte meno informazioni di “quella sera, dopo quella telefonata, comprai una bottiglia e mi chiusi in casa”. Il secondo racconto non è utile perché più spettacolare, ma perché rende distinguibili antecedenti, decisioni, emozioni e conseguenze.

La specificità permette anche di correggere generalizzazioni costruite a posteriori. Se una persona ricorda soltanto la regola “non riesco mai a controllarmi”, la storia sembra uniforme e inevitabile. Tornare a singoli episodi può mostrare che il comportamento variava in base al luogo, alla compagnia, allo stato emotivo o alla disponibilità di aiuto. Questa differenziazione non cancella la gravità della dipendenza, ma rende il problema più analizzabile e può aprire punti di intervento concreti.

Allo stesso tempo, chiedere dettagli non è sempre e comunque appropriato. L’accesso a episodi traumatici richiede attenzione al momento del trattamento, alle risorse della persona e alla possibilità di offrire contenimento. La specificità è un indicatore utile, non un obiettivo da massimizzare meccanicamente. Un assessment responsabile deve distinguere la capacità di recuperare un ricordo dalla decisione clinica di approfondirlo.

Accedere a episodi concreti può sostenere la formulazione clinica e aiutare a riconoscere situazioni scatenanti, schemi ricorrenti e tentativi di fronteggiamento che in alcuni casi hanno funzionato. Può inoltre restituire complessità alla storia personale. Se tutti i ricordi vengono riassunti da una sola categoria – “ho sempre fallito”, “nessuno mi ha mai aiutato” – diventa più difficile recuperare eccezioni, risorse e passaggi di cambiamento.

La generalizzazione non va però interpretata come semplice resistenza o scarsa collaborazione. Può rappresentare una modalità di regolazione emotiva: evitare i particolari significa anche evitare una parte dell’impatto affettivo (Valentino, 2011). Nei disturbi da uso di sostanze, questa funzione protettiva può essere rafforzata dalla paura di essere valutati o stigmatizzati. Il setting faccia a faccia, indispensabile in moltissimi momenti della cura, può diventare durante un compito autobiografico anche una fonte di pressione sociale.

La letteratura non descrive comunque un profilo uniforme. Per esempio, le persone con dipendenza possono mostrare una minore frequenza di ricordi positivi e legati al raggiungimento di obiettivi, ma in alcuni studi hanno riferito una particolare ricchezza sensoriale quando riuscivano a recuperare eventi positivi (D’Argembeau et al., 2006). La difficoltà non sembra quindi coincidere con una cancellazione globale del passato. Può riguardare la via di accesso, la selezione degli episodi e il modo in cui il contenuto emotivo orienta la ricerca.

Questa distinzione ha conseguenze anche sul concetto di recupero. Ricostruire la propria storia non significa concentrarsi soltanto sugli episodi di consumo. Significa poter recuperare anche momenti di competenza, relazioni significative, decisioni diverse e circostanze nelle quali una strategia alternativa è stata possibile. La memoria specifica fornisce materiale più differenziato per comprendere il problema senza lasciare che l’intera identità venga assorbita dall’etichetta della dipendenza.

Un operatore della comunità non è una presenza neutra. Può essere una figura di fiducia, ma anche qualcuno da cui il paziente si sente osservato, dipendente o giudicato. La stessa domanda può quindi richiedere due lavori simultanei: cercare un ricordo e decidere quanto sia sicuro raccontarlo. Da qui l’ipotesi che una mediazione digitale possa modificare non il contenuto immagazzinato nella mente, ma le condizioni nelle quali l’accesso e la verbalizzazione diventano possibili.

Quando a fare la domanda è un avatar: tecnologia o nuova cornice relazionale?

La parola ‘avatar’ fa pensare spesso a mondi immersivi, visori e personaggi controllati dall’utente. In questo caso, l’esperienza era più semplice: un ambiente virtuale non immersivo, accessibile attraverso uno schermo e dispositivi familiari, nel quale una figura digitale presentava le parole-stimolo. I partecipanti rimanevano consapevoli dell’ambiente fisico e non indossavano un visore.

Questa precisazione è importante. Il confronto non riguardava una realtà virtuale spettacolare e multisensoriale, ma due modi di porre la stessa richiesta: attraverso un operatore sanitario presente nella stanza oppure attraverso un avatar, mentre il partecipante svolgeva il compito da solo. La tecnologia interveniva soprattutto sulla cornice interpersonale.

Perché dovrebbe cambiare qualcosa? Una prima possibilità riguarda la pressione valutativa. Quando raccontiamo un’esperienza sensibile a un’altra persona, monitoriamo le sue reazioni e le nostre parole. Ci chiediamo come verranno interpretate, se produrranno disapprovazione o se modificheranno l’immagine che l’interlocutore ha di noi. Questo controllo può essere particolarmente intenso quando chi ascolta possiede un ruolo clinico o istituzionale.

Un avatar può apparire meno coinvolto, meno autorevole o meno capace di giudicare. La comunicazione mediata dal computer è stata associata, in alcuni contesti, a una maggiore disponibilità a rivelare informazioni personali, grazie alla riduzione dell’immediatezza interpersonale e a un senso di anonimato relativo (Suler, 2004). Anche gli intervistatori virtuali possono facilitare la comunicazione di informazioni sensibili quando vengono percepiti come meno giudicanti (Lucas et al., 2014).

Questo non significa che tutti si sentano più sicuri davanti a una figura digitale. Per alcuni utenti l’avatar può essere freddo, innaturale o inquietante; per altri può introdurre diffidenza verso la registrazione e l’uso dei dati (Di Natale et al., 2024). Familiarità tecnologica, età, caratteristiche cliniche, qualità della voce e realismo grafico possono modificare l’esperienza. L’effetto non appartiene quindi all’avatar in astratto, ma alla relazione tra persona, compito, tecnologia e contesto.

La personalizzazione tecnica può riguardare volto, voce, genere, lingua e grado di realismo. Ciascuna scelta, però, porta con sé aspettative sociali. Una voce eccessivamente artificiale può ridurre il coinvolgimento; un volto iperrealistico ma poco naturale può generare estraneità; un avatar molto simile a una persona reale può aumentare invece l’impressione di essere osservati. Progettare l’interfaccia significa quindi progettare anche una parte dell’esperienza relazionale, non applicare una semplice veste grafica a un test invariato.

Nel presente studio l’avatar non rispondeva liberamente né interpretava i racconti. Presentava contenuti prestabiliti grazie a una combinazione di piattaforme: il personaggio era realizzato con Ready Player Me, il dialogo con D-ID e il video finale con Microsoft Clipchamp. Parlare di intelligenza artificiale senza questa precisazione rischierebbe di far immaginare un terapeuta autonomo. Il sistema era, più correttamente, un’interfaccia audiovisiva per una procedura standardizzata.

Il progetto aveva l’obiettivo di verificare il suo potenziale psicodinamico. In particolare, la ricerca ha indagato se l’ambiente mediato dall’avatar potrebbe effettivamente funzionare come una forma di spazio transizionale digitale. Lo “spazio transizionale” (Winnicott, 2020) non è una zona magica priva di conseguenze, ma una cornice intermedia nella quale l’esperienza interna può essere esplorata con una distanza diversa rispetto alla relazione diretta. L’avatar potrebbe modulare la presenza dell’altro, non eliminando la dimensione relazionale ma rendendola meno immediata e forse meno minacciosa. E ciò che emerge è che, cambiando la modalità di somministrazione, cambia anche la probabilità di produrre un ricordo specifico.

Lo studio: due incontri, ventiquattro parole e trentacinque storie personali

Dentro la comunità riabilitativa messinese Le.L.A.T. (Lega Lotta Aids E Tossicodipendenza), 35 pazienti con disturbo da uso di sostanze hanno messo alla prova i propri ricordi. I partecipanti allo studio frequentavano la comunità da almeno tre mesi.

Ogni partecipante ha svolto due sessioni: una faccia a faccia e una mediata dall’avatar. L’ordine è stato controbilanciato, così che non tutti incontrassero le condizioni nella stessa sequenza. Anche gli operatori assegnati alle due modalità venivano controbilanciati per ridurre il rischio che il rapporto precedente tra paziente e professionista spiegasse da solo i risultati.

Il compito era una versione modificata dell’Autobiographical Memory Test, sviluppato originariamente da Williams e Broadbent (1986). La logica è semplice: il partecipante ascolta una parola e deve richiamare un episodio autobiografico collegato a essa, preferibilmente riferito a un giorno o a un luogo preciso. Ogni partecipante aveva fino a 120 secondi per rispondere.

Le parole appartenevano a due gruppi. Alcune erano neutre, per esempio “sole”, “libro”, “automobile”, “mare” o “treno”. Altre erano collegate alle sostanze o a possibili situazioni trigger, come “sigarette”, “alcol”, “birra”, “cocaina”, “festa” e “fumo”. Per ciascuna modalità di somministrazione (avatar o faccia a faccia) veniva presentata una lista randomizzata di dodici stimoli: sei neutri e sei legati alle sostanze.

Dopo ogni ricordo, il partecipante ne valutava la piacevolezza su una scala da 1, “la peggiore esperienza di sempre”, a 10, “la migliore esperienza di sempre”. I ricercatori misuravano inoltre la latenza, cioè i secondi trascorsi tra la presentazione della parola e l’inizio della risposta. Specificità, tempo di accesso e tono affettivo descrivevano quindi aspetti diversi del processo.

Un ricordo era valutato come “specifico” se riguardava un singolo evento collocato in un tempo e in un luogo riconoscibili; “esteso” se durava più di un giorno; “categorico” se riassumeva eventi ripetuti. Nella sessione digitale l’avatar, di genere femminile come le operatrici delle sessioni faccia a faccia, presentava gli stimoli. La scelta mirava a evitare che una differenza di genere tra interlocutori introducesse un ulteriore elemento di confusione. Il partecipante restava solo durante il compito, per aumentare il comfort e ridurre la pressione sociale.

Che cosa è emerso: più ricordi specifici, ma non una memoria più veloce o più felice

Il risultato non riguarda quanti ricordi siano affiorati, ma la loro messa a fuoco. Davanti all’avatar, i partecipanti arrivavano più spesso a una scena precisa: non soltanto “quando bevevo”, ma quella sera, in quel luogo, dopo un evento. Di fronte all’operatore conosciuto, invece, il racconto tendeva più facilmente a fermarsi su categorie generali. In altre parole, cambiando l’interlocutore e la cornice del racconto, cambiava la frequenza con cui un’esperienza personale prendeva la forma di un episodio preciso.

Sul piano emotivo, l’avatar non addolciva ciò che tornava alla mente. A orientare la piacevolezza era la parola di partenza: gli stimoli neutri aprivano più spesso ricordi piacevoli, mentre quelli legati alle sostanze conducevano verso materiale più difficile. Questo accadeva in entrambe le modalità. La figura digitale poteva accompagnare il partecipante più vicino a una scena concreta, ma non cambiava il colore affettivo di quella scena né rendeva più leggero il passato evocato.

È il contrasto più illuminante: il contesto sembrava incidere sulla precisione con cui l’episodio veniva recuperato, mentre il suo sapore doloroso dipendeva dalla porta attraverso cui si entrava nella memoria. L’avatar non riscriveva il passato in chiave positiva. Quando la parola richiamava sostanze, feste o comportamenti di dipendenza, una scena più nitida poteva conservare tutto il suo peso emotivo. Precisione ed emozione, dunque, non viaggiavano insieme. Un ricordo poteva avere confini chiari ed essere doloroso; al contrario, una sensazione intensa poteva invadere il racconto senza restituire una scena.

Nemmeno davanti all’avatar i ricordi specifici diventavano la regola. Molte risposte restavano generali, segno che la difficoltà autobiografica non scompariva con un volto digitale sullo schermo. È qui che il risultato trova la sua misura: l’interfaccia sembra aprire un varco, non spalancare la memoria.

Uno spazio transizionale digitale? L’ipotesi più interessante resta da dimostrare

Il dato sulla specificità invita a spostare l’attenzione dalla memoria considerata come proprietà individuale al ricordo come evento relazionale. La domanda non è più soltanto se una persona possiede un episodio nella propria memoria, ma quali condizioni le permettono di raggiungerlo e narrarlo. Il medesimo stimolo, presentato da una voce umana conosciuta o da una figura digitale, può attivare aspettative diverse.

Nella relazione diretta, il volto dell’altro comunica continuamente. Un silenzio, uno sguardo o una variazione della postura possono essere letti come interesse, sorpresa o giudizio. Anche quando il professionista è accogliente, il paziente può anticipare una valutazione. Nei disturbi da uso di sostanze, stigma e vergogna possono rendere questa anticipazione particolarmente potente (Luoma et al., 2019). Parte delle risorse cognitive viene allora impiegata per controllare ciò che si dice e l’immagine che si offre.

D’altro canto, l’avatar riduce alcuni segnali, ma non annulla la relazione. È stato progettato da qualcuno, pronuncia domande stabilite da ricercatori, registra risposte destinate a essere ascoltate da esseri umani. L’apparente anonimato è quindi parziale. Proprio questa posizione intermedia rende utile la metafora dello spazio transizionale digitale: l’avatar si mostra come abbastanza relazionale da sostenere un compito narrativo, e abbastanza distante da modificare l’esposizione emotiva.

La mediazione potrebbe abbassare la sensazione di trovarsi sotto esame e consentire una ricerca meno difensiva. Potrebbe però agire anche in altri modi. La novità tecnologica potrebbe aumentare l’attenzione; una procedura più standardizzata potrebbe ridurre le variazioni nella presentazione; l’assenza dell’operatore potrebbe diminuire le distrazioni. I dati attuali non separano queste spiegazioni.

La nozione di spazio transizionale aiuta più che altro a evitare due estremi. Il primo è considerare l’interfaccia un canale neutro, come se la sostituzione di una persona con un avatar non avesse significato psicologico. Il secondo è attribuire alla tecnologia un potere terapeutico autonomo. In mezzo c’è una cornice costruita, che può modificare distanza, controllo e libertà percepita senza per questo diventare una relazione di cura completa.

Da questa prospettiva, anche un’apparente perdita può avere significati diversi. Una minore presenza sociale potrebbe facilitare la rivelazione di episodi stigmatizzati, ma potrebbe anche ridurre il senso di sostegno. Alcune persone hanno bisogno di distanza per iniziare a parlare; altre recuperano più facilmente i ricordi attraverso domande flessibili e segnali di partecipazione umana. Valutare un avatar richiede quindi di osservare contemporaneamente quantità e qualità dei racconti, sicurezza e alleanza.

Dall’esperimento alla pratica: gli avatar come supporto, non come sostituti

Lo studio apre una possibilità concreta per i servizi ad alta intensità assistenziale. Un avatar potrebbe presentare in modo standardizzato le parole di un test, alleggerire alcune attività ripetitive e offrire un canale alternativo alle persone che vivono con particolare difficoltà l’esposizione faccia a faccia. In contesti riabilitativi con risorse limitate, questa complementarità può essere rilevante.

La standardizzazione è un vantaggio, ma non basta. Un professionista competente adatta ritmo, linguaggio e sostegno alle reazioni della persona; riconosce quando interrompere e può cogliere segnali non previsti dal protocollo. L’avatar non possiede questa flessibilità. Se emerge un ricordo traumatico o aumenta il disagio, la presenza di una cornice clinica umana rimane essenziale.

Anche l’accessibilità deve entrare nella valutazione. Il formato non immersivo impiegato nello studio riduce costi e complessità rispetto a un visore e mantiene il contatto con l’ambiente reale. Tuttavia, problemi uditivi, scarsa familiarità con l’interfaccia, qualità della connessione o chiarezza della voce possono creare nuove barriere. Prima di attribuire un vantaggio psicologico alla tecnologia, occorre verificare che le domande siano percepite correttamente e che l’esperienza sia usabile.

Occorre infine distinguere automazione e autonomia clinica. Automatizzare la presentazione di stimoli è relativamente semplice; decidere come interpretare una memoria, quando approfondirla e se la persona sia pronta a farlo è un atto professionale. Il risparmio di tempo non dovrebbe derivare dal trasferimento all’utente di rischi prima gestiti dalla relazione. Un buon sistema libera risorse per il lavoro umano più complesso e mantiene chiaramente identificabile chi assume la responsabilità clinica.

I dati raccolti sono particolarmente sensibili. Un racconto autobiografico può contenere informazioni su salute, sostanze, attività illegali, relazioni e terze persone. Servono quindi minimizzazione dei dati, consenso comprensibile, regole chiare sull’accesso alle registrazioni, tempi di conservazione limitati e protezioni tecniche adeguate. L’impressione di parlare con un’entità non giudicante non deve nascondere il fatto che dietro il sistema esiste un’infrastruttura che tratta informazioni personali.

Va considerato inoltre il rischio di attribuire all’avatar capacità che non ha. Una figura dall’aspetto umano può indurre gli utenti a credere di essere compresi o accompagnati in modo più profondo di quanto il sistema consenta. Trasparenza significa spiegare chi ha progettato il compito, se le risposte vengono registrate, chi le esaminerà e che cosa l’avatar può o non può fare. La fiducia deve derivare da procedure verificabili, non dall’illusione di umanità.

La conclusione più solida è allo stesso tempo più limitata e più interessante dello slogan “gli avatar migliorano la memoria”. Il modo in cui poniamo una domanda può cambiare la forma della risposta. In alcune persone con disturbo da uso di sostanze, una presenza digitale è stata associata a racconti autobiografici più specifici di quelli prodotti davanti a un operatore conosciuto. La tecnologia non sostituisce la relazione di cura: rende visibile quanto quella relazione, nelle sue diverse configurazioni, partecipi al processo del ricordare.

Questa è anche una lezione per la sanità digitale in senso più ampio. Valutare una tecnologia clinica non significa chiedersi soltanto se il software funzioni o se l’utente riesca a completare il compito. Occorre osservare quale comportamento il dispositivo rende più probabile, quali segnali relazionali attenua, quali nuove pressioni introduce e chi rischia di essere escluso. Un’interfaccia può essere tecnicamente identica per tutti e psicologicamente molto diversa da persona a persona.

Il futuro più plausibile non è dunque un colloquio consegnato interamente alle macchine, ma un repertorio di modalità coordinate. Alcuni passaggi potranno restare faccia a faccia; altri potranno essere preparati attraverso un avatar e poi discussi con il clinico. La scelta dovrà essere reversibile, trasparente e guidata dall’obiettivo, non dal fascino della novità. Se studi più controllati confermeranno il risultato, il valore dell’avatar consisterà nel creare un’altra porta di accesso al racconto autobiografico, senza pretendere che quella porta sia adatta a tutti.

Bibliografia

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