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Direttore responsabile Alessandro Longo

IoT e sanità

Gadget fitness vs wearable sanitari: le differenze che bisogna sapere

di Eugenio Santoro, responsabile del laboratorio di informatica medica, Dip. Salute Pubblica IRCCS - Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”

12 Giu 2017

12 giugno 2017

Bisogna distinguere, innanzitutto, tra i dispositivi medici veri e propri e i cosiddetti gadget. Su questi ultimi qualche dubbio sorge soprattutto per la mancanza del necessario processo di valutazione che garantisce l’affidabilità delle misure ottenute da tali strumenti

Numerosi studi e report sono concordi nell’affermare che i progressi tecnologici, insieme a quelli scientifici, cambieranno in modo significativo il mondo della salute. Ingenti investimenti vanno sempre più verso le tecnologie emergenti per fornire soluzioni sanitarie innovative basate su sensori, sull’analisi di enormi quantità  di dati attraverso metodiche ispirate all’intelligenza artificiale e ai cosiddetti big data, sulla bioinformatica e sui software più avanzati in grado di migliorare i processi decisionali in sanità e i risultati per i pazienti. Un importante contributo in questo ambito è dato dall’Internet of Things (IoT). Attraverso l’IoT gli oggetti si rendono riconoscibili e acquisiscono intelligenza grazie al fatto di poter raccogliere dati su se stessi e comunicarli attraverso la Rete, oppure accedere ad informazioni aggregate da parte di altri.  L’IoT in ambito medico permette di creare strumenti in grado di rilevare e monitorare costantemente parametri di salute essenziali, in particolare attraverso le cosiddette “tecnologie indossabili”. A questa categoria di strumenti appartengono sia strumenti più professionali, spesso appartenenti alla categoria dei dispositivi medici, sia i cosiddetti i gadget (nati per il mondo del fitness e sempre più spesso proposti per il monitoraggio della salute) come braccialetti, smartwatch e indumenti dotati di specifici sensori che operano tramite gli smartphone.

Appartengono alla prima categoria strumenti che promettono di modificare il modo in cui siamo assistiti dal punto di vista della salute.

Abbot ha recentemente lanciato sul mercato glucometri particolarmente avanzati che prevedono, attraverso un sensore “impiantabile” che rimane per 14 giorni consecutivi nel braccio del paziente, il monitoraggio “a distanza” della glicemia senza che sia necessario versare una goccia di sangue. Novartis ha recentemente annunciato di avere iniziato una collaborazione con Qualcomm (una delle più importanti aziende hi-tech negli Stai Uniti) per sviluppare la prossima generazione di inalatori (che dovrebbero essere disponibili sul mercato nel 2019) per il trattamento di malattie respiratorie come la BPCO in grado, attraverso appositi sensori, di rilevare la modalità dell’utilizzo, il momento nel quale il dispositivo è stato utilizzato, l’aderenza alla terapia ed altre informazioni. Tali dati, una volta raccolti, saranno accessibili direttamente sullo smartphone del paziente che, attraverso specifiche applicazioni, potrà monitorare la corretta somministrazione della cura, ed eventualmente inviati su un server esterno affinchè il proprio medico possa monitorare l’andamento della sua patologia. La stessa Novartis ha stretto negli scorsi anni accordi con Google per la commercializzazione di specifiche lenti a contatto in grado di aiutare i pazienti diabetici a monitorare i propri livelli di glucosio partendo dal loro fluido lacrimale e di trasmetterli via wireless sul proprio smartphone o al server del proprio specialista. Nuove iniziative arrivano anche dal campo della ricerca scientifica, come lo sviluppo di guanti intelligenti, dotati di appositi sensori, che saranno in grado di quantificare il danno motorio agli arti superiori di pazienti colpiti da danni neurologici (e in particolare quelli affetti da sclerosi multipla), favorendo il processo di riabilitazione della mano.

Più esteso, perché rivolto al mercato dei consumer, è invece il fenomeno dei braccialetti e degli orologi intelligenti. Limitatamente all’area del fitness sono circa 19 milioni i weareable venduti ogni anno negli Stati Uniti, con stime per il 2018 intorno ai 110 milioni. In questo mercato l’Italia (con il 10,3% della popolazione) è seconda, in termini di numero di utenti che possiedono un dispositivo indossabile per il monitoraggio dell’attività fisica, agli Stati Uniti (12,2%), davanti a Germania (5,4%) e Francia (4,6%).

Sono molte le ragioni che spingono i consumatori a dotarsi di queste tecnologie: la possibilità di monitorare i propri parametri vitali (come per esempio la frequenza cardiaca e la qualità del sonno), di tenere traccia del numero di calorie consumate, del numero di passi e dei progressi ottenuti da sedute di allenamento pianificate, di monitorare la propria corsa ricevendo feedback per modificare correttamente la postura in caso di errori, di ottenere messaggi di allerta quando ci si sta sottoponendo a sedute di esercizio fisico particolarmente intense o degli avvisi su quando sia arrivato il tempo di assumere farmaci programmati per la giornata. Tali strumenti hanno numerose potenzialità nella modifica degli stili di vita, nella prevenzione delle malattie e nella gestione delle patologie croniche (come per esempio il diabete). Sebbene le potenzialità siano numerose, esistono molte perplessità da parte della comunità scientifica che ne limitano, di fatto, l’uso.

Intanto esiste il problema dalla (in)affidabilità di questi strumenti. Un conto è usarli per il tempo libero e lo sport, altra cosa è proporli come strumenti per il monitoraggio della persona, sfruttando i valori raccolti per prendere delle decisioni che in qualche modo riguardano la nostra salute. Come riporta correttamente Sergio Pillon in questo articolo tali strumenti, non essendo certificati come dispositivi medici, non sono stati sottoposti al processo di valutazione (obbligatorio per legge se vengono proposti e utilizzati per scopi medici), procedura che, oltre a garantire l’affidabilità delle misure ottenute dagli strumenti, stabilisce le responsabilità del costruttore, che deve risponderne nel caso in cui si presentino errori nella misurazione.  E che gli strumenti non siano sempre affidabili lo dimostrano diversi studi, tra cui quello citato da Sergio Pillon della California State Polytechnic University nel quale le rilevazioni del battito cardiaco ottenute attraverso l’impiego di due dispositivi di Fitbit in 43 soggetti durante le sedute di allenamento rispetto a quelle ottenute sugli stessi soggetti attraverso un elettrocardiogramma hanno dimostrato una variabilità (e quindi una discrepanza) media di 19 battiti al minuto nelle situazioni nelle quali l’utente era sottoposto a un’attività fisica moderata o intensa, con differenze importanti tra i due dispositivi.

Accanto a questa ragione ce ne sono altre. Per esempio, come indicano diverse ricerche, i wearable sono acquistati e utilizzati da chi segue già stili di vita sani e desidera quantificare i propri progressi. Studi scientifici che ne dimostrino l’efficacia rispetto agli strumenti standard in uso per risolvere lo stesso tipo di problema sono pochi e limitati in numerosità. A parte alcuni studi che evidenziano la maggiore efficacia dell’uso dei pedometri nell’aumentare l’attività fisica in pazienti anziani rispetto ai programmi standard, non esistono convincenti evidenze scientifiche che ne dimostrino il beneficio, e in particolare non esistono dimostrazioni che tali strumenti possano portare vantaggi alla categoria dei giovani, i maggiori fruitori dei servizi offerti dai wearable.

Di più. Un recente studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association (condotto su 471 adulti – molti per questa  tipologia di studi – di età inferiore ai 35 anni, in sovrappeso o obesi, che sono stati monitorati per due anni) ha dimostrato che aggiungere un dispositivo indossabile per il monitoraggio dell’attività fisica (BodyMedia FitCore), a un intervento per la modifica di stili di vita con l’obiettivo di ridurre il peso dei partecipanti non si è dimostrato efficace, evidenziando un’analoga riduzione nei due gruppi di trattamento.

A ciò occorre aggiungere il fatto che l’uso di tali strumenti segue la moda e gli utenti sono spinti ad usarli spesso solo per curiosità. Alcune recenti indagini dimostrano infatti che il 32% delle persone smette di indossarli dopo sei mesi dall’acquisto e il 50% dopo un anno.

In conclusione, è necessario che le aziende produttrici di wearable comincino ad assumersi delle responsabilità e condurre (o quantomeno finanziare) studi scientifici prendendo come modello la Evidence Based Medicine. Solo in questo modo tali strumenti non saranno più considerati una soluzione in cerca di un problema.

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