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Immuni aumenta i falsi positivi al coronavirus? Il problema

L’utilizzo di Immuni da parte degli operatori sanitari in ospedale farebbe davvero aumentare il rischio di falsi positivi? È l’ultima critica mossa all’app che dal 15 giugno sarà a regime in tutta Italia. Simile ad altre che vengono da varie Regioni. Ma proviamo a capire qual è il nocciolo della questione

10 Giu 2020
Eugenio Santoro

Responsabile del laboratorio di informatica medica, Dip. di Salute Pubblica IRCCS, Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”


Non passa giorno che non ci siano critiche o richieste di legittimi chiarimenti nei confronti dell’App Immuni, che sarà a regime in tutta Italia da lunedì prossimo, 15 giugno. L’ultimo “caso” in ordine di tempo riguarda il “suggerimento” fatto dalla Regione Marche di disattivare il bluetooth mentre sono al lavoro. Il problema non è l’app Immuni in sé, ma i falsi positivi, che potrebbero esserci. Ma poi, sarà proprio questo il nocciolo della questione?

Ci arriviamo, ma partiamo dalle critiche. Dopo la posizione di tre regioni, Piemonte, Veneto, FVG, contrarie all’uso di Immuni (a favore di loro app regionali o del metodo di tracciamento tradizionale – ne ho scritto su Agendadigitale.eu) oggi se ne è aggiunta un’altra, le Marche.

Qui non viene messo in discussione il funzionamento, ma è stato chiesto agli operatori sanitari che lavorano negli ospedali di disattivare il bluetooth quando sono al lavoro. Davvero strano un suggerimento di questo tipo, visto che è proprio negli ospedali che è probabile si presentino focolai della malattia, come dimostra il caso dell’ospedale Niguarda di Milano.

Immuni e operatori sanitari: aumentano i falsi positivi?

La motivazione della richiesta fatta agli operatori sanitari è che l’App Immuni rischia di aumentare il numero di falsi positivi. Ma sarà vero?

Le richieste di chiarimenti riguardano cosa accade, dal punto di vista lavorativo, a chi riceve un alert dalla app Immuni segnalando il fatto di essere stato in contatto con un individuo rilevatosi positivo. Se è chiaro il fatto che, nei confronti del proprio medico, l’auto-segnalazione è volontaria, dall’altra alcuni giuristi indicano la necessità del lavoratore deve auto-isolarsi dopo aver ricevuto la notifica, perché questa implica che è stato rilevato un ‘contatto stretto’, a rischio, tra il lavoratore e un contagiato negli ultimi 14 giorni. E se il lavoratore va in azienda lo stesso e si scopre che era al corrente di essere stato a ‘contatto stretto’ con un contagiato, rischia sanzioni disciplinari fino al licenziamento e ricadute penali.

Dunque secondo i giuristi, chi riceve l’alert deve senza alcun dubbio, in quanto contatto stretto, essere messo immediatamente in quarantena con sorveglianza attiva. 

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Il chiarimento necessario e urgente

Può la segnalazione al medico da parte di un possibile contatto allertato dalla app Immuni essere volontaria dal punto di vista sanitario e l’autoisolamento obbligatorio dal punto di vista lavorativo? Urge per questo un chiarimento da parte del Ministero della Salute e da tutti gli organismi coinvolti.

A ben vedere il problema non è l’app Immuni. Il problema sono i falsi positivi, che potrebbero esserci, è bene ricordarlo, anche con il tracciamento manuale tradizionale. In entrambi i casi la risposta può essere data da un tampone eseguito in tempi brevi per evitare che si costringano le persone a lunghi periodi di isolamento (in seguito a tracciamento tradizionale) o di auto-isolamento (in seguito all’app Immuni). Allora il problema diventa organizzativo (come sono organizzate in proposito le Regioni?) e non tecnologico.

Conclusioni

In conclusione, c’è un tentativo in corso di dimostrare da parte di alcuni (senza dati) che il tracciamento manuale è meglio di quello digitale (fatto con l’app Immuni) nell’individuare i contatti e nel ridurre il numero di falsi positivi, e da parte di altri (sempre senza dati) di dimostrare il contrario.

Peccato che a questa domanda non sarà mai possibile dare una risposta. Perché la sperimentazione (termine quanto mai abusato in questa circostanza) in atto da lunedì scorso in Puglia, Liguria, Abruzzo e Marche si concentrerà più sulla fattibilità e sul rodaggio dell’app che sulla efficacia della stessa. Interessante e utile sarebbe stato misurare l’efficacia nell’individuare i contatti e ridurre il numero di falsi positivi tramite l’app Immuni vs il tracciamento tradizionale. Ma questo, per varie ragioni (tra cui la resistenza di noi italiani a usare il metodo scientifico) non sarà fatto.

Quello che è certo è che, indipendentemente dalla natura del tracciamento (manuale o digitale), il tampone deve essere comunque garantito in tempi brevi ai contatti. Questo è il vero problema. Sono pronte le Regioni a farlo? O il loro boicottaggio nei confronti di Immuni nasce dalla difficoltà a fare i tamponi, come da tempo e da molti scritto su questo giornale?

In altre parole la questione non è di innovazione, quanto di organizzazione sanitaria; non è nel campo del ministero dell’Innovazione ma in quello della Salute e delle Regioni.

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