l'analisi

Regioni contro Immuni, ecco perché è un problema per tutti

Dopo Veneto e Friuli Venezia Giulia, ora anche il Piemonte sconsiglia l’uso di Immuni e vorrebbe invece fare da sé nel contact tracing. Posizione pericolosa, figlia di autonomie regionali sempre più insostenibili in emergenza

05 Giu 2020
Eugenio Santoro

Responsabile del laboratorio di informatica medica, Dip. di Salute Pubblica IRCCS, Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”

Photo by Ashkan Forouzani on Unsplash

Adesso anche la Regione Piemonte prende le distanze da Immuni, dopo Veneto e Friuli Venezia Giulia. Ed è un problema: per la sorte dell’app e soprattutto per il contrasto nazionale al virus.

Di fondo fanno leva sull’autonomia regionale in materia Salute e, tra i motivi del rifiuto di Immuni, spicca la necessità di mantenere un controllo più stretto su tracing e tamponi.

Vediamo perché.

Il Piemonte contro Immuni

La task force della Regione Piemonte sconsiglia alla Regione di promuovere l’app. Vari motivi dichiarati: scarsa utilità, alcuni smartphone e anziani tagliati fuori. Citato, dal capo della task force Ferruccio Fazio, anche il fatto che l’app usa un modello decentralizzato, pro privacy, con i dati di tracciamento che restano solo su smartphone. La task force invece – allineandosi a un desiderio diffuso in ambito sanitario anche nazionale, in verità – insiste sull’utilità di avere un controllo sui dati di tracciamento. Ossia avrebbe voluto un modello centralizzato (stesso motivo che ha spinto il Regno Unito in questa direzione).

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«Chi vuole scaricare l’app lo faccia pure, i dati saranno caricati sulla piattaforma Covid ma solo per valutare l’andamento epidemiologico», dice Fazio.

Il Piemonte quindi sottolinea l’importanza del suo modello di tracciamento, perlopiù manuale.

Il Veneto Contro Immuni

Anche il Veneto considera Immuni poco utile, meglio il suo modello – dice il presidente Zaia – quello della biosorveglianza, che in verità è molto tecnologico (su big data); ma non ha un app di contact tracing.

Zaia, come Fazio, evidenzia che è un problema per loro non avere controllo sul processo: “Se sei positivo ti arriva un messaggio ‘hai avuto un contatto positivo vai dal tuo medico. Ma noi che siamo la sanità non abbiamo contezza di quello che sta accadendo. E se chi ha ricevuto il messaggio non va dal medico perché ha paura della quarantena o perdere il lavoro? E se mi va in giro a seminare contagio?”.

Covid-19: così Regione Veneto ha monitorato l’epidemia con la biosorveglianza

Friuli Venezia Giulia contro Immuni

Stessa critica a Immuni dal governatore del FVG Massimiliano Fedriga: “Immuni prevederà non la ricostruzione della catena di contatti dei soggetti risultati positivi, come peraltro richiesto dalla Regione al fine di integrare in modo omogeneo il lavoro oggi svolto manualmente, bensì l’invio di un sms (sic: è una notifica, in realtà, Ndr.) ai cittadini entrati a contatto con un contagiato. Questo significa che si passerà da una gestione affidata ai Servizi sanitari a un’azione diretta (e priva del supporto di professionisti) dei cittadini, a cui competerà l’onere di chiamare il medico di base: una soluzione poco avveduta che rischia di ingenerare panico o, nel caso in cui il cittadino decidesse di non rivolgersi al medico curante, di vanificare l’efficacia dell’app”.

Regioni contro Immuni: una scelta sbagliata

Certo c’è un motivo politico dietro queste scelte – sono tre regione della Lega, del resto. Sfruttano il fatto che le competenze regionali sulla Salute sono delle Regioni e solo una riforma costituzionale può cambiare le cose (già il premier Conte durante il lockdown ha ventilato l’opportunità di modifiche, in una conferenza stampa, per una gestione più centralizzata delle emergenze).

I motivi della disobbedienza regionale

La questione è figlia insomma della frammentazione sanitaria regionale, che già ha altre conseguenze (si pensi al caos del fascicolo sanitario elettronico, i ritardi su telemedicina).

Le Regioni vogliono mantenere il controllo della Sanità a tutti i livelli, di qui l’insistenza su modelli centralizzati e il disprezzo della decentralizzazione. Per due motivi. Per poter controllare di più la catena dei contagi. Per poter gestire totalmente la questione tamponi. Il ragionamento è questo: i tamponi sono a carico delle Regioni e alcune di loro vogliono poterli fare solo a cittadini sintomatici (eccetto il Veneto che li fa a tappeto). Non va bene per loro insomma che il cittadino asintomatico possa chiedere il tampone solo perché ha ricevuto la notifica su Immuni.

Già la conferenza delle Regioni qualche giorno fa aveva rilevato come il contact tracing dell’app immuni non sia integrato con i sistemi regionali e con le diverse strutture e presidi del Servizio Sanitario Regionale. E rischia quindi di essere solo un appesantimento burocratico, senza vantaggi per i cittadini.

App Immuni, ecco perché le Regioni sono scettiche

Perché è un errore

Purtroppo questa posizione è sbagliata perché indebolisce il tracciamento dei contagiati e quindi mette a rischio la salute di tutti. C’è bisogno anche dell’app, non basta il tracciamento manuale e altri sistemi anche tecnologici. Le Regioni sottovalutano i contagi occasionali, quelli che avvengono nella folla; contatti che il positivo ha difficoltà a ricordare e quindi a riportare agli operatori sanitari con il tracciamento manuale.

La politica: “decido io chi testare” inoltre contrasta con la politica delle tre T, tracing, testing, treatment che prevede integrazione e coordinamento delle tre cose. 

L’Italia dimentica il tracing, testing, treatment: ecco perché è un problema

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