L'analisi

Immuni, i mali di un sistema sanitario disorganizzato

Asl e medici che non sanno come fare se il paziente ha Immuni. Tamponi che non arrivano a domicilio. Tutti mali collegati e che prescindono da Immuni: non c’è ancora un protocollo sanitario strutturato, digitale, per gestire al meglio casi e tamponi. E i risultati si vedono in questi giorni

11 Ott 2020
Sergio Pillon

Rappresentante VAS nella European Public Health Alliance - Digital Health Working Group, già coautore e coordinatore della Commissione Paritetica Nazionale per la governance delle Linee di indirizzo sulla Telemedicina (Ministero della Salute, Conferenza Stato-Regioni) 


I mali dell’app Immuni, sperimentati da alcuni utenti in questo periodo, sono i mali del sistema sanitario nazionale che in questa fase non sta riuscendo a gestire in modo efficiente l’ondata di contatti a rischio e tamponi da fare.

Eppure la soluzione c’è ed è a portata di mano: un protocollo nativamente informatico, come sta facendo – tra pochissimi – la Regione Toscana. 

Invece quasi tutta l’Italia procede a mano, spesso a caso e per buona volontà di singoli operatori sanitari, singole Asl.

Se asl e medici non sanno come gestire Immuni

E i risultati si vedono. Il caos di questo momento me lo riportano i miei pazienti. Lo segnalano alle cronache, anche, come il politico Ferruccio Sansa che, dopo essere risultato positivo al virus, si è visto rispondere dall’asl ligure “Ha Immuni? Non sappiamo cosa farne”.

Non sapeva insomma che avrebbe dovuto assistere il paziente per il caricamento, sui server sanitari, di tutti i suoi codici temporanei rappresentativi del suo smartphone. Codici che avrebbero poi permesso di avvisare tutti gli utenti Immuni con cui quel paziente è stato a contatto a rischio.

Ricordiamo che sono notificate da Immuni le persone che si ritrovano quei codici (rappresentativi dello smartphone del paziente) nella memoria del proprio smartphone, a patto che l’algoritmo utilizzato rileva che il contatto è avvenuto per un tempo e una distanza sufficienti perché ci sia un rischio.

Ci sono diversi indizi che intorno alla gestione di Immuni, e non solo, l’Italia non sta applicando un protocollo strutturato.

  • Ci sono Asl, come abbiamo visto, che non sanno che fare; o perlomeno può capire che non lo sappia l’operatore sanitario con cui per caso l’utente è venuto a contatto.
  • Immuni dice, con la notifica, di contattare il medico, che però non sempre è informato del da farsi o persino può essere irreperibile per giorni. Che si fa in questo caso? Non è dato sapere.
  • Ci sono stati casi (lo riporta il tecnologo Francesco Paolicelli ad agosto, alle prese con un’asl pugliese) di utenti a cui l’asl non ha saputo dare corretti tempi di quarantena.

Eppure le linee guida del ministero della Salute ci sono, in caso di contatti a rischio (rilevati con Immuni o con il tracking manuale): quarantena di 14 giorni dal momento del contatto; tampone immediato in caso di sintomi e risultati che devono arrivare in 2-3 giorni. Questi sono tempi dettati dalle migliori evidenze internazionali su cosa è necessario fare per controllare l’epidemia.

Tamponi

Sappiamo che anche altri Paesi hanno difficoltà a fare abbastanza tamponi nei tempi giusti (Stati Uniti ci riescono solo nel 40 per cento dei casi). In Italia però, a differenza di altri Paesi europei, pesa anche l’assenza di un protocollo strutturato che si applichi su scala nazionale. Secondo alcuni, come la giurista Vitalba Azzolini, l’Italia aveva la facoltà costituzionale di imporre un protocollo a tutte le asl nell’emergenza pandemica, nonostante l’autonomia regionale in fatto di Sanità; ma per ora vi ha rinunciato.

L’assenza di protocollo, e il conseguente andare avanti per volontà individuale ed erratica di singole asl, operatori (con poche eccezioni regionali), si paga anche sul fronte tamponi.

In questi giorni il problema sta emergendo nelle cronache: l’Italia in questi sei mesi non si è dotata di sufficienti risorse per fare quello che dovrebbe. Ossia tamponi domiciliari tempestivi (invece che dopo alcuni giorni, come avviene ora).

A una mia paziente, con febbre a 38, il medico di famiglia ha consigliato di andare di persona in ospedale (violando la legge), per farsi un tampone; con l’auspicio così di averlo subito. Ma la paziente è stata rimandata indietro perché la struttura, romana, era sovraccarica.

Un protocollo informatico

Ci sono chilometri di code per fare tamponi, soprattutto nel Lazio. Ergo che il sistema domiciliare non funziona, per mancanze di risorse.

Ma un protocollo servirebbe anche a questo problema. Non solo ad assicurare che asl e medici sappiano cosa fare. Ma anche a efficientare l’uso dei tamponi e sapere con precisione di quanti operatori c’è bisogno per farli; pre-condizione per potere ottenere le risorse necessarie ad affrontare l’emergenza.

Ma se si va avanti in modo destrutturato non è possibile calcolare le proprie esigenze e attrezzarsi.

E un protocollo strutturato ora può essere solo un protocollo nativamente informatico. Sulla cui carenza, in Italia, lo stesso Istituto superiore della Sanità in questi mesi ha parlato a lungo. A vuoto, per ora, a quanto pare.

E l’aumento di notifiche, grazie a Immuni, che si somma al tracking manuale, mettere ancora di più alla prova un sistema che resta analogico e de-strutturato.

Possibile che nemmeno una pandemia basti per far lavorare la nostra Sanità, tutta, in modo digitale, ossia nel solo modo efficiente possibile (soprattutto in emergenza, quando le risorse vanno calcolate e gestite con precisione)? Vogliamo credere che non sia così e che anzi proprio questa pandemia sarà opportunità, positiva, per una svolta della nostra Sanità.

Il tempo per farlo è sempre più limitato.

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