l'analisi

Immuni, troppi errori e scelte discutibili: perché il Governo non ha voluto rimediare

È mancata la certezza che il Sistema Sanitario “prendesse in carico” Immuni; il Governo è stato così preso dalla tutela della privacy, da nascondere i documenti da comunicare ai cittadini e, poi, si è scelto di non lavorare coi big del web per uscire dai limiti dell’app. Perché? Esaminiamo la ratio delle scelte (sbagliate)

Pubblicato il 03 Nov 2020

Mario Dal Co

Economista e manager, già direttore dell’Agenzia per l’innovazione

app coronavirus

Ammettiamolo: non si è però ancora trovata una soluzione nemmeno agli errori più evidenti di Immuni: la mancata integrazione a monte della app nel sistema di prevenzione della Sanità Pubblica; la decisione di evitare il confronto pubblico e politico su documenti che sollecitano scelte impegnative (meno privacy in cambio di meno limitazioni di altre libertà personali?) e il rifiuto a priori di collaborare coi giganti del web per uscire dal piccolo cabotaggio della app Immuni (come in parte richiesto dal professor Andrea Crisanti, che aveva presentato in agosto un piano per affrontare l’inevitabile esplosione della fase due in autunno).

Un insieme di scelte che hanno impedito all’opinione pubblica di avere dei dati certi e incontrovertibili su cui misurare l’efficienza del governo, delle amministrazioni, dei partiti. Scelte, dunque, consapevoli?

Proviamo a capirne la ratio.

In principio arrivò Immuni

Si iniziò con la decisione di creare una app nazionale. Erano in fermento le Regioni, che avevano deciso di procedere per conto proprio, nel silenzio colpevole dell’Europa.

Gli esempi virtuosi di utilizzo del tracciamento digitale non mancavano: tutti in Asia, dove la Corea del Sud, Singapore, Hong Kong, la Cina, il Giappone, avevano avviato il tracciamento dei contagiosi tramite il controllo dei movimenti e dei contatti. Accettando limitazioni relativamente alla privacy.

Il 29 aprile la ministra dell’innovazione Paola Pisano presentava la soluzione adottata per l’app, come efficace perché basata su quattro requisiti:

  • che l’intero sistema integrato di contact tracing sia interamente gestito da uno o più soggetti pubblici e che il suo codice sia aperto e suscettibile di revisione da qualunque soggetto indipendente voglia studiarlo;
  • che i dati trattati ai fini dell’esercizio del sistema siano resi sufficientemente anonimi da impedire l’identificazione dell’interessato;
  • che la decisione di usare la soluzione tecnologica sia liberamente assunta dai singoli cittadini;
  • che raggiunta la finalità perseguita tutti i dati ovunque e in qualunque forma conservati, con l’eccezione di dati aggregati e pienamente anonimi a fini di ricerca o statistici, siano cancellati con conseguente garanzia assoluta per tutti i cittadini di ritrovarsi, dinanzi a soggetti pubblici e privati, nella medesima condizione nella quale si trovavano in epoca anteriore all’utilizzo della soluzione;
  • che la soluzione adottata – nelle sue componenti tecnologiche e non tecnologiche – possa essere considerata, almeno in una dimensione prognostica, effettivamente efficace sul piano epidemiologico.

Il primo è un omaggio all’ideologia dell’open source e della pubblicizzazione di ogni attività, slogan cari alla base elettorale del governo. Dimenticando che la stessa app è basata sull’accordo di interoperabilità raggiunto tra Apple e Google per consentire il reciproco riconoscimento via bluetooth dei terminali basati sui due diversi sistemi operativi. Un accordo tra aziende private, realizzato con l’esplicita finalità di aiutare a combattere l’allargamento dell’epidemia.

Il secondo è un omaggio alla predominante preoccupazione europea per la privacy, preoccupazione che in nome della tutela di una specifica libertà impedisce soluzioni di tracciamento dei contatti capaci di arginare la diffusione del virus. Ma quelle soluzioni ridurrebbero anche gli interventi dei governi che limitano drasticamente altre libertà, non meno importanti della tutela della privacy: le libertà di movimento, di lavoro, di studio, di cura della salute dei cittadini.

Il terzo rappresenta una perniciosa confusione (come vedremo più avanti) tra libertà e libero arbitrio, quasi che un cittadino potesse scegliere di andare all’estero senza passaporto.

Il quarto è un dannoso nuovo omaggio alla tutela della privacy, poiché promette di distruggere dati che, anonimizzati, fornirebbero un formidabile materiale di ricerca per il futuro.

Il quinto è un auspicio generico, che come tale non può rientrare tra le modalità di azione di un governo di una democrazia rappresentativa.

In sostanza, le preoccupazioni espresse fin dalle origini della app Immuni, hanno schivato le questioni fondamentali, a cui diversi studi avevano già dato risposta:

  • solo l’integrazione della app nel sistema di prevenzione della Sanità Pubblica può dare le gambe alla app;
  • solo l’obbligatorietà dell’uso della app è in grado di mettere in contatto un numero utile di potenziali contatti a rischio (altro che libero arbitrio). Anche non volendo istituire l’obbligo, bastava dare priorità nell’accesso ai servizi di prevenzione a chi aveva scaricato la app, per ottenere un effetto analogo;
  • solo il tracciamento obbligatorio, anche se anonimizzato, dei movimenti e dei contatti può dare risultati rilevanti per chi ricerca gli snodi della diffusione del contagio;
  • solo la definizione nel contesto europeo un sistema unico di tracciamento, o con app interoperabili, o con una unica app, può dare un contributo alla prevenzione delle seconde ondate dell’epidemia, poiché l’Unione è un mercato unico e la mobilità dei cittadini una realtà, prima ancora che un diritto.

Il concetto di libertà

In inglese si distingue tra freedom e liberty: freedom è il libero arbitrio del soggetto, liberty è l’uso responsabile della libero arbitrio: io sono libero di commettere un reato, ma non ho la libertà di commetterlo. In italiano la distinzione concettuale non è immediatamente legata a due distinti vocaboli.

Tornando alla scelta della app Immuni da parte della ministra dell’Innovazione, mancava, nella presentazione iniziale e nell’ampio andirivieni di dichiarazioni e auspici dei mesi successivi, l’impegno del governo e delle istituzioni a rendere efficace l’uso della app, ossia a far sì che, una volta avvenuto il contatto tra due cellulari per una durata temporale minima, il sistema sanitario fosse informato dell’evento, qualora un contatto risultasse con un soggetto contagiato. È mancata la certezza che il Sistema Sanitario “prendesse in carico” la app, ossia alimentasse il data base su cui essa poggia per poter individuare nell’incontro tra due cellulari o altri apparecchi mobili, il soggetto che risulti positivo da precedenti controlli sanitari.

Come si può pensare che le garanzie di anonimato e tutela della privacy, consolidate da secoli nella prassi medica, venissero considerate irrilevanti a favore di un macchinoso e lento processo di anonimizzazione generale? Perché non si è fatto affidamento sulle garanzie di tutela che la sanità ha sempre dato ai cittadini, estendendole e sanzionandole in caso di violazioni realizzate con la app? Come si è potuto pensare che una app così macchinosa (volontaria, anonima, senza georeferenziazione) potesse essere di qualche utilità al Servizio Sanitario Nazionale, che ha solo 9000 tracciatori in servizio in tutta Italia, subissati di lavoro?

La (mancata) pubblicità delle scelte

Solo con il recente DPCM, si impone (nuovamente) al Sistema Sanitario Nazionale di caricare e scaricare obbligatoriamente i dati registrati dalla app Immuni. Ma di nuovo ciò accade senza risolvere nessuna delle questioni iniziali e senza menzionare il trade off reale, quello che consente di scegliere se avere una app efficiente e utile, o rinunciarci in nome di una tutela della privacy che, in epoca di social network, sembra una minuscola foglia di fico.

Il trade off politico che il governo e il Parlamento avevano e hanno il dovere di presentare agli elettori può esser posto in questi termini: “volete più controlli e meno privacy in cambio di meno limitazioni delle libertà personali di lavoro, di movimento, di accesso alla salute, meno danni economici e meno vittime?”

Attenzione, non si tratta del tema posto con parole accorate dal direttore de La Stampa Massimo Giannini, scritte dal reparto di terapia intensiva in cui è ricoverato: “se vogliamo contenere il virus, dobbiamo cedere quote di libertà. Non c’è altra soluzione”.

La scelta non è tra più libertà o meno libertà, come se la libertà fosse una cosa sola.

La scelta è tra diversi aspetti, diversi contenuti concreti della nostra libertà, dove il punto di equilibrio, per poter dire se stiamo guadagnando o perdendo, dipende dall’importanza che viene attribuita da ciascun cittadino ai gradi di libertà che l’impatto della pandemia pone in discussione riguardo a lui. E sapendo che non tutti i cittadini godono e apprezzano allo stesso modo i gradi di libertà di cui dispongono o che gli sono assicurati sulla Carta.

Silenzi colpevoli

Il governo è così preso dalla tutela della privacy, che nasconde anche i documenti da comunicare ai cittadini. Dimostra che tutta questa premura verso i cittadini è, come si suol dire, “pelosa”.

Andrea Urbani, direttore generale della Programmazione sanitaria ha dichiarato “Non c’è stato nessun vuoto decisionale. Già dal 20 gennaio avevamo pronto un piano secretato e quel piano abbiamo seguito. La linea è stata non spaventare la popolazione e lavorare per contenere il contagio”. Tutti i regimi totalitari nascondono la verità per non spaventare i cittadini, ma almeno non se ne vantano: continuano a fingere che la menzogna sia la verità. Con quale faccia si chiede il voto in sede elettorale sull’operato del governo, se le sue azioni si basano su documenti riservati? E con quale credibilità si va a chiedere ai cittadini di “responsabilizzarsi” sulla gestione della pandemia, dal momento che li si considera dei bambini da “tutelare” rispetto alla realtà?

E ancora, uno dei più prestigiosi scienziati mobilitati sul fronte dell’epidemia, con risultati di assoluto rilievo nel contrastare la sua diffusione nel Veneto, il professor Andrea Crisanti, aveva presentato in agosto un piano per affrontare l’inevitabile esplosione della fase due in autunno, in modo da evitare lockdown generalizzati con i relativi disastrosi impatti sul Servizio sanitario e sul PIL.

Collegare Immuni al sistema Sanitario

Chiedeva, tra le altre cose, di potenziare la capacità di effettuare tamponi con laboratori nuovi e mobili, di incentivare l’utilizzo della app Immuni con accesso prioritario ai tamponi, di concordare con Google la possibilità di accedere ai dati sui movimenti delle persone in entrata e in uscita dal territorio nazionale. Il governo non ne ha fatto nulla.

Nella categoria della mancata (o debole, per gli ottimisti) integrazione di Immuni con il sistema sanitario nazionale inseriamo anche la necessità di fare un call center per la gestione degli utenti che hanno ricevuto una notifica. Come fatto in Germania. Da noi, niente: la sensazione è quella di essere abbandonati a sé stessi, alla ricerca del nostro medico di famiglia, a volte poco informato, e quindi dell’Asl, che pure spesso è risultata poco informata o poco collaborativa con l’utente.

L’ideale cosa sarebbe stato? L’hanno già detto in molti: dopo la notifica un clic per essere messi in contatto con il call center, che ci spieghi cosa fare nella nostra regione e che si interfacci con l’asl.

Infine, io stesso ho scaricato la app Immuni prima dell’estate. Non ho mai ricevuto alcuna notifica. Poi ho scoperto il perché: in Veneto non c’è ancor oggi l’applicativo che consenta al Servizio sanitario di parlare con la app. Qui non è stato il governo, ma la Regione a non informare che la app per noi della laguna non era prevista. Io, nella mia testolina continuavo ad oscillare tra l’idea che l’app Immuni fosse una presa per i fondelli, e l’illusione di avere dei comportamenti così virtuosi da non avere mai avuto contatti a rischio. La mancata informazione produce disinformazione.

Crisanti non è solo l’artefice della strategia di blocco della diffusione nel Veneto, con la chiusura di Vo’ Euganeo, prima zona rossa, e l’applicazione ai suoi abitanti del tampone generalizzato che ha svelato la dimensione degli asintomatici, ma ha delineato nel suo documento di agosto un accesso ai big data in possesso dei giganti del web. È con i grandi del web che occorre lavorare per uscire dal piccolo cabotaggio della app Immuni.

Si dirà ma chi li trova i soldi per fare tutto quello che chiede Crisanti?

Si potrebbe rispondere: cominciamo con l’affiancare ai 9000 tracciatori del Servizio Sanitario i 2600 navigator che si girano i pollici da alcuni mesi -non per colpa loro- in fondo la loro competenza non dovrebbe essere dissimile da chi cerca di rintracciare un contatto a rischio.

Si potrebbero aggiungere i 40 milioni di investimenti e il milione e mezzo al giorno di gestione del piano per i tamponi massivi di Crisanti: sarebbero soldi ben spesi, capaci di creare vero lavoro, utile per evitare il tracollo economico e sociale. Meno sussidi e più lavoro utile.

Ma il governo non ha risposto.

C’è una stolidità astuta nel rifiutare il confronto pubblico e politico su documenti che sollecitano scelte impegnative.

Infatti, se ci si ferma alla tutela della privacy, si può sempre dire: “in Cina sono più bravi, ma si sa loro non tutelano la privacy”. Se invece si va oltre, promettendo meno lock down, meno quarantene etc, occorre predisporre non solo le app efficaci, ma anche le infrastrutture sanitarie, quelle di trasporto, quelle scolastiche, quelle di tracciamento del contagio.

Insomma, ponendo in modo esplicito il trade off che abbiamo indicato, si rischia di essere valutati sui tempi, sulla qualità, sulle scelte del governo; l’opinione pubblica avrebbe dei dati su cui misurare l’efficienza del governo, delle amministrazioni, dei partiti: meglio evitare!

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