Per molto tempo il rapporto con la sanità è stato relativamente lineare: il cittadino avvertiva un bisogno, entrava in contatto con un professionista e riceveva una risposta all’interno di un sistema organizzato attorno a luoghi, tempi e competenze ben riconoscibili. Oggi quella sequenza si è fatta più complessa.
Prima di una visita si cercano informazioni online, si confrontano sintomi, si leggono referti, si interrogano chatbot; dopo una diagnosi si torna sul web per comprenderne meglio il significato, verificare un termine tecnico o preparare le domande da porre al medico. L’accesso all’informazione sanitaria non coincide più con l’accesso al sistema sanitario.
Indice degli argomenti
Lo STADA Health Report 2026 sulla sanità italiana
È in questa trasformazione che lo STADA Health Report 2026 acquista particolare interesse. Più che restituire una semplice fotografia dell’opinione pubblica, il rapporto intercetta un passaggio di fase: il cittadino non è più soltanto destinatario della cura, ma partecipa alla costruzione del proprio percorso attraverso una combinazione di iniziativa personale, strumenti digitali e relazione professionale. È un cambiamento che non elimina la fiducia nelle figure sanitarie; al contrario, sembra ridefinirne la funzione.
Il focus italiano, presentato da EG STADA Group in collaborazione con Il Sole 24 Ore, è stato realizzato da Human8 su circa 2.000 persone tra i 18 e i 76 anni, nell’ambito di una ricerca online condotta in venti Paesi tra febbraio e marzo 2026. I dati italiani meritano di essere letti insieme: separati rischiano di generare interpretazioni troppo semplici; combinati mostrano invece un sistema nel quale apertura tecnologica, bisogno di relazione e insoddisfazione selettiva convivono.
AI e relazione umana nella salute degli italiani
Il dato più immediato riguarda l’intelligenza artificiale. Il 59% degli italiani dichiara di poter prendere in considerazione una consulenza basata sull’AI invece di rivolgersi direttamente a un medico. Fermarsi a questa percentuale, però, altererebbe il significato della risposta. L’apertura è nella maggior parte dei casi condizionata: il 23% la accetterebbe se fosse possibile confrontarsi successivamente con un professionista sanitario, il 13% la utilizzerebbe come secondo parere e l’11% la prenderebbe in considerazione per disturbi lievi.
Non emerge quindi una disponibilità indiscriminata a delegare la cura alla macchina. Emerge piuttosto la volontà di introdurre un nuovo livello informativo e operativo prima, durante o dopo l’interazione con il professionista. Lo stesso dato sull’uso effettivo dell’AI va nella medesima direzione: il 44% degli intervistati dichiara di non utilizzarla per la propria salute; tra chi già lo fa, gli impieghi più frequenti sono comprendere meglio una diagnosi ricevuta, indicato dal 31%, e cercare consigli di prevenzione su stile di vita, alimentazione e attività fisica, indicato dal 25%.
Ancora più significativa è la natura delle aspettative. Il 44% vorrebbe che l’AI contribuisse a diagnosi più rapide, il 39% a un’assistenza meno costosa e il 35% a un accesso più semplice ai servizi, anche nelle aree rurali o svantaggiate. Sono richieste rivolte soprattutto alle frizioni del sistema: tempo, costo, accessibilità. Non alla sostituzione della relazione.
Le preoccupazioni confermano questo limite. Il 52% teme errori o diagnosi errate, il 36% l’utilizzo dei dati sanitari senza consenso e un altro 36% la riduzione dell’interazione umana.
Nella rilevazione europea il messaggio è ancora più netto: il 55% utilizza già l’AI in relazione alla propria salute, soprattutto per comprendere diagnosi, sostenere la prevenzione o prepararsi a una visita; tuttavia il 77% continua ad affidarsi a medici di medicina generale e altri professionisti per le decisioni sanitarie. L’AI viene accolta più facilmente quando si occupa di attività amministrative o data-driven: gestione di appuntamenti e follow-up, monitoraggio delle cronicità, presa di appunti durante la visita.
Lo stesso STADA sintetizza questa preferenza in termini molto chiari: i cittadini chiedono alla tecnologia di intervenire sui problemi sistemici — velocità, accesso, costi — ma vogliono che ciò avvenga attraverso canali umani affidabili. È forse questa la distinzione più importante per comprendere il dibattito sull’AI in sanità: l’innovazione viene accettata quando amplia capacità e accessibilità, molto meno quando sembra sostituire il rapporto fiduciario.
Professionisti sanitari tra informazione digitale e fiducia
Questa evoluzione emerge chiaramente anche dalle aspettative nei confronti degli operatori sanitari. Nel campione italiano il 74% continua a considerarli i principali responsabili dell’educazione alla salute. Il 45% prevede che medici, farmacisti e altri professionisti saranno sempre più coinvolti in consulenze digitali e a distanza; il 31% immagina per loro un ruolo crescente come consulenti e interpreti degli strumenti di AI; il 26% ritiene che saranno destinati a rafforzare proprio la funzione di riferimento umano affidabile.
È un cambio di ruolo importante. Quando l’informazione sanitaria era scarsa, il valore del professionista risiedeva anche nel possesso dell’informazione. In un ambiente digitale caratterizzato dal problema opposto — una sovrabbondanza di informazioni di qualità molto diversa — acquista più valore la capacità di selezionarle, verificarle e tradurle in una decisione appropriata per quella specifica persona.
La crescita dell’AI non riduce necessariamente questa funzione; può anzi renderla più necessaria. Un cittadino può arrivare alla visita con una spiegazione generata da un modello linguistico, un’ipotesi ricavata da un motore di ricerca o una sintesi automatica di un referto. Il problema non sarà più soltanto fornire informazioni, ma stabilire quali siano affidabili, quali siano pertinenti e quali non dovrebbero orientare una scelta clinica. In questo senso il professionista diventa anche validatore, interprete e, quando necessario, correttore dell’informazione digitale.
La farmacia come presidio di prossimità e mediazione
È dentro questo scenario che il ruolo della farmacia assume un significato particolare. Nel report europeo i farmacisti sono il secondo gruppo più influente nelle decisioni di salute dopo medici di medicina generale e altri provider: sono indicati dal 57% degli intervistati. STADA definisce il banco della farmacia uno dei principali punti di contatto reali con la salute. Il dato italiano rafforza questa lettura: il 69% preferisce ancora ricevere la consulenza del farmacista in presenza.
La centralità della farmacia non deriva però soltanto dalla capillarità territoriale. Sta cambiando il modo in cui essa si inserisce nella continuità assistenziale. La ricetta elettronica, il dossier farmaceutico, i servizi di farmacia dei servizi e le nuove modalità di presa in carico dei pazienti cronici spostano progressivamente la farmacia da luogo di dispensazione a nodo della rete di prossimità.
La disciplina vigente sulla farmacia dei servizi prevede, nell’ambito della presa in carico della cronicità, la possibilità di un accesso personalizzato ai farmaci presso le farmacie, in collaborazione con medici di medicina generale e pediatri e sempre nel rispetto delle prescrizioni mediche. Attraverso le procedure della ricetta elettronica e le funzionalità del dossier farmaceutico, la farmacia può inoltre contribuire al monitoraggio dell’aderenza, fornire informazioni sulla corretta assunzione e conservazione dei medicinali e segnalare al medico elementi utili, compresa la necessità di rinnovo delle prescrizioni.
Il punto non è trasferire alla farmacia diagnosi o prescrizione, che restano escluse, ma ridurre passaggi burocratici non necessari e rendere più continua la gestione della terapia. È un cambiamento particolarmente rilevante in un Paese anziano, con una quota crescente di cronicità e con differenze territoriali nell’accesso ai servizi. Se la relazione con il medico resta il centro decisionale, la farmacia può diventare uno dei luoghi in cui quella relazione si estende nel quotidiano.
L’AI aggiunge un ulteriore livello. Se sempre più persone interrogano chatbot per comprendere sintomi, terapie o referti, la farmacia può diventare uno dei luoghi più accessibili in cui quelle informazioni vengono ricondotte a un contesto sanitario reale: confermate quando sono corrette, ridimensionate quando sono generiche, indirizzate al medico quando richiedono una valutazione clinica. Non si tratta di trasformare il farmacista in un filtro universale dell’AI, ma di riconoscere che la diffusione del self-care digitale aumenta il bisogno di punti di mediazione affidabili e facilmente raggiungibili.
Sanità italiana, soddisfazione e criticità nel report STADA
Questa stessa cautela interpretativa è necessaria davanti al dato più negativo del report. In Italia la soddisfazione complessiva per il sistema sanitario si ferma al 45%, in calo rispetto al 48% del 2025. È importante distinguere con chiarezza il significato di questo dato: il 45% misura la soddisfazione generale degli intervistati verso il sistema sanitario pubblico nella rilevazione STADA.
Non è un indicatore di esiti clinici, non misura la qualità della chirurgia e non rappresenta la performance di una specifica area assistenziale. Per comprendere dove si concentra davvero l’insoddisfazione occorre quindi guardare alle domande successive del report, che evidenziano criticità precise e non un giudizio indistinto su ogni componente del SSN.
Quando si entra nel merito delle criticità, le valutazioni diventano molto più precise. Il 73% indica i lunghi tempi di attesa legati alla carenza di personale tra le principali sfide; il 57% segnala l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle malattie croniche; il 55% richiama il difficile accesso a un’assistenza economicamente sostenibile. Allo stesso tempo, il sistema viene percepito come relativamente efficace nell’accesso ai farmaci, indicato positivamente dal 59%, mentre il sostegno alla salute mentale si ferma al 21%, gli strumenti e servizi digitali al 23% e l’assistenza agli anziani al 24%.
La fotografia è quindi selettiva: non un sistema percepito come inefficace in ogni sua componente, ma un sistema nel quale alcune funzioni risultano molto più fragili di altre. Questo è importante anche per la trasformazione digitale. Se la criticità percepita riguarda soprattutto l’accesso, la tecnologia acquista valore quando riduce un attrito reale; perde invece senso quando si limita ad aggiungere un nuovo canale digitale a un processo che rimane organizzativamente inefficiente.
L’OECD offre un riscontro indipendente. Nell’Health at a Glance 2025, il 44% degli italiani dichiara soddisfazione per la disponibilità di assistenza sanitaria di qualità, contro una media OECD del 64%. Ma lo stesso profilo Paese mostra che l’Italia ottiene risultati superiori alla media OECD in sei dei dieci indicatori principali relativi ad accesso e qualità delle cure e garantisce formalmente la copertura dei servizi essenziali all’intera popolazione. Anche qui performance e percezione non sono sinonimi.
Un altro dato OECD aiuta a evitare letture eccessivamente negative: nell’indagine PaRIS 2024, riferita in Italia a pazienti seguiti in setting ambulatoriali specialistici in alcune regioni, l’82% delle persone senza patologie croniche e il 78% di quelle con cronicità valuta positivamente l’assistenza ricevuta; la fiducia nel professionista raggiunge rispettivamente l’80% e il 79%. Il dato non è rappresentativo dell’intera popolazione italiana, ma mostra quanto l’esperienza concreta di cura possa essere valutata diversamente rispetto al giudizio generale sul sistema.
Il confronto europeo dello STADA Health Report 2026
È qui che il confronto internazionale diventa utile, a condizione di non trasformarlo in una classifica semplicistica. Secondo OECD, la quota di persone soddisfatte della disponibilità di cure di qualità arriva all’89% in Svizzera, all’86% in Belgio e al 75% in Svezia, contro il 44% dell’Italia. Lo STADA Report, che utilizza una propria domanda e una propria metodologia, restituisce a sua volta livelli molto elevati in Belgio e sensibilmente più bassi in Italia.
Le differenze sono reali, ma i sistemi che vengono giudicati non sono equivalenti. Il cittadino svizzero vive un modello basato sull’assicurazione sanitaria obbligatoria, con premi, franchigie e compartecipazioni visibili; il sistema belga combina assicurazione sociale obbligatoria, rimborsi e co-payment; la Svezia mantiene un’impostazione largamente pubblica e universalistica, ma con un’organizzazione fortemente regionale e un diverso equilibrio tra finanziamento, accesso e servizi. Il cittadino italiano vive invece un Servizio sanitario nazionale finanziato prevalentemente attraverso la fiscalità e caratterizzato da una forte universalità formale.
Proprio la Svezia è utile per evitare una conclusione troppo facile sulla gratuità. Nel 2025 l’OECD rileva che l’86% della spesa sanitaria svedese è coperta da forme di prepagamento obbligatorio, una quota superiore alla media OECD, e tuttavia la soddisfazione per la disponibilità di cure raggiunge il 75%. Non esiste quindi una relazione semplice tra costo direttamente percepito e apprezzamento del sistema. Ciò che conta sembra essere la combinazione tra accesso, organizzazione, continuità, qualità dell’esperienza e aspettative.
Esiste inoltre un problema di prospettiva. Ogni cittadino conosce soprattutto le frizioni del sistema che utilizza quotidianamente. Le attese di casa propria sono esperienze immediate; premi assicurativi, franchigie, rimborsi o vincoli di sistemi stranieri restano spesso concetti astratti. Il confronto internazionale è quindi utile quando rende visibili differenze strutturali, non quando alimenta l’idea che altrove funzioni sempre meglio. In altre parole, l’erba del vicino può apparire più verde anche perché non ne vediamo direttamente costi, compromessi e zone d’ombra.
Questo non ridimensiona le criticità italiane. Al contrario, consente di focalizzarle meglio. Se il problema è l’attesa per una visita, la risposta non è spiegare al cittadino che altrove paga una franchigia; è intervenire su quell’attesa. Se il sostegno alla salute mentale è percepito come insufficiente, il confronto utile è con i modelli che riescono a integrare quei servizi nella presa in carico. Se il digitale è considerato ancora debole, la domanda non è quanta tecnologia acquistare, ma quanto essa renda davvero più semplice entrare nel sistema.
Il valore del SSN oltre il prezzo delle prestazioni
Anche il tema della gratuità merita quindi una formulazione diversa. Il Servizio sanitario nazionale non è gratuito in senso economico: è finanziato collettivamente e redistribuisce il rischio sanitario attraverso la fiscalità. Per il cittadino, però, molte prestazioni sono gratuite al punto d’uso oppure prevedono una compartecipazione limitata. Questo attenua la visibilità del costo, ma non implica automaticamente una minore percezione di valore.
La questione più interessante è semmai come rendere percepibile il valore pubblico senza trasformarlo in un prezzo. Un sistema può rendere visibile ciò che produce attraverso informazioni più comprensibili su percorsi, tempi, esiti, servizi disponibili, costi evitati, prevenzione e continuità assistenziale. La trasparenza sul valore generato è diversa dalla richiesta al cittadino di pagare di più. Ed è probabilmente una distinzione cruciale in un sistema universalistico: far comprendere il valore senza creare nuove barriere all’accesso.
In questo senso, anche la comunicazione sanitaria è parte dell’infrastruttura. Un servizio che esiste ma non viene conosciuto, un percorso digitale troppo difficile da utilizzare o una possibilità di presa in carico che resta invisibile al cittadino hanno un valore potenziale che non si traduce in esperienza. La percezione non è quindi un tema cosmetico: è anche il risultato di quanto bene un sistema rende leggibile ciò che offre.
Self-care digitale e sanità italiana tra scelta e necessità
Lo STADA Health Report pone infine una questione che merita di essere osservata nei prossimi anni. A livello europeo il report stesso nota che l’aumento dell’autogestione della salute può essere letto in due modi: come maggiore empowerment oppure, almeno in parte, come necessità quando i professionisti sono difficili da raggiungere. Nei Paesi con bassa soddisfazione del sistema, l’adozione dell’AI tende infatti a essere più alta: Romania e Serbia mostrano livelli di utilizzo dell’AI del 74%, mentre in Belgio, dove la soddisfazione è molto più elevata, l’adozione è al 45%.
Non è una prova di causalità e non sarebbe corretto dedurre che le liste d’attesa spingano automaticamente i cittadini verso i chatbot. È però una correlazione che suggerisce una domanda importante: quanta parte del self-care digitale nasce dal desiderio di partecipare maggiormente alla propria salute e quanta dalla difficoltà di ottenere in tempi ragionevoli una risposta dal sistema?
La distinzione è decisiva. Un cittadino che utilizza l’AI per comprendere meglio una diagnosi e poi discuterne con il medico sta esercitando una forma di empowerment. Un cittadino che utilizza un chatbot perché non riesce ad accedere a una valutazione professionale può invece trovarsi in una situazione di sostituzione involontaria. Dal punto di vista delle politiche sanitarie, i due fenomeni richiedono risposte completamente diverse.
AI e relazione nel futuro della sanità italiana
Il quadro che emerge dallo STADA Health Report 2026 è dunque meno binario di quanto possa sembrare. Gli italiani non rifiutano l’intelligenza artificiale, ma ne delimitano implicitamente il campo. Non rifiutano il sistema sanitario in ogni sua componente, ma individuano con precisione alcuni punti di debolezza. Non chiedono meno professionisti perché esistono nuovi strumenti digitali; sembrano piuttosto chiedere professionisti più accessibili, supportati dalla tecnologia e capaci di orientare in un ambiente informativo sempre più complesso.
Da questa prospettiva, la farmacia assume un ruolo emblematico: un luogo fisico che diventa progressivamente più digitale senza perdere la propria funzione relazionale. La ricetta elettronica, il dossier farmaceutico, la gestione della cronicità e l’AI non cancellano il banco della farmacia; possono trasformarlo in un punto di connessione tra informazione, terapia, aderenza e sistema.
La stessa logica può essere applicata al resto del SSN. La trasformazione digitale non dovrebbe avere come obiettivo quello di sostituire la relazione, ma di riservarla ai momenti in cui genera più valore. Automatizzare una prenotazione, semplificare un rinnovo, supportare il monitoraggio o aiutare a preparare una visita può restituire tempo al professionista e ridurre attriti per il cittadino. Ma proprio perché l’informazione automatizzata aumenta, diventano più importanti responsabilità, verifica e capacità di contestualizzazione.
Forse è questa la lettura più interessante del rapporto. La sanità che sta emergendo non è meno umana perché più digitale. Può diventarlo se la tecnologia viene utilizzata come sostituto dell’accesso e della relazione. Può invece diventare più accessibile e persino più umana se viene impiegata per ridurre il tempo speso in attività a basso valore e rafforzare i punti nei quali il giudizio professionale, la fiducia e la prossimità fanno davvero la differenza.
Il tema, allora, non è decidere se affidarsi all’AI o al medico, né stabilire quale sistema sanitario europeo sia il migliore osservando una singola percentuale di soddisfazione. È capire quali funzioni possano essere digitalizzate, quali debbano restare relazionali e come costruire un sistema nel quale il cittadino non sia costretto a scegliere tra velocità e fiducia. È su questa capacità di integrare accesso, tecnologia e presenza umana che si giocherà una parte importante del valore futuro del Servizio sanitario nazionale.
Fonti
• EG STADA Group, “STADA Health Report 2026 – Focus Italia”, 23 settembre 2026. https://www.egstada.it/?catid=8&id=348%3Astada-health-report-2026&view=article
• STADA, “STADA Health Report 2026 – Chapter 2”, 2026. https://www.stada.com/media/health-reports/stada-health-report-2026/chapter-2
• STADA, “STADA Health Report 2026 – Chapter 3”, 2026. https://www.stada.com/media/health-reports/stada-health-report-2026/chapter-3
• OECD, Health at a Glance 2025: Italy. https://www.oecd.org/en/publications/health-at-a-glance-2025_15a55280-en/italy_c737c936-en.html
• OECD, Health at a Glance 2025: Belgium. https://www.oecd.org/en/publications/health-at-a-glance-2025_15a55280-en/belgium_48dbe97f-en.html
• OECD, Health at a Glance 2025: Switzerland. https://www.oecd.org/en/publications/health-at-a-glance-2025_15a55280-en/switzerland_7139bf0d-en.html
• OECD, Health at a Glance 2025: Sweden. https://www.oecd.org/en/publications/health-at-a-glance-2025_15a55280-en/sweden_e51ede07-en.html
• OECD, Health at a Glance 2025, PaRIS indicators on experienced quality of care and trust in healthcare professionals.
• Ministero della Salute, “Ricetta elettronica e CUP”, aggiornamenti 2025. https://www.salute.gov.it/new/it/tema/ricetta-elettronica-e-cup/
• D.Lgs. 3 ottobre 2009, n. 153, art. 1, e successive modifiche: farmacia dei servizi, accesso personalizzato ai farmaci, ricetta elettronica e dossier farmaceutico.
• Ministero della Salute, Piano Nazionale della Cronicità, aggiornamento 2025.
































Partecipa alla community