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Sanità digitale, a che punto siamo: il quadro aggiornato

Avanti su Fascicolo sanitario elettronico e Ricetta dematerializzata. Anagrafe e Cartella clinica digitale invece al palo. Tutto sommato facciamo progressi nonostante i pochi investimenti sul digitale. Ecco lo stato dell’arte, a cura dell’osservatorio Netics

Pubblicato il 06 Mar 2017

Paolo Colli Franzone

Fondatore di NetSquare srl e IMIS

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Sanità digitale, a che punto siamo: il quadro aggiornato

A distanza di poco meno di sei mesi dall’ultimo punto della situazione, proviamo a ricostruire gli avanzamenti e a delineare la roadmap per tutto quello che rimane ancora da fare in sanità digitale.
Se ci limitiamo agli obiettivi dell’ormai anzianotto “Piano per la Crescita Digitale”, la situazione risulta essere sufficientemente positiva: obiettivi più o meno raggiunti, come vedremo fra qualche riga.
Peccato che “Crescita Digitale”, come abbiamo già ampiamente avuto modo di dire, trattasse la sanità come un argomento di risulta dedicandole pochissime pagine interamente asservite al raggiungimento di obiettivi di tipo amministrativo-burocratico non a caso “fortemente voluti” dal MEF.

Ricetta dematerializzata. Continua la progressione favorevole: le ricette farmaceutiche dematerializzate rappresentano più dell’80% del totale, e salvo pochissime eccezioni in tutte le Regioni abbiamo superato la soglia del 75%. Siamo un pochino più in ritardo sulla dematerializzazione delle ricette per visite specialistiche e analisi diagnostiche, ma anche qui tutti i segnali sono positivi e fanno ben sperare se adottiamo la fine del 2017 come il traguardo da raggiungere.
Ci tocca ricordare che stiamo parlando di una dematerializzazione “sino a un certo punto”: come è noto, i medici di famiglia continuano a stampare le ricette avendo solamente evitato il ricorso a moduli prestampati (la mitica “ricetta rossa”) in favore del foglietto bianco. Una bella notizia per i produttori di stampanti e di toner, diciamo.
Stiamo parlando anche di una ricetta dematerializzata non ancora esportabile fuori dai confini regionali: se il medico mi prescrive un farmaco di venerdì pomeriggio a Torino e io poi parto per la Val d’Aosta, dovrò aspettare il lunedì per averlo. Prima o poi ci arriveremo, comunque.
Aldilà delle poche inevitabili critiche, si tratta di una rivoluzione epocale il cui merito va tutto quanto a chi è riuscito a conquistare il consenso da parte di tutte le parti in causa (SSN, medici di famiglia e pediatri di libera scelta, farmacie, produttori di software gestionale) incontrando relativamente pochi ostacoli lungo il cammino.
A dimostrazione del fatto che le iniziative di digitalizzazione fortemente volute dal MEF riescono ad andare in porto senza eccessivi problemi e in tempi relativamente ristretti.

Fascicolo Sanitario Elettronico. Dovremmo essere a 7-8 Regioni che hanno reso pienamente operativo il fascicolo, più un altro paio di situazioni di più o meno diffusa “sperimentazione”.
Il dubbio sulla cifra effettiva è dato dalla difficoltà di accedere ai dati di reale dispiegamento e utilizzo del FSE da parte degli operatori sanitari e dei cittadini, per cui è difficile capire l’effettivo stadio raggiunto da alcune Regioni non troppo disposte a socializzare i dati di diffusione e, soprattutto, la profondità delle funzioni attivate. In non pochi casi, si “vende” come FSE un nucleo minimo di servizi online tipo il rilascio telematico di referti o la funzionalità di scelta/revoca del medico di medicina generale, giocando non poco su quello che potremmo definire il “gap semantico” del fascicolo: ciascuno può darne la definizione che più gli piace, in assenza di una definizione precisa e di una visione unanimemente condivisa.
Anche qui, la bella notizia: in almeno tre casi (Lombardia, Emilia Romagna e Provincia Autonoma di Trento) si comincia a parlare di “nuovo” fascicolo sanitario elettronico. Si supera il “vecchio” fascicolo inteso come repository di files PDF e si va verso piattaforme di “vera” rappresentazione della storia clinica del paziente e di integrazione di dati provenienti da fonti diverse a partire dai devices.
Ed è qui che risiede la concreta possibilità di arrivare a un FSE riconosciuto come utile dagli operatori sanitari (oggi piuttosto critici) e dai cittadini.

Cartella Clinica Digitale. Potremmo dire: “non pervenuta”.
Se la misuriamo in termini di software applicativo acquisito e reso disponibile agli utenti, più o meno ci siamo: di software ne è stato venduto abbastanza, diciamo.
Il problema qui è di reale utilizzo, oltre che di non superamento delle croniche situazioni di eccessiva frammentazione. Non sono pochi gli ospedali dove di applicativi di gestione della cartella clinica ce ne sono a mezze dozzine, nella più totale assenza di interoperabilità.
Gli informatici dicono che è tutta colpa dei medici e degli infermieri. I medici e gli infermieri dicono che la maggior parte dei software che vengono loro propinati dagli informatici non sono in grado di soddisfare le loro reali necessità.
La verità non sta probabilmente nel mezzo: da analista/osservatore che ormai da quasi tre anni tende a confrontarsi più con gli operatori sanitari che non con gli IT Manager di ASL e ospedali, mi viene da dare più ragione a questi ultimi. Il gap fra un software “medio” di cartella clinica diffuso in Italia rispetto a quanto si può vedere in un ospedale tedesco, austriaco, israeliano o americano è stratosferico. Galassie di distanza.
Ed è esclusivamente un problema di prezzo: un sistema informativo ospedaliero in Austria, a parità di dimensioni, costa almeno il triplo di un sistema acquistato in Italia.

Anagrafe Unica degli Assistiti. Non pervenuta.
La scelta di legare l’ANA all’ANPR (Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente), oltrechè sbagliata concettualmente si è anche rilevata perdente a causa degli enormi ritardi accumulati nel processo di centralizzazione delle 8.000 anagrafi comunali.
Rassegnamoci quindi ad aspettare ancora un paio d’anni, se tutto va bene.

Sintetizzando: le cose vanno avanti, magari con un po’ di fatica ma vanno avanti. Ed è molto, se paragoniamo questa situazione ad altre dove siamo davvero fermi al palo.
Ed è moltissimo, se consideriamo il livello quasi irrisorio di risorse economiche che l’Italia dedica alla digitalzzazione delle strutture sanitarie. Le nozze coi fichi secchi, diciamo.
Ma qui il ragionamento si fa complicato, in un Paese che non riesce ad assimilare l’idea che i soldi destinati all’ICT non sono soldi gettati. In un Paese che non riesce a separare, all’interno delle norme che regolano gli appalti, le logiche di acquisizione di un sistema informativo da quelle che governano la compravendita di calcestruzzo e tondino di ferro.
Ma questa è un’altra storia, diranno i miei dieci lettori.

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