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i casi

Sanità digitale, troppe promesse fallite: che c’è da imparare

La sanità digitale è costellata da insuccessi anche abbastanza clamorosi, forse perché preceduti da una copertura troppo sensazionalistica. Emblematico è il caso di Google e dei suoi vari progetti finiti con un nulla di fatto. Ma i casi di successo ci sono. Ecco la lezione da trarre

20 Dic 2018

Eugenio Santoro

Responsabile del laboratorio di informatica medica, Dip. di Salute Pubblica IRCCS, Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”


Per portare a termine con successo progetti nell’ambito della sanità digitale, i grandi investimenti e le alleanze con importanti aziende possono non bastare . Un esempio emblematico è quello di Google che ha bloccato, ultimo in ordine di tempo, anche il progetto delle lenti a contatto per misurare i livelli di glucosio.

Da questo tipo di insuccesso ci sono delle lezioni da trarre: le aziende devono comprendere che c’è bisogno di più ricerca scientifica e di obiettivi raggiungibili e verificabili; i media, dal canto loro, dovrebbero evitare sensazionalismi e prediligere notizie accompagnate da risultati. Perché ce ne sono.

Tutti gli insuccessi di Google (ehealth e non solo)

Certo non si può dire che le cose stiano andando bene a Google in questo periodo. Solo poco più di un mese fa, all’inizio di ottobre, l’azienda di Mountain View aveva deciso di chiudere, dopo 8 anni, Google Plus, il social network nato per contrastare Facebook. Un bug sulla sicurezza che avrebbe messo a rischio i dati degli account di 500.000 utenti, la ragione ufficiale. Un sostanziale sottoutilizzo da parte degli utenti, nonostante l’integrazione con Gmail, i quali per condividere, postare, taggare hanno preferito altre piattaforme concorrenti, la vera ragione.

Non si erano ancora spenti gli echi della clamorosa debacle che in questi giorni è arrivata un altra importante decisione a parte del colosso dell’informatica: bloccare il suo famoso (e più longevo) progetto delle lenti a contatto intelligenti per la misurazione dei livelli di glucosio.

Il progetto, iniziato nel 2014 da una collaborazione tra Verily (una società legata a Goolgle X Lab e poi confluita nella divisione Life Science di Alphabet – la nuova struttura nata dalla riorganizzazione di Google) e Alcon (la divisione del gruppo Novartis che opera nel campo della oftalmologia) aveva come obiettivo lo sviluppo di lenti a contatto dotate di specifici sensori in grado di rilevare il livello di glucosio presente nelle lacrime. L’ipotesi di fondo era che esistesse una correlazione tra questo valore e la concentrazione di glucosio nel sangue. Secondo tale ipotesi, lo strumento avrebbe potuto fornire una valida alternativa per i pazienti diabetici all’uso di glucometri e altri strumenti invasivi per in monitoraggio della glicemia. Un mercato decisamente ricco, considerato che secondo i dati pubblicati dalla World Diabetes Federation nel mondo sono 425 milioni le persone che vivono con il diabete (1 adulto su 11) e che secondo l’Istituto nazionale di statistica in Italia le persone con diabete sono oltre 3 milioni.

Le ragioni dello stop

Le ragioni del blocco sono da imputare alla insufficienza di dati e di prove in grado di dimostrare una reale correlazione tra il glucosio presente nelle lacrime e la concentrazione di glucosio nel sangue, e quindi alla insussistenza di un solido sopporto scientifico da accompagnare alla richiesta di registrazione come dispositivo medico.

Nonostante le numerose prove cliniche effettuate, gli sviluppatori si sono scontrati con la difficoltà di ottenere letture glicemiche affidabili muovendosi in un contesto così complicato come quello della oftalmologia. Per esempio, si sono accorti che l’interferenza da parte delle biomolecole contenute nelle lacrime ha reso difficile ottenere misurazioni accurate della presenza di zucchero, peraltro disponibile in quantità insufficienti nel film lacrimale. Inoltre, gli studi condotti hanno dimostrano che esistono difficoltà a ottenere le necessarie condizioni di stabilità per una lettura accurata della presenza di glucosio nelle lacrime.

Eppure, gli investimenti non sono mancati, visto che lo scorso anno Verily ha raccolto oltre 800 milioni di dollari di finanziamento. Parte di quegli investimenti saranno dirottati nello sviluppo di altre tipologie di lenti intelligenti per gestire i pazienti con presbiopia, e per migliorare la loro vista dopo un intervento chirurgico alla cataratta.

Non è la prima volta che Google fallisce il suo ingresso in campo sanitario. I Google Glass, proposti nel 2013 come strumento che avrebbe rivoluzionato la medicina e l’assistenza medica favorendo la telemedicina, la comunicazione medico-paziente, l’accesso immediato a dati sanitari utili in condizioni di emergenza, la gestione remota del paziente, l’uso della realtà aumentata per l’accesso da parte del medico a fonti eterogenee di informazioni, oggi sono usati quasi esclusivamente in ambiti formativi, soprattutto tra in area chirurgica. E che dire di Google Health, il sistema basato sul web per la gestione delle cartelle sanitarie personali lanciato nel 2008, che avrebbe dovuto dotare ogni americano di uno spazio dove inserire i propri dati sanitari e che è stato dismesso nel 2011?

La lezione da trarre da questa esperienza

Se c’è qualche lezione da trarre da questa esperienza è che non basta contare su grandi investimenti per realizzare progetti o allearsi con le grandi aziende farmaceutiche per realizzarli, ma è necessario garantire alcune condizioni:

  • Occorre fare ricerca scientifica su più livelli: uno studio preliminare sufficientemente solido avrebbe probabilmente riscontrato per tempo le difficoltà incontrate; nel caso di risultati positivi si sarebbe potuto procedere con studi avanzati su una numero maggiore di letture e di pazienti.
  • Nello sviluppo di strumenti tecnologici occorre porsi dei traguardi realisticamente raggiungibili e verificabili.

Soprattutto, e qui la critica è nei confronti dei media, occorre fare attenzione ad enfatizzare troppo gli annunci dei big dell’informatica e dei cosiddetti “medical futurist” (la categoria di medici e tecnologi che intravedono nei progetti di oggi le soluzioni a molti problemi) dall’uso facile, nella coniugazione dei verbi, del condizionale e del futuro (già nel 2015 si pubblicavano articoli che sostenevano che “ricorrendo alle lenti a contatto smart si sarebbe potuto monitorare, attraverso il fluido lacrimale, il livello di glucosio nei pazienti affetti da diabete”), prediligendo notizie accompagnate da risultati, frutto di studi clinici, che ne dimostrino la reale affidabilità ed efficacia.

L’utilizzo dell’IA in Sanità, i risultati

Come per esempio quella recente che ha visto, per la prima volta, la Food and Drug Administration (FDA) americana certificare come dispositivo medico un sistema basato sull’intelligenza artificiale.

Il dispositivo certificato, chiamato IDx-DR, è un software che utilizza un algoritmo di intelligenza artificiale per analizzare le immagini della retina ottenute dalla fotocamera retinica NW400 di Topcon ed è in grado di rilevare un livello superiore a lieve di retinopatia diabetica negli adulti con diabete. La validazione dello strumento è avvenuta attraverso uno studio clinico, pubblicato su Nature Digital Medicine che ha permesso di elaborare le immagini retiniche ottenute da 900 pazienti con diabete in 10 centri di cura primaria confrontando i suggerimenti ottenuti con quelli degli specialisti coinvolti. I risultati sono stati sorprendenti visto che lo strumento è stato in grado di identificare correttamente un livello superiore a lieve di retinopatia diabetica nell’84,4% dei casi, e l’assenza della stessa nell’89,5% dei casi nei quali effettivamente il problema non era presente.

Sulla base di questi risultati, la FDA ha autorizzato il sistema per l’uso da parte del personale che lavora nei centri di cure primarie e dei professionisti sanitari non specialisti in oftalmologia al fine di diagnosticare per tempo casi di probabile presenza della patologia e dirottare così i pazienti che ne hanno bisogno verso successive visite di approfondimento presso un oftalmologo.

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