La sanità territoriale italiana sta entrando in una fase di trasformazione in cui la prossimità non può più essere interpretata come semplice capillarità di punti di accesso o come sommatoria di nuovi presìdi sul territorio.
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Dalla prossimità fisica alla prossimità di percorso
Farmacie, Case di Comunità, Centrali Operative Territoriali e servizi domiciliari diventano vera “prossimità 2.0” solo quando funzionano come un’unica catena di valore clinico-organizzativa, capace di connettere prevenzione, intercettazione precoce, presa in carico, follow-up e rientro informativo verso chi ha responsabilità clinica e decisionale.
In assenza di questo disegno condiviso, l’espansione dei servizi territoriali rischia di produrre l’effetto opposto a quello atteso: misurazioni ripetute, referti non integrati, prescrizioni ridondanti e continui rimbalzi tra canali, con costi impliciti che ricadono sia sul cittadino sia sulla sostenibilità del sistema.
La tesi di fondo è che il valore non risiede nell’aumento dell’offerta territoriale in sé, ma nella capacità di costruire un patient journey operativo, in cui ogni contatto con il sistema generi un evento clinico tracciabile, riusabile e governato.
La prossimità, in questa prospettiva, non è un concetto logistico né un obiettivo infrastrutturale, ma un’infrastruttura di continuità informativa e decisionale.
È questa infrastruttura che consente di spostare valore verso prevenzione, gestione proattiva delle cronicità e follow-up, riducendo la frammentazione che storicamente caratterizza l’interfaccia tra cure primarie, specialistica, territorio e servizi sociali, e che oggi rappresenta uno dei principali colli di bottiglia per l’efficacia delle politiche di sanità territoriale.
Policy e stato dell’arte: DM 77, PNRR, Fascicolo 2.0 e cornice europea
Il perimetro regolatorio e programmatorio offre oggi una base sufficientemente chiara per progettare l’ecosistema.
Il DM 77 ha definito modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel SSN, formalizzando le Case di Comunità come hub multiprofessionali, gli Ospedali di Comunità come funzione intermedia tra domicilio e ricovero ospedaliero, e le Centrali Operative Territoriali (COT) come snodi di coordinamento della presa in carico.
In parallelo, la traiettoria del Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, introdotta con decreto dedicato e successivamente aggiornata, spinge verso un uso più sistematico del dato lungo cura e prevenzione, con una logica di interoperabilità e di abilitazione dei processi.
Sullo sfondo, il Regolamento sullo European Health Data Space, pubblicato nel 2025, consolida una cornice europea che rende ancora più rilevante la standardizzazione dei dati sanitari e dei diritti/obblighi connessi al loro utilizzo, soprattutto quando l’ecosistema territoriale si appoggia a piattaforme e servizi digitali che devono dialogare con regole di qualità, sicurezza e tracciabilità.
In questo contesto, la sanità di prossimità 2.0 non è un progetto “IT”: è una riorganizzazione della produzione e circolazione dell’informazione clinica, con conseguenze dirette su tempi di presa in carico, appropriatezza, aderenza terapeutica e capacità di seguire il paziente fuori dall’ospedale, dove si gioca gran parte della sostenibilità del sistema.
Un modello operativo: flussi semplici di presa in carico condivisa
Per evitare duplicazioni e dispersione informativa è necessario adottare un modello operativo basato su flussi chiari e condivisi, in cui le attività svolte nel nodo più vicino al cittadino diventino input affidabili e riutilizzabili per i nodi successivi della rete territoriale.
Il primo flusso riguarda l’accesso qualificato: farmacia e Casa di Comunità intercettano bisogni di prevenzione, monitoraggio e follow-up, ma l’ingresso nel percorso deve avvenire attraverso protocolli comuni e criteri di appropriatezza espliciti, con un indirizzamento strutturato verso MMG, specialistica o ospedale quando necessario.
In assenza di queste regole, la prossimità rischia di trasformarsi in un insieme di accessi non coordinati, anziché in un sistema ordinato di presa in carico.
Il secondo flusso è la presa in carico vera e propria, in cui il cittadino viene associato a un percorso definito, con obiettivi clinici e comportamentali misurabili – ad esempio parametri di controllo, aderenza terapeutica e follow-up programmati – e con una chiara attribuzione delle responsabilità tra chi valida le informazioni e chi eroga le prestazioni.
Questo passaggio è cruciale perché trasforma il contatto territoriale in continuità assistenziale, evitando che ogni interazione venga gestita come un evento isolato.
Il terzo flusso riguarda la produzione dell’evento digitale: ogni misurazione o prestazione territoriale deve generare un dato strutturato, corredato da metadati minimi (soggetto erogante, momento, dispositivo o procedura, qualità del dato, esito ed eventuale necessità di escalation) e pubblicato in modo coerente nel Fascicolo Sanitario Elettronico.
Superare la logica del PDF non interrogabile è una condizione necessaria per rendere il territorio realmente integrato nei processi clinici e decisionali.
Il quarto flusso è quello dell’escalation e del rientro informativo. Quando i parametri superano soglie definite o emergono segnali di rischio, la piattaforma e la Centrale Operativa Territoriale devono orchestrare il passaggio al livello di competenza appropriato, garantendo che la decisione clinica si traduca in un nuovo ciclo di follow-up territoriale.
Applicato in modo disciplinato, questo modello riduce la frammentazione perché rende espliciti i passaggi e impedisce che ogni attore ricominci da zero.
Inoltre, abilita una gestione per coorti – cronici, fragili, post-acuti – che rappresenta la vera leva per scalare la sanità di prossimità senza trasformarla in una sommatoria di micro-progetti non replicabili.
Micro-casi: farmacia dei servizi e telemedicina come “sensori” della rete territoriale
Gli use case a maggiore ritorno sono quelli ad alta frequenza e ad alto rischio di dispersione informativa, tipici delle cronicità e della prevenzione secondaria.
La Farmacia dei Servizi, basata sul D.lgs. 153/2009 e valorizzata dal Ministero della Salute come ampliamento di compiti e funzioni assistenziali delle farmacie convenzionate, può diventare un nodo di raccolta strutturata di eventi sanitari: misurazioni, screening e counselling, se standardizzati e integrati, generano continuità operativa e riducono la domanda “inappropriata” di accessi più costosi.
Il passaggio “2.0” non è quindi fare più prestazioni, ma fare prestazioni che alimentano percorsi: la misurazione in farmacia diventa un evento che il MMG o la Casa di Comunità può usare per aggiustare terapia o pianificare controlli, senza ripetere l’intero processo.
Sul fronte telemedicina, un decreto del 2025 ha definito requisiti per progettualità rivolte ai grandi anziani, segnalando una direzione precisa: telemonitoraggio e teleassistenza, se impostati con requisiti e governance, possono diventare l’estensione digitale della prossimità, cioè la capacità di seguire il paziente “dove vive”, non dove si trova l’ambulatorio.
In questo scenario, Case di Comunità e COT assumono un ruolo di regia: non necessariamente erogano tutto, ma garantiscono che i segnali raccolti (da domicilio, farmacia, servizi) vengano letti, classificati e trasformati in azioni, evitando che la tecnologia resti un canale parallelo.
A livello europeo, la convergenza verso standard e regole del dato rafforza l’idea che la prossimità 2.0 debba produrre dati “utili e riusabili”: non per fare analitiche astratte, ma per sostenere la decisione clinica e la programmazione di follow-up in modo tempestivo.
Raccomandazioni: governance di piattaforma, incentivi e competenze per far scalare l’ecosistema
Per evitare che la sanità territoriale evolva in una costellazione di silos tecnologici e organizzativi, sono necessarie alcune scelte operative chiare.
La prima riguarda la governance di piattaforma: l’interoperabilità non può essere un obiettivo a valle, ma un requisito ex ante. Integrazione nativa con il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0, gestione coerente di identità e consensi, standardizzazione degli eventi territoriali e modelli contrattuali che rendano praticabile l’integrazione tra sistemi di farmacia, Case di Comunità e livelli clinici sono condizioni indispensabili per costruire una rete realmente funzionante.
La seconda scelta riguarda il riallineamento tra incentivi, responsabilità e percorso di cura. Finché la remunerazione resta centrata sulla singola prestazione, il sistema tende a massimizzare volumi e ripetizioni.
Al contrario, meccanismi che valorizzano continuità assistenziale, aderenza terapeutica e riduzione delle riacutizzazioni rendono la prossimità un fattore economico oltre che clinico. In questo senso, la sanità territoriale può diventare coerente con logiche di value-based management senza imporre modelli rigidi, ma orientando i comportamenti verso risultati misurabili lungo il tempo.
La terza leva è rappresentata dalle competenze. Non è sufficiente “formare al digitale”: servono ruoli e capacità di frontiera in grado di presidiare service design, change management, qualità del dato e gestione delle eccezioni operative, perché è proprio in questi snodi che la maggior parte dei programmi territoriali fallisce o si arena.
La sintesi è che la prossimità 2.0 non va progettata come un insieme di strumenti o sperimentazioni isolate, ma come un modello industriale di produzione e circolazione di eventi clinici, con regole semplici, replicabili e controllabili.
Quando la piattaforma diventa l’ossatura e i nodi territoriali operano come sensori e attuatori del percorso, la riduzione di duplicazioni e frammentazione non è più una promessa, ma un risultato misurabile in termini di tempi di presa in carico, accessi evitati e continuità del follow-up.



















