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Il lavoro cambia, ma la scuola discute ancora dei chatbot


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Mentre le imprese italiane faticano sempre di più a trovare le competenze di cui hanno bisogno, il dibattito pubblico resta concentrato sull’uso dell’AI in classe. Ma la domanda che la scuola dovrebbe porsi è un’altra: come si forma un giudizio autonomo in un’epoca in cui la risposta, spesso, è già pronta

Pubblicato il 24 set 2026

Stefano Potortì

founder e CEO di Sagitter Training



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Il mercato del lavoro italiano racconta una contraddizione che si fa ogni anno più evidente. Nel primo semestre del 2026 il 44,8% delle assunzioni programmate dalle imprese è stato giudicato di difficile reperimento, un dato che conferma un trend ormai strutturale: secondo il Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere, già nel 2024 la difficoltà di reperimento a livello nazionale si attestava al 47,8%, con punte più marcate nelle regioni del Nord-Est e una concentrazione particolare tra le professioni tecniche ad alta specializzazione.

Nello stesso periodo, la diffusione dell’intelligenza artificiale nelle aziende italiane è raddoppiata, passando dall’8,2% al 16,4% delle imprese che dichiarano di utilizzare almeno una tecnologia di AI. Due curve che crescono insieme, senza incontrarsi: più tecnologia disponibile, meno persone in grado di metterla a frutto.

Scuola e intelligenza artificiale, la domanda da cambiare

È un paradosso che investe direttamente il sistema scolastico, chiamato a formare oggi chi lavorerà in un mercato che tra cinque anni sarà probabilmente irriconoscibile. Credo perciò che il dibattito pubblico su scuola e intelligenza artificiale si stia concentrando sulla domanda sbagliata.

Il problema non è insegnare ai ragazzi a usare l’intelligenza artificiale. È insegnare loro a pensare quando l’intelligenza artificiale ha già prodotto la risposta. Nel giro di pochi anni utilizzare questi strumenti sarà una competenza di base, alla portata di chiunque. Ciò che farà davvero la differenza sarà la capacità di interpretarne i risultati, verificarli, porre le domande giuste e prendere decisioni consapevoli.

Dall’uso degli strumenti all’autonomia di giudizio

È una distinzione che vale la pena sottolineare, perché buona parte della discussione pubblica italiana su AI e istruzione si è finora concentrata su questioni di accesso e di regolamento d’uso — se vietare o meno i chatbot durante i compiti, come gestire la scrittura assistita, quali linee guida adottare in classe — lasciando in secondo piano la domanda più strutturale: quali capacità cognitive servono a uno studente che avrà sempre a disposizione, con un clic, una risposta plausibile a quasi ogni domanda? La posta in gioco non è tecnica ma pedagogica, e riguarda il modo in cui si costruisce l’autonomia di giudizio. Non si tratta soltanto di acquisire dimestichezza con nuovi strumenti, ma di rafforzare pensiero critico, capacità di verifica, creatività e problem solving: competenze che restano rilevanti indipendentemente da come evolverà la tecnologia stessa, e che quindi non rischiano di essere superate dalla prossima versione di un software.

Competenze digitali e competitività del sistema produttivo

Il tema non è solo culturale, ma incide direttamente sulla competitività del sistema produttivo. Quasi il 60% delle imprese italiane che hanno valutato investimenti nell’intelligenza artificiale senza poi realizzarli indica la carenza di competenze interne come uno degli ostacoli principali, mentre il livello di alfabetizzazione digitale del Paese resta sotto la media europea: secondo l’ultimo rapporto ISTAT “Cittadini e ICT”, nel 2025 il 54,3% delle persone tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno di base, un dato in crescita ma ancora distante dall’obiettivo fissato dall’Unione europea, che punta all’80% della popolazione entro il 2030.

Numeri che dovrebbero spostare l’attenzione dal singolo strumento tecnologico al modello formativo nel suo complesso. La scuola non deve competere con l’intelligenza artificiale sulla quantità di informazioni che può trasmettere. Deve sviluppare ciò che rende una persona autonoma: giudizio, curiosità, responsabilità e capacità di scegliere. Nel futuro il vantaggio competitivo non sarà avere una risposta, ma saper capire se quella risposta è corretta e trasformarla in valore.

Esperienze internazionali e capacità trasversali

Un banco di prova indiretto di questo ragionamento arriva dall’osservazione di percorsi di studio in contesti internazionali, dove gli studenti sono costretti a muoversi senza le certezze abituali. Quando un ragazzo si trova a vivere e studiare in un contesto diverso dal proprio, è costretto a prendere decisioni in autonomia, a confrontarsi con culture e modi di pensare differenti, a uscire dagli schemi imparati a memoria. È lo stesso tipo di elasticità mentale che serve oggi per lavorare accanto all’intelligenza artificiale senza diventarne dipendenti: capire quando fidarsi di uno strumento e quando serve invece il proprio giudizio. È un parallelo utile a inquadrare un punto spesso trascurato nel dibattito su scuola e AI: le competenze che permettono di usare bene uno strumento intelligente non sono, nella maggior parte dei casi, competenze informatiche in senso stretto, ma capacità trasversali — adattabilità, gestione dell’incertezza, spirito di iniziativa — che si sviluppano attraverso l’esperienza diretta, più che attraverso la formazione d’aula tradizionale.

Intelligenza artificiale in ogni professione

L’errore più comune è ancora trattare l’intelligenza artificiale come una variabile che riguarda solo alcuni ambiti — quelli tecnici, quelli creativi — mentre la sua diffusione sta diventando una condizione di sfondo comune a quasi ogni professione, dai servizi alla pubblica amministrazione. In questo scenario, la scuola che insegna esclusivamente a produrre risposte corrette rischia di formare studenti impreparati proprio nel momento in cui la produzione di risposte diventa un compito che una macchina svolge più velocemente di loro.

Dobbiamo preparare i ragazzi a lavorare in un mondo in cui l’intelligenza artificiale sarà presente in quasi ogni professione, senza rinunciare a ciò che rende unico il contributo umano. Non è una questione di strumenti, ma di metodo: una scuola che insegna a fare domande, a dubitare, a verificare, prepara i ragazzi molto meglio di una scuola che insegna solo a trovare risposte.

La sfida della scuola italiana

Resta da capire se il sistema scolastico italiano — alle prese con un divario di competenze digitali ancora ampio rispetto alla media europea e con risorse limitate per la formazione dei docenti — abbia oggi gli strumenti per accogliere questo cambiamento di prospettiva, o se continuerà a rincorrere la tecnologia invece di ripensare, a monte, gli obiettivi dell’apprendimento.

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